Alcolismo da lavoro: la dipendenza “bella” che mi ha donato identità

Luisa Romesi rivela come il lavoro sia stata la vera dimensione che le ha permesso di realizzarsi con gioia, anche se oggi a farle compagnia al bancone del bar gli amanti di questo tipo di "drink" sono sempre di meno

di Luisa Romesi*

C’è un bicchiere che ho tenuto pieno per tutta la vita. Non l’ho mai nascosto, non me ne sono mai vergognata. Ci ho messo anni a capire cosa fosse davvero e ancora più tempo ad ammettere che non volevo smettere.
Nell’articolo sulla solitudine vi ho raccontato una fatica bellissima: quella di chi guida le persone. Faticosa, sì. Ma bella, come lo è ogni fatica che ti allena invece di piegarti. Avevo promesso che la prossima volta avremmo parlato del silenzio. Lo faremo, ma non oggi. Oggi il cuore mi porta altrove, verso un’altra fatica bella, forse quella che ho scelto: quella del lavoro, quando smette di essere un dovere e diventa una dipendenza scelta, con gioia.

IL MIO ALCOLISMO LAVORATIVO
La parola “workaholic” non è mia, nasce nel 1971, coniata da un teologo americano, Wayne Oates, che la usò come titolo di un libro semi-ironico sulla propria dipendenza dal lavoro. La costruì ricalcando “alcoholic”, quasi fosse una battuta tra colleghi. Quella battuta, cinquant’anni dopo, è diventata una categoria clinica. E a me, lo confesso, calza ancora perfettamente addosso. Con una differenza sostanziale: io, di questo mio bicchiere, non ho mai avuto voglia di disintossicarmi.

Quando ho iniziato a lavorare nella multinazionale, dopo aver lasciato l’insegnamento, non sapevo nulla delle dinamiche aziendali. Ero di un’ingenuità assoluta. Nessuno mi ha mai spiegato a voce la regola, ma dopo circa un anno l’ho compresa, chiarissima e non negoziabile: «Se non sai tutto, non conti abbastanza».

Il mondo aziendale, negli anni ’90 in cui sono cresciuta, si divideva in due: chi metteva il lavoro al primo posto, sempre, senza eccezioni, e gli altri. Per i primi la regola del club era sapere tutto, sempre. Gli altri erano i non abbastanza appassionati, e in silenzio venivano catalogati come indegni di rispetto.

Non volevo restare fuori. Volevo essere nella stanza dove si decideva, non fuori ad aspettare che qualcuno mi raccontasse com’era andata. E per stare in quella stanza, avevo capito, dovevi esserci sempre. Così ho scelto di esserci sempre. Non ho mai cambiato idea; nemmeno adesso, scrivendovelo, riesco a chiamarlo un errore.

Dal computer al Nokia. Dal BlackBerry all’iPhone. Attraverso quattro generazioni di tecnologia una cosa non è mai cambiata: non c’è stato un giorno, nemmeno in vacanza, in cui non abbia guardato i risultati di vendita o risposto a una richiesta via mail. Il telefono sempre con me, durante le passeggiate in montagna, sotto l’ombrellone in spiaggia. In quegli anni un’immagine mi accompagnava: sei come il cucchiaino nello yogurt. Essenziale, finché c’è. Ma se sparisci per troppo tempo, il barattolo si finisce comunque. Con un altro cucchiaino al posto tuo.

Sparire voleva dire diventare sostituibile. Ho avuto sempre paura di essere esclusa, dimenticata, non essenziale. Non l’ho mai detto a nessuno in azienda, ovviamente: la si sarebbe letta come debolezza, la stessa membrana di cui vi ho parlato nell’articolo sulla solitudine. L’ho detto solo a me stessa, spesso. E ancora oggi, se sono onesta, non so dirvi con certezza quanta di quella paura sia sparita e quanta si sia solo travestita da dedizione.

Negli ultimi anni, sono riuscita ad inserire “l’out of office” durante le ferie. Ogni volta è una piccola vittoria, quasi buffa, per chi per decenni ha considerato la reperibilità un segno di riconoscenza, quasi un atto d’amore verso chi mi aveva dato fiducia.

