Soft skill decisive per innovare: il punto di vista degli HR leader

Realizzata negli Stati Uniti su un campione di oltre 500 responsabili HR, la ricerca IWG Human Skills Economy sottolinea la centralità di competenze come empatia, giudizio e creatività per la crescita reale delle aziende alle prese con la rivoluzione portata dall'AI nel mondo del lavoro

Per nove leader HR su dieci, la carenza di soft skill rappresenta un rischio concreto per l’innovazione delle imprese. A metterlo in evidenza è stata la ricerca “IWG Human Skills Economy”, realizzata nell’aprile 2026 da Mortar Research per International Workplace Group su un campione di 510 responsabili delle risorse umane, del recruiting e delle assunzioni negli Stati Uniti. Empatia, capacità di giudizio, creatività e leadership diventano così elementi centrali in una fase nella quale l’intelligenza artificiale sta modificando profondamente l’organizzazione del lavoro.

Lo studio descrive l’affermazione di una nuova “Human Skills Economy“, nella quale la competitività delle aziende dipende non soltanto dall’adozione delle tecnologie, ma dalla capacità di far collaborare persone e strumenti digitali. L’intelligenza artificiale è già entrata nei flussi di lavoro quotidiani: il 73% dei team che operano in modalità ibrida utilizza applicazioni come ChatGPT, mentre l’82% delle imprese offre percorsi di formazione dedicati. Tuttavia, meno della metà dei responsabili HR ritiene che la propria organizzazione stia riuscendo a colmare efficacemente il divario di competenze.

Il problema non riguarda quindi soltanto l’accesso alla tecnologia, ma il modo in cui viene utilizzata. In questo scenario acquista importanza l’AI Literacy, intesa come la capacità di applicare concretamente gli strumenti di intelligenza artificiale alle attività quotidiane, migliorando la produttività e favorendo nuove modalità di pensiero. I lavoratori più giovani svolgono già un ruolo rilevante in questo processo: quasi due terzi aiutano i colleghi ad adottare l’AI, attraverso attività di formazione pratica o integrandola direttamente nei flussi operativi.

La familiarità con la tecnologia, però, non è sufficiente. La riduzione delle opportunità lavorative nelle posizioni entry-level spinge le aziende a ridefinire i criteri con cui valutano candidati e collaboratori. Secondo la ricerca, per il 66% dei responsabili HR la capacità di dimostrare qualità umane rappresenta il fattore più importante durante la selezione, davanti all’esperienza professionale, alle competenze tecniche e al titolo di studio. Pur considerando penalizzante la mancanza di competenze tecnologiche, le imprese sembrano quindi attribuire un peso crescente alle caratteristiche personali e relazionali.

I leader HR individuano inoltre alcuni confini che l’intelligenza artificiale difficilmente riuscirà a superare. Il 65% ritiene che la tecnologia non potrà replicare pienamente l’empatia umana, mentre il 64% ne sottolinea i limiti nei processi decisionali complessi. Per più della metà del campione, anche la leadership continuerà a essere una prerogativa delle persone. Più sfumato, invece, il giudizio sulla creatività: soltanto il 40% degli intervistati pensa che rimarrà completamente fuori dalla portata dell’AI.

Cambiano anche le modalità con cui le aziende analizzano i percorsi professionali. Il 45% dei datori di lavoro dichiara di prestare maggiore attenzione al contesto in cui sono avvenuti cambiamenti di carriera o periodi di inattività, con l’obiettivo di comprendere meglio la traiettoria complessiva dei candidati. Il potenziale di una persona viene così valutato attraverso una lettura meno lineare del curriculum, capace di considerare esperienze, capacità di adattamento e competenze maturate anche al di fuori dei percorsi tradizionali.

Il lavoro ibrido viene indicato come uno degli ambienti più adatti a sviluppare queste qualità. Per il 55% dei responsabili HR, infatti, i modelli flessibili favoriscono la fiducia e la collaborazione, creando le condizioni affinché persone e tecnologia possano operare come alleati. La possibilità di alternare momenti di concentrazione individuale e occasioni di confronto consente alle organizzazioni di sfruttare l’efficienza degli strumenti digitali senza indebolire la dimensione relazionale del lavoro.

«Ogni grande transizione tecnologica ha ridefinito il nostro modo di lavorare: dalla nascita di Internet alle e-mail, fino agli smartphone. L’intelligenza artificiale non fa eccezione, ma ciò che rende unico questo momento sono la velocità e la portata del cambiamento», ha osservato Mark Dixon, Ceo e fondatore di International Workplace Group, secondo il quale il vantaggio competitivo andrà alle organizzazioni capaci di combinare l’efficienza dell’AI con le competenze umane che alimentano innovazione, leadership e crescita.

SEGUI LA DIRETTA DI: