La solitudine dei ragni primi: Spider-Man e la fatica di mostrarci fragili

L'ultimo film sull'Uomo Ragno ha suscitato in Niccolò Dilda un'originale riflessione sulle difficoltà che abbiamo al lavoro di gettare la maschera di quelli sempre produttivi e performanti. Al contrario, ammettere di aver bisogno degli altri riduce il rischio di quiet quitting e burnout

di Niccolò Dilda*

C’è un motivo per cui “Brand New Day”, l’ultimo film della saga di Spider-Man, si sta avvicinando a due miliardi e mezzo di incasso. E non riguarda tanto gli effetti speciali o lungimiranti strategie di marketing, quanto la capacità di raccontare qualcosa che appartiene ai nostri tempi. Infatti, questa iterazione dell’eroe Marvel porta gli spettatori a commuoversi e immedesimarsi nella sua battaglia, muta e invisibile, contro la solitudine. Tale condizione viene legittimata dal suo impegno – ma potremmo anche dire lavoro – come guardiano di New York.

La maggior parte delle organizzazioni, infatti, registra i risultati dei suoi professionisti: il talento, la costanza, l’affidabilità. Poche indagano lo sforzo più nascosto o lo stato in cui la persona arriva a fine giornata. Si applaude la funzione e si ignora la fatica. È questo il problema dal quale il nuovo film sull’uomo ragno rilancia alcuni temi filosofici di interesse per il mondo corporate.

Un incantesimo ha cancellato dalla memoria collettiva l’identità segreta di Spider-Man: Peter Parker è sparito anche dai ricordi delle persone a lui care. Per proteggere la sua amata MJ e il migliore amico Ned, Peter sceglie di rimanere lontano. Anonimo. Solo. Per quattro anni si immerge totalmente nella sua crociata, dedicando alla città tutto sé stesso. In questo periodo fiorisce una rinnovata sicurezza nella Grande Mela: i suoi cittadini invocano Spider-Man per la sua funzione, per la sua utilità. L’uomo sotto la maschera però non compare nell’equazione.

In azienda succede la stessa cosa a chi ricopre ruoli di alto livello: si viene riconosciuti per il servizio reso, quasi mai per il sacrificio richiesto. Più si diventa un asset, meno si viene trattati come qualcuno che potrebbe, a sua volta, aver bisogno. È un meccanismo che si autoalimenta: l’ammirazione professionale, oltre una certa soglia, produce una forma di isolamento.

Peter non elabora quello che sente. Lo ignora come polvere sulle mensole più alte. È la stessa logica con cui si gestiscono gli incendi boschivi: spegnere ogni piccolo fuoco impedisce il ricambio della materia vegetale. Finché non esplode qualcosa di cataclismico. Pensiamo al professionista che non delega, non rallenta, non dice mai «sono in difficoltà», perché sembrerebbe un cedimento. I segnali piccoli vengono estinti uno ad uno, fino al momento in cui non arriva la dimissione improvvisa, il crollo, il quiet quitting.

Spider-Man potrebbe rivelarsi in qualsiasi momento a chi lo ha amato. Eppure non lo fa, convinto che la sua distanza protegga le persone care dai pericoli. Spider-Man che si autoisola, per paura di ferire e non di essere ferito, diventa la metafora di chi si sovraccarica pur di non gravare sul team. È qui che lo spettatore si è rivisto al fianco di Spidey, mentre oscilla tra un grattacielo e l’altro, dove nessuno può fargli compagnia. Questo comportamento viene tacitamente incentivato, poiché l’azienda scambia l’autosufficienza per affidabilità. Non chiediamo supporto perché temiamo che venga interpretato come un calo di performance. Dobbiamo invece ripetere a gran voce che parlare della nostra stanchezza sarebbe la normalità, oltre che il primo passo per curarla.

