La solitudine del leader, quel prezzo di cui nessuno parla
Luisa Romesi riflette sulla condizione sperimentata spesso dai capi per effetto della relazione asimmetrica con i propri collaboratori. Accettarla è il primo passo per non subirla, ma occorre grande consapevolezza perché non si trasformi in vera e propria malattia dell'anima
di Luisa Romesi*

C’è una cosa che non troverete nei corsi di leadership. Non è nelle slide dei master MBA, non è nei libri di management. Eppure è lì, silenziosa, ogni giorno.
Ho promesso nell’articolo sullo sport che ne avremmo parlato. Eccoci qua: è la solitudine del leader.
Non è la solitudine romantica del capitano sul ponte della nave durante la tempesta. Quella è una metafora comoda, rassicurante, quasi eroica. Parlo di qualcosa di molto più quotidiano e molto meno glamour: la solitudine di chi, ogni mattina, in qualsiasi luogo sia in autostrada, in treno, in aereo, anche in ufficio sa che dovrà essere presente per tutti, e che nessuno sarà davvero presente per lei o lui.
Quando ho accettato il mio primo ruolo dirigenziale, nessuno mi ha consegnato un documento con questa clausola. Eppure esisteva, chiarissima e vincolante: «Da oggi inizierai a sentirti sola».
All’inizio non me ne sono accorta. Ero troppo concentrata sui risultati, sui budget, sulle persone da motivare. La macchina girava, e io giravo con lei.
Poi, lentamente, ho cominciato a sentire qualcosa di strano. Una distanza sottile, invisibile, che si creava tra me e chiunque mi circondasse al lavoro. Non era ostilità. Era qualcosa di più difficile da nominare. Era asimmetria. Sapevo tutto. Non potevo raccontare nulla. Ho iniziato a vivere ogni giorno lavorativo, senza mai mostrarla questa sensazione viva dentro di me.
Conoscevo le crisi matrimoniali dei miei area manager. Sapevo chi i aveva un figlio con problemi a scuola, chi stava pensando di lasciare il coniuge, chi si sentiva non riconosciuto. Vivo ancora il mio essere leader come un punto di riferimento, una fontana alla quale avvicinarsi per sentire il refrigerio nelle calde giornate, un corrimano per scendere scale scivolose. Non mi sono mai permessa di raccontare qualcosa di me: avete presente come il possesso palla? Ecco, scherzando, potrei dire che io arrivo sì e no al 20%; il restante 80% era ed è sempre loro.
Non perché io sia una persona chiusa o riservata per natura, ma perché ho capito presto, a volte nel modo più doloroso, che condividere una fragilità, un dubbio, una paura, ha un costo enorme. Viene catalogato come debolezza, come inadeguatezza, come conferma che forse si è troppo qualcosa, o troppo poco qualcos’altro.
Ho avuto capi rigidi, autocentrati al massimo, con ego a dir poco significativi. Pensiamo a cosa significasse “stile di leadership” vent’anni fa. Lo so che lo avete letto nell’articolo sui tarocchi. Una lacrima sul viso, una paura condivisa, un momento di esitazione, e il giudizio arrivava, immediato e definitivo.
Quindi ho imparato a tenere tutto dentro.
C’è un paradosso che vivo ancora oggi e che ho impiegato anni a nominare con chiarezza.
Semplicemente perché il ruolo di capo crea una membrana trasparente tra te e gli altri. La attraversi in una direzione sola: tu verso di loro. Loro non possono attraversarla nella direzione opposta, anche quando vorrebbero. Ed è anche vero che dopo anni ci si abitua alla solitudine. Ci si abitua a non dire nulla. Diventando una specie di oracolo, che sembra sempre sopra le parti, sempre super energico, sorridente, positivo che non può mai lasciarsi andare o far vedere che anche lui o lei ha passato crisi di ogni tipo. Come tutti, del resto.
La mia stanza personale è rimasta chiusa, e lo è ancora. Ora posso dire che mi piace così, mi sento protetta. E dentro quella stanza chiusa ho messo gioie, dolori, dubbi, conquiste lavorative.
Quindi, anche nella solitudine, i miei strumenti unconventional sono stati e sono la mia compagnia.
Rileggendo questi mesi di articoli, mi rendo conto che c’è un filo che li attraversa tutti e che fino ad ora non avevo nominato esplicitamente.
L’astrologia, i tarocchi, la fisica quantistica, gli oli essenziali: certo, li ho usati come strumenti di leadership. Ma prima ancora li ho usati come compagnia.
Come interlocutori silenziosi. Il tema natale che mi diceva: «Questo periodo è difficile, ma è temporaneo». I tarocchi che tiravano fuori quello che tenevo nascosto perfino a me stessa. L’aroma di lavanda sulla scrivania nei pomeriggi più pesanti. La fisica quantistica che mi ricordava che eravamo tutti connessi, anche quando mi sentivo completamente sola.
Non è spiritualità da strapazzo. È sopravvivenza.
È quello che fa una persona sola con molta responsabilità e pochi interlocutori: trova i suoi strumenti, li coltiva nell’ombra, e poi, se è fortunata, riesce a trasformarli in valore per gli altri.
Il prezzo… Vale la pena pagarlo?
Non ho una risposta romantica da darvi.
La solitudine del leader è reale. È strutturale. Non scompare con un corso di mindfulness o con un consulente esterno. È parte integrante del ruolo, come la responsabilità dei risultati e la gestione dei conflitti.
Quello che ho imparato, nel tempo, è che bisogna smettere di combatterla e iniziare a conoscerla.
Capire quando è fisiologica, e quindi accettarla. Capire quando diventa patologica, e allora trovare uno spazio, esterno all’azienda, dove poter essere finalmente solo una persona.
Qualcosa che sia solo tuo.
Perché il paradosso finale è questo: per prenderti cura degli altri con continuità e con autenticità, devi avere un luogo fisico, mentale, relazionale dove qualcuno si prende cura di te. Ma spesso, quel qualcuno, sei sempre e soltanto tu.
E forse è proprio in quella stanza chiusa, in quel silenzio che nessuno vede, che si nasconde il prossimo strumento di cui dovremo parlare. Perché c’è una differenza enorme tra il silenzio che subisci e il silenzio che scegli. Ne parleremo nel prossimo articolo.
Siamo sempre UNCONVENTIONAL!

*Chi sono
Laureata in Scienze Motorie all’Università degli Studi di Roma “ Foro Italico”, ho costruito un percorso formativo diventando Coach certificata ICF e conseguendo un Master di II livello in Medicina Naturale all’Università degli Studi di Roma “ Tor Vergata”.
Nel mio attuale ruolo di VP Geo Italy per Foot Locker, seguo strategicamente un network di 157 punti vendita sul territorio nazionale, con l’obiettivo di migliorare le performance degli store, contribuendo allo sviluppo delle persone all’interno dell’azienda. La mia filosofia professionale si fonda sull’agilità, con una forte attitudine al teamworking e con spiccate capacità di comunicazione e di relazione interpersonale, qualità che ho sviluppato grazie alla mia esperienza sul campo.
NEWS CORRELATE