Randstad, volano le assunzioni tech grazie all’AI
Secondo una ricerca di Randstad, l’AI spinge le assunzioni tech e aumenta la competizione per i talenti. Cresce la richiesta di competenze specialistiche e trasversali, mentre le certificazioni acquistano peso rispetto alla laurea.
L’intelligenza artificiale non sta frenando le assunzioni nel settore tecnologico. Al contrario, l’86% delle aziende italiane sta aumentando il proprio organico tech. È quanto emerge dalla ricerca “Tech Talent in Transition: creare una workforce AI-ready”, realizzata da Randstad attraverso interviste a 1.100 responsabili delle decisioni tecnologiche in 11 Paesi e l’analisi di oltre 20 milioni di annunci di lavoro e circa 100 milioni di profili professionali.

A sostenere la domanda di personale specializzato sono anche i risultati economici dell’intelligenza artificiale. Il 48% delle imprese italiane dichiara di ottenere dall’AI un ritorno sull’investimento significativamente superiore ai costi di implementazione, mentre il 45% ne riconosce il valore, pur a fronte di costi operativi rilevanti. Soltanto il 7% non ha ancora raggiunto i risultati attesi. I benefici maggiori riguardano la manutenzione predittiva e la gestione delle catene di fornitura e delle scorte (61%), la gestione dei dati (48%), l’automazione della generazione di codice e dei test software (40%) e la cybersecurity (22%).
La crescita della domanda si accompagna però a una profonda trasformazione delle professionalità ricercate. Con l’automazione delle attività di programmazione più ripetitive, acquistano importanza competenze specialistiche e capacità trasversali. Le più difficili da reperire sul mercato italiano sono l’architettura dei sistemi e l’orchestrazione dell’AI, indicate dal 38% delle aziende, seguite da pensiero critico, intelligenza emotiva e capacità di risolvere problemi complessi (25%). Seguono leadership interfunzionale e gestione di progetti articolati (16%), oltre ad audit, etica dei dati e prevenzione dei bias algoritmici (14%). Per il 58% delle imprese è più difficile trovare professionisti tecnologici con solide capacità comunicative e di gestione degli stakeholder che figure dotate di sole competenze di programmazione.
«In questa fase di sviluppo, l’intelligenza artificiale sta aprendo grandi opportunità nel settore tech, ridefinendo le competenze richieste e scatenando una forte competizione sui talenti», afferma Maria Pia Sgualdino, Senior Director di Randstad Digital Italia. «Servono professionalità sempre più specializzate, capaci di unire solide skill tecniche a competenze umanistiche, indispensabili per trasformare il potenziale tecnologico in risultati concreti».
La competizione si estende ben oltre il settore informatico. In Italia, il 49% delle aziende non tecnologiche ha assunto professionisti provenienti da imprese tech, mentre per il 38% le elevate aspettative retributive rappresentano ancora un ostacolo al reclutamento. Le differenze salariali sono significative: secondo le stime analizzate da Randstad, gli sviluppatori software impiegati nel settore bancario, finanziario e assicurativo percepiscono una retribuzione mediana superiore del 43% rispetto ai colleghi delle aziende IT e software. Il divario raggiunge il 46% nel manifatturiero e il 60% nel farmaceutico e nelle scienze della vita.
Per rispondere alla carenza di competenze, le imprese ricorrono soprattutto a modelli di lavoro flessibili. Il 58% privilegia professionisti temporanei, freelance e collaboratori esterni, mentre il 34% punta sulle assunzioni a tempo indeterminato. Soltanto il 6% indica come prima soluzione la riqualificazione del personale interno e il 2% l’automazione delle attività tramite AI. Cambiano anche i canali di reclutamento: il 55% delle aziende utilizza marketplace digitali per individuare talenti tecnologici, mentre il 27% ricerca professionisti in mercati internazionali distanti.
Un altro cambiamento riguarda il valore attribuito ai titoli di studio. Il 50% delle imprese italiane privilegia micro-certificazioni e certificazioni rilasciate dai fornitori tecnologici, rispetto al 41% della media globale. Solo il 35% considera imprescindibile una laurea in informatica, contro il 42% internazionale, mentre il 15% attribuisce maggiore importanza all’esperienza pratica dimostrabile rispetto ai titoli accademici e alle certificazioni. Si aprono così nuove opportunità di ingresso nelle professioni tecnologiche anche per chi proviene da percorsi formativi alternativi all’università.
La diffusione dell’AI rende inoltre centrale la gestione dei rischi. Metà delle organizzazioni italiane utilizza strumenti software per monitorare la sicurezza dei sistemi, il 47% aggiorna le competenze interne in materia di compliance e sicurezza e il 41% assume professionisti dedicati ad audit, etica e conformità normativa. Il 29% ha inoltre costituito comitati interfunzionali per la governance dell’intelligenza artificiale.
«Le aziende devono attrarre i migliori professionisti sul mercato anche attraverso formule di inserimento flessibili e contemporaneamente valorizzare le risorse interne con una mappatura continua delle competenze», sottolinea Sgualdino. «Questo significa superare i canali di recruiting tradizionali e investire sulla formazione continua, così da disporre delle giuste capacità esattamente quando servono per sostenere la trasformazione digitale e culturale dell’organizzazione».
Altre informazioni sulla ricerca sono disponibili a questo link.
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