Come si lavorerà nel 2035: la sfida delle competenze secondo il Cegos Barometer

Realizzata in occasione del centenario dalla nascita, la ricerca di Cegos Group ha scattato una fotografia piuttosto precisa di come si lavorerà di qui a dieci anni, raccogliendo i punti di vista di HR e lavoratori in 11 Paesi del mondo, Italia compresa.

Più tecnologico, più flessibile e più mobile, ma anche più bisognoso di senso, competenze umane e formazione continua: è questo il lavoro del 2035 secondo la fotografia scattata dal Cegos International Barometer. Intitolata “Transformation, Skill & Learning” 2026, la ricerca è stata realizzata dal Gruppo Cegos, in occasione del suo centenario, con l’obiettivo di analizzare le trasformazioni del lavoro a livello globale e il loro impatto sulla formazione di domani. Protagonisti del campione coinvolto, oltre 5.500 lavoratori e quasi 500 Responsabili HR o Direttori/Responsabili Formazione, scelti all’interno di aziende private o pubbliche con più di 50 dipendenti di 11 diversi Paese del mondo, Italia compresa.

Il primo dato forte raccolto riguarda l’impatto dell’Intelligenza Artificiale e dell’automazione. Il 68% dei Direttori HR/Responsabili di formazione a livello globale, il 63% in Italia, le indica come le principali trasformazioni destinate a incidere sulle competenze nei prossimi due anni. Seguono, ma a distanza, l’evoluzione dei sistemi informativi e della cybersecurity, citata dal 41% degli HR, 45% in Italia, e le nuove forme di organizzazione del lavoro, come ibridazione e freelancing, indicate dal 33%, 28% in Italia. Per le Risorse Umane, dunque, la trasformazione del lavoro è letta prima di tutto attraverso la lente della tecnologia.

Dal lato dei lavoratori, però, non prevale la paura di essere sostituiti. Solo il 31% teme la scomparsa del proprio lavoro, percentuale che scende al 26% in Italia. Molto più ampia è invece la quota di chi prevede una trasformazione del proprio ruolo: il 74% a livello globale e il 69% in Italia ritiene che il contenuto del proprio lavoro cambierà. La prospettiva, quindi, non è tanto quella di una cancellazione di massa dei posti di lavoro, quanto di una loro profonda ridefinizione. Come sottolinea Emanuele Castellani, Executive Board Member del Gruppo Cegos e CEO di Cegos Italia, «i lavoratori sono consapevoli, ma non eccessivamente preoccupati».

La questione delle competenze diventa così decisiva. Secondo i Direttori HR/Responsabili della formazione, il 23% dei ruoli attuali è esposto a un rischio di obsolescenza delle competenze entro tre anni, quota che sale al 25% in Italia. Nel breve periodo, il rischio riguarda già il 13% dei ruoli, 14% in Italia. Di fronte a questo scenario, le aziende sembrano privilegiare la crescita interna rispetto al reclutamento: il 65% degli HR a livello globale dichiara di puntare sullo sviluppo delle competenze nel ruolo attuale, percentuale che in Italia si ferma al 50%, mentre il 57% lavora sulla mobilità interna verso altri ruoli, anche qui 50% in Italia. Il recruiting di nuovi profili, invece, cala al 46% a livello globale e al 33% in Italia.

Guardando al 2035, HR e lavoratori condividono una visione abbastanza convergente. Entrambi immaginano un mondo del lavoro più tecnocentrico, fondato su dati, algoritmi e IA: lo pensa il 56% sia dei lavoratori sia degli HR a livello globale, con il 52% dei lavoratori e il 58% degli HR in Italia. La seconda caratteristica attesa è la flessibilità: per il 44% dei lavoratori e il 50% degli HR il lavoro sarà più mobile e nomade, con percentuali italiane rispettivamente del 40% e del 50%. Seguono agilità e adattabilità, indicate dal 40% dei lavoratori e dal 41% degli HR, ma con un dato italiano più basso: 30% tra i lavoratori e 23% tra gli HR.

La differenza più evidente tra i due punti di vista riguarda proprio la flessibilità, più attesa dagli HR che dai lavoratori. Questo suggerisce che le aziende guardino al 2035 immaginando modelli organizzativi sempre più fluidi, mentre i lavoratori, pur accettando il cambiamento, sembrano mantenere una richiesta forte di equilibrio e significato. Non a caso, il 67% dei lavoratori dichiara di cercare più senso nel proprio lavoro rispetto a tre anni fa, dato che in Italia si attesta al 60%. La tecnologia, dunque, non cancella il bisogno di utilità, riconoscimento e coerenza con i propri valori: semmai lo rende più urgente.

Anche sulla capacità di adattarsi al futuro emerge un quadro interessante. Lavoratori ed HR mostrano una fiducia individuale elevata: i primi si attribuiscono un punteggio medio di 7,1 su 10, 6,8 in Italia, mentre gli HR arrivano a 7,2, 7,0 in Italia. La fiducia cala leggermente quando si parla della capacità delle organizzazioni di evolvere: la media è 6,9 su 10, con 6,7 in Italia per gli HR e 6,6 per i dipendenti. In altre parole, le persone si sentono abbastanza pronte, ma non sono altrettanto sicure che le aziende sappiano muoversi con la stessa rapidità.

Il tema della formazione diventa quindi il vero terreno di confronto. Il 91% degli HR considera lo sviluppo delle skill una priorità strategica per la propria organizzazione, 87% in Italia. Anche i lavoratori condividono questa convinzione, anche se con intensità minore: 78% a livello globale e 72% in Italia. Tuttavia, resta uno scarto significativo tra la percezione delle aziende e quella dei dipendenti. Il 77% degli HR ritiene la propria organizzazione agile nel rispondere ai bisogni formativi, ma il 41% dei lavoratori sostiene che la formazione arrivi troppo tardi rispetto alle necessità; in Italia questa percentuale sale al 53%. Come osserva Sara Tamburro, Head of Marketing Communication & Solutions di Cegos Italia, «la formazione viene ormai valutata anche in base alla sua accessibilità».

Sul fronte dell’IA generativa, l’adozione è già molto ampia ma ancora poco strutturata. Il 79% dei lavoratori, sia a livello globale sia in Italia, la utilizza a titolo personale, mentre l’uso professionale riguarda il 64% dei lavoratori nel mondo e il 56% in Italia. Gli HR mostrano fiducia nella capacità delle organizzazioni di integrare l’impatto delle tecnologie su ruoli e mansioni: lo dichiara l’84% a livello globale e l’85% in Italia. Ma solo il 28% delle aziende ha formalizzato e condiviso regole di utilizzo dell’IA con i collaboratori, quota che in Italia scende al 22%. Anche la formazione specifica è ancora limitata: solo il 32% dei lavoratori si è già formato sull’IA tramite community di pratica o formazione aziendale, 29% in Italia.

La ricerca mostra anche che l’IA è percepita più come leva di trasformazione che come semplice minaccia. Il 46% dei lavoratori ritiene che possa migliorare produttività e creatività, 40% in Italia, anche se il 44% riconosce il rischio di sostituzione di alcune funzioni umane, percentuale che sale al 47% in Italia. Gli HR guardano soprattutto alla performance: il 60% prevede un aumento della produttività, 48% in Italia, e il 39% una trasformazione profonda dei modi di lavorare, 30% in Italia.

Proprio per questo, la formazione del futuro dovrà essere più integrata nel lavoro quotidiano, più rapida e più personalizzata. Il 64% degli HR favorisce il learning on the job, 50% in Italia, mentre il 70% valorizza l’integrazione della formazione nelle attività reali, 65% in Italia. L’IA entra anche nei processi di Learning & Development: il 63% delle organizzazioni la utilizza già nella formazione o sta iniziando a farlo, 53% in Italia, e il 57% la impiega o prevede di impiegarla per personalizzare i percorsi formativi, 47% in Italia.

La sfida del 2035, tuttavia, non sarà solo tecnologica. Alla domanda su quale sarà la principale priorità della formazione, lavoratori ed HR indicano soprattutto lo sviluppo delle competenze umane distintive rispetto all’IA: 23% dei lavoratori e 21% degli HR a livello globale, 16% e 22% in Italia. Molto più indietro si colloca il supporto alla transizione ecologica, indicato solo dal 9% dei lavoratori e dall’8% degli HR, con percentuali italiane ancora più basse, 8% e 5%. Il lavoro del futuro, insomma, sarà sempre più aumentato dalla tecnologia, ma la sua tenuta dipenderà dalla capacità di rafforzare ciò che resta propriamente umano: spirito critico, creatività, intelligenza emotiva, cooperazione e capacità di dare senso al cambiamento.

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