Mattering, il bisogno di contare al lavoro oltre stipendio e ruolo
La nostra autrice Gaia Elisa Rossi spiega perché è così importante sentirsi valorizzati nel nostro ambiente di lavoro e al contempo quanto il contrario possa produrre disingaggio e maggiore rischio di burnout
di Gaia Elisa Rossi*

C’è qualcosa che noi esseri umani cerchiamo sul posto di lavoro, e che raramente ammettiamo di cercare. Non è solo uno stipendio adeguato, né un ruolo prestigioso, o la flessibilità degli orari. È qualcosa di più necessario: la sensazione di contare. Di essere notati quando si entra in una stanza. Di essere cercati quando non si è presenti. Di lasciare un’impronta nel contesto in cui si lavora, giorno dopo giorno.
In psicologia questo concetto ha un nome preciso: si parla infatti di “mattering”. E la ricerca suggerisce che sia uno dei predittori più solidi di benessere, tanto nella vita personale quanto in quella professionale.
Sentirsi importanti non è questione di vanità: è un bisogno umano fondamentale e ignorarlo ha conseguenze tangibili. Le persone che percepiscono di non contare – di essere intercambiabili, invisibili, facilmente sostituibili – mostrano tassi più alti di burnout, ansia, autocritica e insoddisfazione lavorativa. Al contrario, chi sente di avere un peso specifico nel proprio contesto sperimenta maggiore autocompassione, relazioni più solide e una fiducia più stabile nella propria capacità di raggiungere gli obiettivi.
Il mattering ha due componenti distinte. La prima è il sentirsi valorizzati: essere ascoltati, apprezzati, considerati. La seconda è aggiungere valore: sentire che ciò che si fa ha un impatto, che la propria presenza fa la differenza. Entrambe le componenti sono necessarie. Si può ricevere apprezzamento senza sentirsi davvero utili, e si può lavorare duramente senza mai sentirsi riconosciuti. Quando mancano entrambe le dimensioni, il lavoro diventa un luogo in cui ci si sente alienati.
Vale anche la pena distinguere il mattering dall’autostima. Sono concetti correlati, ma non sovrapponibili. Si può avere una buona opinione di sé, sentirsi competenti e capaci, e nonostante questo non sentirsi importanti per nessuno. L’autostima riguarda il rapporto con se stessi. Il mattering riguarda il rapporto con il mondo. E spesso è proprio questa seconda dimensione a fare la differenza tra chi sta bene al lavoro e chi, pur essendo bravo in quello che fa, si sente costantemente ai margini.
Dunque, quali sono i passi concreti per sentire di contare di più sul lavoro?
Una prima cosa da fare è identificare i propri punti di forza, non nel senso generico di “cosa so fare”, ma in un senso più preciso: cosa so fare bene, cosa scelgo di fare e, soprattutto, cosa mi fa sentire vivo mentre lo faccio. Questa distinzione è importante perché molte persone sono competenti in cose che le lasciano indifferenti o le svuotano. I veri punti di forza sono quelli che energizzano, non solo quelli che producono risultati. Riconoscerli aiuta a capire dove e come il proprio contributo abbia maggiore peso, non solo per gli altri, ma anche per noi – e dunque dove è più probabile sentirsi davvero importanti.
Una seconda leva riguarda il contesto lavorativo. Vale la pena chiedersi con onestà: in quali aspetti del mio lavoro mi sento capace e in controllo? In quali momenti sento che quello che faccio fa la differenza? E, di conseguenza: in quali situazioni invece mi sento invisibile o intercambiabile? Le risposte a queste domande non servono solo a fare un bilancio, ma a orientare le proprie scelte: come impiegare il proprio tempo, quali relazioni coltivare, cosa comunicare ai colleghi e ai responsabili.
Le relazioni, in questo senso, sono decisive. Non tutte le connessioni professionali contribuiscono allo stesso modo al senso di importanza. Alcune persone ci rimandano costantemente l’idea che il nostro contributo conti; altre, anche senza volerlo, ci fanno sentire irrilevanti. È dunque fondamentale, per il proprio benessere, scegliere consapevolmente con chi investire tempo ed energia, e ridurre l’esposizione a dinamiche che erodono sistematicamente il senso di valore personale.
C’è poi un aspetto che spesso viene trascurato: la tendenza a incolpare se stessi quando non ci si sente valorizzati. In molti casi, la sensazione di non contare non nasce tanto da un difetto personale, ma da contesti che strutturalmente non riconoscono persone, competenze, modi di lavorare. Sapere riconoscere queste dinamiche che potremmo star vivendo quotidianamente e che derivano dal contesto in cui siamo immersi è il primo passo per comprendere che questi messaggi non sono rivolti a noi in quanto persone.
Quando arriva il pensiero “non conto niente qui”, invece di lasciarlo sedimentare, vale la pena osservarlo senza fondersi con esso. È utile notarlo, nominarlo, e poi cercare momenti in cui hai sentito di contare qualcosa: il collega che ha chiesto la tua opinione ieri, il cliente che ha scritto per ringraziarti, la riunione in cui qualcuno ha ripreso un tuo punto e lo ha attribuito a te. Questi momenti esistono. Spesso li lasciamo scorrere senza registrarli davvero, mentre teniamo ben fermi nella mente i segnali negativi.
Sentirsi importanti non dipende solo da ciò che gli altri fanno o non fanno. Dipende anche da quanto siamo allenati a riconoscere le prove che già esistono, e a costruire attivamente i contesti in cui quelle prove possono moltiplicarsi in modo fertile.

*Chi è l’autrice
Gaia Elisa Rossi è una psicologa clinica specializzata nella psicologia della performance. Appassionata di prestigiazione fin da bambina, ha calcato palcoscenici internazionali arrivando in finale ai campionati mondiali di magia. L’esperienza nel mondo dello spettacolo arricchisce la sua pratica clinica permettendole di comprendere e supportare al meglio i pazienti nelle situazioni ad alto stress, offrendo un approccio che bilancia concretezza e profondità. È inoltre attiva in progetti che intrecciano psicologia e magia, per il pubblico italiano e internazionale.
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