Il senso del lavoro? Le relazioni al centro, a partire dai banchi di scuola
Nel nuovo articolo la nostra contributor Emilia Iuliano descrive i benefici portati nel suo percorso professionale dal debutto nel mondo della scuola, esprimendo gratitudine per la collega e amica che le ha permesso di conoscere da vicino sentimenti e aspettative degli adulti di domani
di Emilia A. C. Iuliano*

Un anno di educativa scolastica lascia addosso molte cose. Alcune visibili, altre più sottili. Non sono solo episodi o giornate intense. È un modo diverso di guardare le persone che, lentamente, entra dentro il tuo modo di stare in ogni relazione umana. In questo anno ho lavorato accanto ad adolescenti dentro contesti spesso complessi e fragili.
Ho osservato silenzi, resistenze, slanci improvvisi, paure difficili da nominare, bisogni di riconoscimento nascosti dietro atteggiamenti oppositivi o apparentemente disinteressati. E ogni giorno mi sono ritrovata davanti alla stessa evidenza: al centro del lavoro educativo, così come del coaching, della consulenza HR o dell’educazione alla teatralità, c’è sempre un essere umano che sta cercando il proprio modo di stare nel mondo.
Cambiano contesti, linguaggi e ruoli. Ma il cuore resta sorprendentemente simile.
Anche nelle organizzazioni incontro persone che cercano ascolto, direzione, riconoscimento e possibilità di esprimere il proprio potenziale senza sentirsi ridotte al ruolo che occupano. Ed è anche grazie al lavoro educativo se oggi sento ancora più attenzione verso ciò che accade sotto la superficie.
Perché un adolescente ti obbliga a una presenza autentica. Percepisce immediatamente quando stai applicando un metodo senza esserci davvero. Ti costringe a lavorare sulla relazione prima ancora che sull’intervento. Ti ricorda che senza fiducia, ascolto reale e riconoscimento reciproco, nessun processo di crescita può diventare davvero evolutivo.
Quest’anno mi ha ricordato anche qualcosa di più scomodo e profondamente umano: quanto sia difficile, a volte, stare dentro relazioni intense senza sentirsi smarriti. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta se stessi aiutando abbastanza, momenti in cui emozioni molto forti irrompevano nello spazio educativo e sembravano eccedere gli strumenti disponibili. Momenti in cui ho sentito la responsabilità di contenere, accogliere, restare presente, pur arrivando anch’io con il mio carico di vissuto, sensibilità e fragilità.
Ed è lì che ogni volta si è aperta una domanda importante, che attraversa anche il coaching, la consulenza e ogni professione relazionale: dove finisce il ruolo e dove inizia l’autenticità?
È una riflessione che sento profondamente vicina anche alle competenze del coaching professionale ICF, che considero oggi una guida importante nel lavoro con le persone: coltivare fiducia e sicurezza, mantenere la presenza, ascoltare attivamente, mostrare apertura e vulnerabilità per creare relazioni autentiche.
Chi accompagna – che sia coach, educatore, manager o consulente – non costruisce fiducia mostrandosi impeccabile, ma umano.
Naturalmente, le relazioni professionali non sono tutte uguali. Nel coaching esiste una partnership dichiaratamente paritetica tra coach e coachee. Nella relazione educativa o consulenziale, invece, esistono responsabilità, ruoli e asimmetrie più marcate. Eppure, ciò che continuo a osservare è che la qualità della relazione resta comunque una co-costruzione. Anche quando le funzioni non coincidono, ogni processo evolutivo richiede presenza, responsabilità reciproca, ascolto e partecipazione attiva da entrambe le parti.
Essere un punto di riferimento non significa incarnare perfezione. Significa essere un esempio possibile di apprendimento continuo: accogliere gli errori come occasioni di crescita, vivere i feedback come un dono e non come un giudizio, mantenere apertura e curiosità verso se stessi e verso gli altri. Anche questo appartiene profondamente al coaching mindset.
In fondo, ciò che aiuta davvero le persone a evolvere raramente passa solo da un contenuto. Passa dall’esperienza di sentirsi viste, ascoltate, riconosciute nelle proprie possibilità.
Per questo credo sempre di più che educazione, coaching e sviluppo organizzativo abbiano molto da dirsi reciprocamente.
E dentro questo percorso porto anche una gratitudine personale verso la mia collega educatrice Alice Gadda.
Lei mi ha fatto intravedere la possibilità di intraprendere l’esperienza dell’educativa scolastica. E proprio nel suo bilancio di fine anno, ho ritrovato immagini e riflessioni che sento profondamente vicine: «la didattica, prima di essere un dovere, deve essere un incontro»; «non si può chiedere a un ragazzo di essere autentico se noi per primi ci nascondiamo dietro un ruolo»; «riconoscere la fatica non è un limite, ma l’unico modo per onorare la profondità della loro battaglia».
E forse una delle immagini più potenti è proprio questa: «non sono stata io a “educare” loro, ma siamo stati noi, insieme, a educare lo spazio che ci divideva».
La scuola mi ha insegnato ad avere cura di quello spazio. Mi ha ricordato che la relazione non è la cornice del lavoro: è il lavoro.
Ed è forse questo che mi porto davvero a casa da quest’anno: una fiducia ancora più profonda nel fatto che ogni essere umano, quando incontra presenza, ascolto e possibilità autentiche di relazione, possa evolvere in modi profondi e generativi.
È una convinzione che oggi porto con me nelle scuole, nelle organizzazioni, nei percorsi di coaching e nei laboratori teatrali. Perché al centro, alla fine, resta sempre la stessa domanda: come aiutiamo le persone a diventare più pienamente se stesse, dentro le relazioni che abitano ogni giorno?

* Chi sono
Credo nello sviluppo dell’individuo come via per generare sviluppo del potenziale umano personale, sistemico e sociale.
Coach Evolutiva, con credenziali ACC ICF (International Coaching Federation), integro coaching evolutivo ed educazione alla teatralità per favorire consapevolezza, apprendimento e cambiamento autentico.
Dopo un lungo percorso come Giornalista, Docente Universitaria a contratto, Project Manager e People Manager, oggi accompagno persone e organizzazioni a definire obiettivi significativi e a tradurli in azioni coerenti, allenando presenza, fiducia e co-creazione. Il mio lavoro promuove relazioni consapevoli, ambienti generativi e una cultura della crescita condivisa.
NEWS CORRELATE