Perché qui c’è la parte che forse vi sorprenderà: nonostante quella paura, io non ho sofferto di tutto questo, o almeno, non nel modo in cui si soffre di solito. L’ho scelto. L’ho voluto. Al mio lavoro ho dato la stessa cura e attenzione di qualcosa di vivo e fragile. È stato il mio modo di ripagare un’azienda o forse le mie insicurezze, il bisogno di sentirmi finalmente abbastanza brava.

Sono stata ripagata, perché mi sono dovuta spingere oltre me stessa, per responsabilità e soddisfazioni che non avrei mai potuto immaginare, per una laureata in scienze motorie, che voleva insegnare a scuola. Il “Lavoro” mi ha costretto – ed il verbo costringere qui è una carezza – a lavorare in ambienti internazionali, tra fusi orari e lingue diverse, in call che iniziavano quando per me era già ora di cena.
Mi chiedo ancora, chi sarei diventata senza la forza immensa di questa esperienza. E non trovo mai una risposta che mi convinca del tutto.

Ho studiato scienze motorie, prima di ogni altra cosa nella mia vita. E lì ho imparato, come nello sport, che il sudore non è una sofferenza, è il segno di un allenamento. Ti bagna perché stai faticando, ti bagna perché stai costruendo qualcosa – muscolo, resistenza, capacità. Ho vissuto il lavoro esattamente allo stesso modo.

Ogni ora in più, ogni mail a cui rispondevo fuori orario, ogni vacanza interrotta da una call: non fatica subita, ma allenamento scelto. Ho avuto la stessa disciplina con cui un’atleta torna in palestra anche quando la testa chiederebbe riposo, io l’ho portata nei viaggi settimanali, con la stessa tenacia, con lo stesso orgoglio silenzioso. E come ogni allenamento vero, faceva un po’ bene e un po’ male nello stesso identico momento. È, appunto, fatica bella.

Poi è arrivata la pandemia e ha accelerato tutto quello che covava da tempo. Le nuove generazioni l’hanno sentita da subito, ma pian piano anche le altre hanno cominciato a sentirla: la necessità di vedere il lavoro come qualcosa che deve darti le risorse per vivere, non deve essere la tua vita.

Ora nessuno mi chiede più nulla quando sono in ferie, tutti sono iper rispettosi; persino il mondo aziendale americano, quello che mi ha cresciuta, è cambiato radicalmente. Essere connessi sempre, rispondere comunque anche fuori orario, non ti fa stare in nessun club. È diventata quasi un’onta.

I workaholic, quelli come me, sono spariti? Non del tutto, sono stati ribattezzati: old school. Chi oggi chiude tutto, stacca davvero, silenzia le notifiche e non risponde per due settimane, è quello fresco, nuovo, sano.

E io, con tutta l’ironia e tutta la tenerezza che riesco a mettere in questa frase, mi tengo il mio alcolismo da lavoro, fa parte della mia vita. Anche se ora, al bancone, sono spesso sola.
Il non essermi mai disintossicata è stata una scelta mia, ripetuta ogni volta che avrei potuto fermarmi e non l’ho fatto. Non so ancora oggi dirvi con sicurezza se sia stata la scelta giusta. So che mi ha resa quello che sono.

Al bancone, ora, sono spesso sola. Il mondo intorno ha smesso di bere insieme a me, e mi guarda con la stessa tenerezza un po’ ironica con cui si guarda chi è rimasto fedele a un vecchio vizio. Ma quando la sera mi verso ancora da bere il mio lavoro, non è resistenza. È che il gusto, quello, non è mai cambiato. E non sono sicura di volere che cambi!
Siamo sempre UNCONVENTIONAL!

*Chi sono

Laureata in Scienze Motorie all’Università degli Studi di Roma “ Foro Italico”, ho costruito un percorso formativo diventando Coach certificata ICF e conseguendo un Master di II livello in Medicina Naturale all’Università degli Studi di Roma “ Tor Vergata”. Nel mio attuale ruolo di VP Geo Italy per Foot Locker, seguo strategicamente un network di 157 punti vendita sul territorio nazionale, con l’obiettivo di migliorare le performance degli store, contribuendo allo sviluppo delle persone all’interno dell’azienda. La mia filosofia professionale si fonda sull’agilità, con una forte attitudine al teamworking e con spiccate capacità di comunicazione e di relazione interpersonale, qualità che ho sviluppato grazie alla mia esperienza sul campo.

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