Tu chiamale, se vuoi, emozioni, ma non ufficio: l’indagine di Unobravo con Ipsos Doxa
I dati del MINDex 2026 mostrano l’impatto della repressione delle emozioni su clima aziendale, relazioni e produttività.
Lo stress non va in vacanza, anche se puntualmente ci illudiamo del contrario man mano che ci avviciniamo al momento della pausa. Lo ha sottolineato di recente la nuova edizione dell’indagine condotta da Unobravo con Ipsos Doxa, chiamata MINDex, che ha dedicato un focus ad hoc al sovraccarico mentale ed emotivo del lavoro contemporaneo. Secondo il report, condotto con interviste a un campione di italiani di 1.600 persone tra i 18 e 70 anni, la stanchezza è talmente connaturata agli stili di vita di quasi tutti noi che è davvero difficile pensare di poterla smaltire con una o due settimane di ferie.

A complicare ulteriormente le cose, secondo l’indagine ci si mette anche il fatto che tendiamo a reprimere le nostre emozioni sul posto di lavoro. L’azienda continua infatti ad essere vissuta come il luogo deputato ai soli rapporti professionali. Farsi scappare la lacrimuccia è insomma ancora un tabù.
Pianto a parte, qualunque siano i modi in cui lasciamo trasparire i nostri momenti di fragilità, il report dice che a mostrarli in ufficio siano ancora in pochi, pari solo al 16% del campione intervistato.
La cautela nel lasciarsi andare è invece il sentimento più comune, dichiarato dal 40% degli intervistati, mentre un 30% adegua il proprio modo di comportarsi al contesto e alla persona che si trova di fronte. Resta infine un 14% che addirittura nasconde completamente come si sente davvero.
La porta chiusa alle emozioni non ha riflessi solo sulla salute psico fisica di chi vi si trincera dietro, ma secondo MINDex a risentirne sarebbe lo stesso clima aziendale e da ultimo anche il conto economico.
La repressione di ciò che ci muove dentro influenza infatti negativamente il dialogo verticale, ossia quello tra lavoratori e superiori, al punto che tre dipendenti su dieci si sentirebbero a disagio con il proprio capo. In più, allo stato attuale, solo l’8% dei lavoratori ha notato la presenza di iniziative concrete di supporto psicologico sul posto di lavoro, mentre per il 51% le policy dedicate alla salute mentale sarebbero ancora agli albori o non percepite.

In controtendenza rispetto ai dati generali, Unobravo cita l’esperienza di Paolo Griffa al Caffè Nazionale, che ha integrato il supporto psicologico in sinergia con la società di servizi psicologici online proprio per rispondere alle complessità del proprio team. In merito, dice proprio lo stesso chef owner: «Abbiamo tanti lavoratori di età diverse, tutti provenienti da varie parti d’Italia. Vengono per lavorare e qui sono senza una rete di famiglia o amici. Come supporto hanno loro stessi e il team di lavoro, senza possibilità di uno sfogo esterno per condividere i problemi, che però si riflettono sul lavoro. Di qui la loro scelta di offrirei propri collaboratori la possibilità di confrontarsi apertamente con professionisti su temi che altrimenti non avrebbero il coraggio di affrontare; oltre a interfacciarsi con tematiche più collettive per migliorare la relazione e la comunicazione di gruppo».

A sua volta, Danila De Stefano, Ceo e Founder di Unobravo, sottolinea come l’esperienza sopra riportata sia solo un esempio di come le aziende possano trattare il benessere mentale delle loro persone con un approccio che può davvero fare la differenza:
«Programmi strutturati di sostegno psicologico non sono solo un investimento nella serenità dei dipendenti: sono anche una leva diretta su clima, retention e produttività».
Secondo De Stefano, invertire la rotta è insomma possibile, e le aziende che scelgono di integrare questo tipo di supporto ne vedranno rapidamente i benefici sulla cultura organizzativa, contribuendo tra l’altro a migliorare in prospettiva il mondo del lavoro nazionale.
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