Senza incorrere in spoiler, tutto il film accompagna Spider-Man nella riscrittura del concetto di forza, che nulla ha a che vedere con la solitudine per scelta o con la negazione di ciò che ci rende vulnerabili. A questo punto, ci chiediamo come aiutare noi stessi o gli altri a fare ritorno da quel cammino autodistruttivo. Malgrado la cultura del feedback sia ampiamente formalizzata, le parole davvero curative arrivano se la relazione tra colleghi è abbastanza solida da reggere imperfezioni, scomodità e crisi. Qui ritorna la centralità dei momenti di svago, dei team building e della formazione sulle Soft Skills.

La villain della pellicola, la telepate Jean Grey, pone a Spider-Man una domanda squisitamente filosofica: sei l’uomo o sei la maschera? Vi ritroviamo lo stesso schema – capovolto – della work-life balance, ovvero la pretesa che una persona nasconda parte di sé per essere premiata come produttiva, funzionale e senza crepe.

Il modo in cui Peter riesce a sciogliere questa matassa pone in controluce due filosofi. Chissà che non abbia seguito un corso di etica all’MIT!
Il primo è Emmanuel Levinas, il quale ha costruito il suo pensiero sull’incontro con l’Altro: è il volto di chi ci sta davanti a chiamarci alla responsabilità, all’empatia e alla compassione. Per Spider-man questa responsabilità funziona a senso unico: lui guarda negli occhi la sofferenza degli indifesi, ma a nessuno è dato di scorgere la sua. Troviamo lo stesso squilibrio quando un’azienda attiva ruoli come il mentor, il team lead, l’HR business partner, affinché inghiottano i problemi di tutti gli altri, senza prevedere un meccanismo di controbilanciamento. Non basta aggiungere colloqui di monitoraggio: bisognerebbe rendere esplicito che farsi vedere in difficoltà non è un’eccezione da tollerare, ma parte del lavoro.

Il secondo riferimento filosofico è quello di Søren Kierkegaard, secondo il quale la forma più sottile di disperazione scaturisce dalla prigionia nella nostra versione forte e funzionale. Questo è proprio il dilemma binario in cui Jean Grey vorrebbe intrappolare Peter. Persona o maschera? Davanti ad esso non esiste una scelta corretta, perché a priori non esiste una separazione. Il ricordo di chi lo ha amato nella sua interezza permette a Peter Parker di ritrovare nel dolore ciò che ignorava. Tradotto in aziendalese, significa smettere di premiare solo la nostra versione eroica e performante. Un leader che ammette apertamente l’errore, spiegando cosa ne ha imparato, fa più prevenzione al burnout delle iniziative di welfare, perché aiuta il team a fidarsi e a condividere.

Messi in fila, i due filosofi rispondono a due tempi allo stesso problema: Levinas ci ricorda che non possiamo assorbire da soli i bisogni degli altri; Kierkegaard ci suggerisce cosa dovrebbe essere lecito mostrare, quando ci sentiamo visti.

Per tutta la visione del film, non ho potuto non pensare alle solitudini che si sfiorano in ufficio. Anzi, di come il lavoro ci offra una fuga apparente quando ci siamo persi tra i cocci di un fallimento personale. Ho visto con i miei occhi uomini adulti piangere durante un film di supereroi. Forse, dietro le lenti specchiate di Spider – Man abbiamo trovato il fantasma di noi stessi quando – diabolicamente – crediamo di non meritare una tregua, un appiglio, un confidente. A chi si trova in questa situazione, appeso a un filo di ragnatela, offro un umile consiglio: lasciate andare la presa!
Il paradosso della sicurezza è che la rete non si trova al di fuori di noi. E nemmeno dentro. Si trova nell’altro, quando mi autorizzo a precipitare, a farmi prendere, ascoltare e aiutare. Perché tutti abbiamo il potere e la responsabilità di essere rete per qualcuno che sta cadendo.

Questo articolo è dedicato a Maurizio Mantovani, che ci ha insegnato come una caduta possa trasformarsi in un volo se ci ascoltiamo. Ciao, Maurizio.

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