Pay transparency: solo 4 lavoratori italiani su 10 conoscono i nuovi diritti salariali

Secondo l'HR & Payroll Pulse 2026, la ricerca di SD Worx su un campione di HR e di lavoratori in tutta Europa, nel nostro Paese la scelta del posto di lavoro è subordinata alla compliance della politica salariale, un valore che sale al 62% nel caso delle donne e al 64% dei lavoratori delle piccole imprese

A pochi giorni dall’entrata in vigore della Direttiva Ue sulla trasparenza retributiva, SD Worx diffonde i dati della sua ricerca “HR & Payroll Pulse” per la parte riguardante la conoscenza della normativa da parte gli italiani. Su tutti, salta all’occhio innanzitutto il seguente risultato: ben sei lavoratori su dieci non sanno che cosa implica, ma, dall’altro lato, circa tre quarti del campione sceglie il proprio posto di lavoro in base alla compliance della politica salariale.

Nella ricerca del principale fornitore europeo di soluzioni HR e payroll, come noto, è stato coinvolto un campione di 16.500 lavoratori e 5.936 responsabili HR in sedici Paesi europei. Analizzando più nello specifico i risultati relativi alla questione delle retribuzioni, solo il 37% dei lavoratori italiani ritiene che siano proporzionate alle mansioni svolte, mentre il 34% le considera inadeguate e quasi uno su tre assume una posizione neutra.

I risultati migliorano lievemente se il confronto avviene con colleghi in ruoli simili, ma in ogni caso i numeri restano bassi: solo il 44% parla di equità retributiva interna a prescindere dal genere e dal ruolo. Si scende al 40% nel caso delle donne e al 35,5% dei dipendenti 45-49enni. Paragonando i dati italiani al resto del Vecchio Continente, è evidente il distacco del nostro Paese. La media europea per donne e uomini è infatti pari al 52%, con picchi come l’Irlanda, dove raggiunge il 63%) e il Regno Unito a pari merito con la Finlandia (60%) e i Paesi Bassi (57%).

Guardando la ricerca dal punto di vista dei datori di lavoro, il quadro sembra più ottimista: il 63% del campione italiano è convinto di offrire una retribuzione giusta ai propri dipendenti, una percentuale che sale fino al 73% in Irlanda e Norvegia, al 72% nel Regno Unito e al 70% nei Paesi Bassi. In media, però, il 13% delle aziende europee, così come di quelle italiane, riconosce esplicitamente di non garantire una retribuzione pienamente equa.

Tornando alla questione della Direttiva Ue, nata proprio con l’obiettivo di colmare il gender pay gap garantendo criteri salariali chiari, nonché fornire accesso alle informazioni e misure correttive concrete, solo il 40% dei dipendenti italiani afferma di conoscere la normativa, un dato che diminuisce sia tra gli under 25 (al 37%) che tra i 50-54enni (34%).

Ancora più evidente è il divario tra intenzioni e prassi: solo il 32% dei lavoratori percepisce un impegno reale da parte della propria azienda nel monitorare e correggere le disuguaglianze salariali.
La distanza si amplia ulteriormente guardando alla lente di genere: tra le donne, la fiducia scende al 26%, uno dei dati più bassi in Europa.

In sintesi, secondo l’analisi di SD Worx, le aziende sembrerebbero più pronte di quanto i lavoratori vedano. Tra le prime, solo una su dieci ammette infatti di non avere ancora intrapreso misure concrete o sufficienti per essere pienamente conformi, il 27% si considera solo parzialmente conforme, mentre il 64% delle organizzazioni italiane si dichiara pronto per la trasparenza retributiva. Le percentuali salgono ulteriormente tra le realtà che hanno oltre mille dipendenti, il che porta il nostro Paese ad avvicinarsi a alla media europea. Il Paese più pronto alla pay transparency è la Norvegia ( con una percentuale pari al 70%), mentre quello meno preparato è la Croazia (51%).

Nonostante questi risultati non così scadenti, nel nostro Paese solo il 23% delle aziende mette a disposizione strumenti concreti – come dashboard o sistemi strutturati – che permettano ai lavoratori di comprendere davvero le politiche salariali. Nelle PMI sotto i 100 dipendenti, il dato crolla addirittura al 6%.

In maniera pressoché inversamente proporzionale, la percentuale di lavoratori che considera fondamentale la trasparenza retributiva come tema essenziale per la scelta del futuro datore di lavoro sale al diminuire delle dimensioni delle imprese. In particolare, quando si tratta di decidere se accettare o meno un lavoro, la percentuale sale al 62% e cresce al 64% per i dipendenti (uomini e donne) delle microimprese, con meno di 10 addetti, e al 60% tra chi è impiegato in aziende che ne hanno tra 10 e i 49. I numeri confermano empiricamente la visione sulla Pay Transparency condivisa tra lavoratrici e lavoratori come leva concreta di fiducia, attrattività e retention dei talenti.

Sui risultati raccolti, Claudia Coluccia, referente per la trasparenza salariale di SD Worx Italy, ha detto: «La pay transparency è un tema sempre più rilevante per le aziende. I risultati della ricerca HR & Payroll Pulse mostrano come, a fronte di una diffusa percezione di preparazione, emerga ancora una distanza significativa nell’adozione di strumenti concreti e nella comunicazione delle politiche retributive ai dipendenti, chiamando le organizzazioni a confrontarsi con nuove e crescenti aspettative in termini di trasparenza».

Chiara Valdata

A sua volta, Chiara Valdata, People Director di SD Worx Italy, ha aggiunto: «Le aziende devono partire dalle fondamenta, ossia architetture professionali chiare, criteri retributivi trasparenti, fasce salariali ben definite, ed esaminare attentamente i principali processi HR, come assunzioni, promozioni e valutazione delle performance. Le decisioni salariali devono essere coerenti, motivate e comunicabili anche internamente. Superare una logica di mera compliance significa costruire una politica retributiva credibile, sostenibile e orientata alla fiducia, in cui le persone si sentono trattate realmente in modo equo».


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