Record di occupati? Un fake da combattere con la formazione continua degli adulti

Secondo il Report Formazione e Lavoro 2026 dell’Osservatorio Proxima, l'attuale record italiano di occupati è destinato a sparire nel prossimo decennio a causa di una serie di carenze strutturali combinate all'invecchiamento demografico

Ventisei miliardi di euro è il costo annuo della mancata formazione continua degli adulti in Italia. L’equivalente di un’intera manovra di bilancio. A questa considerazione è giunto l’Osservatorio Proxima, parte del gruppo Enzima12, che di recente ha presentato a Roma il proprio Rapporto Formazione e Lavoro 2026. La stima del costo complessivo si basa sul divario di partecipazione alla formazione tra l’Italia e la media europea, calcolata in quasi undici punti percentuali, corrispondenti in cifre assolute a circa 3,6 milioni di adulti formati in meno ogni anno.

Piercamillo Falasca

Secondo l’Osservatorio Proxima, dietro il record di occupazione registrato nel 2025 non ci sarebbe una reale qualità delle persone avviate al lavoro. Il dato emerge dall’analisi delle classi d’età di lavoratori. Il Report mette infatti in luce come oltre l’80% dell’aumento occupazionale in particolare del 2024 sarebbe riconducibile agli over 50.

Per la prima volta nella storia italiana, gli occupati con più di cinquant’anni hanno superato i 10 milioni, risultando quasi il doppio rispetto al 2004. Nelle classi più giovani, si registra, invece, stagnazione o calo. Come si è arrivati a questo risultato? Da una parte hanno giocato un ruolo importante le riforme pensionistiche, con l’innalzamento dell’età effettiva di uscita dal mercato del lavoro. Dall’altro lato, non sono entrate molte persone più giovani per effetto dell’invecchiamento demografico della popolazione italiana.

Prima o poi, però, gli stessi over 50 immessi nel mercato usciranno dallo stesso per questioni anagrafiche. Il Rapporto Formazione e Lavoro 2026 dell’Osservatorio Proxima ha elaborato stime sulla base di dati Istat, dai quali emerge che entro i prossimi dieci anni il sistema produttivo italiano potrebbe perdere circa 4,3 milioni di addetti, pari al il 18,3% della forza lavoro complessiva. Bisogna peraltro considerare che, allo stato attuale, per ogni 100 giovani tra i 15 e i 19 anni, ci sono già oggi 152 persone tra i 60 e i 64 anni prossime all’uscita.

Sui dati raccolti, Piercamillo Falasca, Coordinatore dell’Osservatorio Proxima, ha osservato: «Il mercato del lavoro italiano ha collezionato record su record, ma il quadro che mostrano è parziale. Il tasso di occupazione al massimo storico è in larga misura il risultato di lavoratori che restano più a lungo, non di nuovi ingressi. Quei lavoratori, nel prossimo decennio, usciranno in massa. Il mercato del lavoro italiano è oggi una corda tesa: il momento in cui si spezzerà dipende da quanto l’Italia avrà saputo prepararsi».

Come evitare la rottura della corda? Secondo l’Osservatorio Proxima, incentivando la formazione degli adulti, ferma oggi al 29% contro la media Ue del 39,5%, come riportato dalla Adult Education Survey di Eurostat.

In un paese che invecchia e allunga l’età pensionabile, sarebbe insomma essenziale accrescere la quota della forza lavoro senior proprio in un momento di fortissima accelerazione del cambiamento tecnologico.

Oltre alle disuguaglianze di preparazione culturale tra persone più mature e più giovani, nel nostro Paese permane anche la questione territoriale: basti pensare che nel 2023, secondo il Report, la partecipazione alla formazione è stata del 12,9% al Nord, del 13,2% al Centro e solo dell’8,6% nel Mezzogiorno. Le regioni che avrebbero più bisogno di usare la formazione come leva di sviluppo sarebbero insomma le stesse in cui le condizioni per accedervi sono più deboli.

Presenti inoltre anche altri tre divari non registrati in modo chiaro dal record occupazionale citato sopra. Il primo è di genere. Nel 2025 il tasso di occupazione femminile nella fascia 20-64 anni si sarebbe infatti fermato al 58%, contro una media europea del 71,4%. Il divario di 19,1 punti è il più alto dell’intera UE. L’INAPP stima in circa 1,3 milioni le donne inattive che sarebbero disponibili a lavorare a condizioni adeguate: una riserva di forza lavoro già formata che il sistema non riesce ad attivare.

Il secondo divario è generazionale. L’Italia è ultima in Europa per occupazione nella fascia 20-29 anni: 47,6%, a 18 punti dalla media UE. Tra il 2011 e il 2024, circa 630mila giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il paese. Il CNEL stima il valore del capitale umano perduto in 159 miliardi di euro.

Il terzo divario, come già ricordato, è territoriale: il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno sfiora il 14%, quasi tre volte quello del Nord. Le migrazioni dei 25-34enni dal Sud sono aumentate del 10% tra il 2017-2019 e il 2022-2024. SVIMEZ stima la perdita annua di capitale umano in circa 8 miliardi di euro: una cifra che non appare in nessun bilancio regionale, ma che è la più significativa di tutte.

Come uscirne? L’Osservatorio Proxima indica tre possibili direttrici di intervento.

La prima riguarda per l’appunto l’occupazione femminile: l’OCSE stima che colmare due terzi del divario di genere varrebbe all’Italia circa 0,4% di PIL annuo in più. Per incentivarla, si suggeriscono quindi misure come l’aumento degli asili nido, la riforma della fiscalità sul secondo reddito, il congedo di paternità obbligatorio e non cedibile. Tutte strade al momento poco percorse nel nostro Paese, precisa l’Osservatorio proxima.
La seconda direttrice riguarda i giovani: gli ITS Academy registrano un tasso di occupazione a un anno dall’84%, ma accolgono oggi solo 40mila studenti. Si tratta di una filiera che funziona, che però sarebbe ancora troppo piccola per fare la differenza.
Infine, la terza direttrice è rivolta espressamente al Mezzogiorno, oggetto degli interventi nella ZES Unica, che nel 2025 è riuscita a generare oltre 7,3 miliardi di investimenti e più di 17mila posti di lavoro. Perché si traducano in crescita e occupazione stabile vere occorrono però orizzonti pluriennali certi e una contrattazione di filiera territoriale che oggi è quasi assente nel Sud.

Vincenzo Vietri

Osserva in conclusione Vincenzo Vietri, Vice Presidente dell’Osservatorio Proxima e founder di Enzima12: «La cinghia di trasmissione che trasforma le competenze in produttività e la produttività in salari è strutturalmente più debole in Italia. Non perché manchino gli strumenti ma perché manca la governance in grado di orientarli verso obiettivi comuni e di misurare i risultati, non solo i processi avviati. Finché un lavoratore non vedrà nella formazione un investimento con ritorno riconoscibile – in salario, in carriera, in occupabilità – il sistema resterà fragile. Finché un’impresa tratterà la formazione come adempimento e non come architettura di produttività, l’impatto resterà discontinuo».

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