Dalla bocciatura al lavoro: perché (e come) proteggere l’autostima

Gi Edu, la divisione di Gi Group che mette in connessione, scuola e mercato del lavoro, spiega come evitare che il rientro in classe dei ragazzi bocciati finisca per comprometterne la fiducia in sé stessi minandone anche il futuro professionale

Per un ragazzo bocciato, il momento più difficile potrebbe non essere quello in cui arriva la notizia della mancata promozione, ma il ritorno tra i banchi a settembre. A richiamare l’attenzione su questa fase è Alessandro Nodari, Responsabile di Gi Edu, la divisione di Gi Group che costruisce connessioni tra scuola, università, ITS e mercato del lavoro, accompagnando i giovani nelle scelte formative e nel percorso di avvicinamento alla vita professionale.

«Il momento più delicato di una bocciatura non coincide necessariamente con l’esito alla fine dell’anno scolastico. È spesso il rientro a scuola a riportare in primo piano il confronto con i vecchi compagni, il timore del giudizio e la difficoltà di inserirsi in una nuova classe», spiega Nodari. Per questo è importante che lo studente non percepisca il nuovo anno come la replica di quello precedente, ma come «una ripartenza costruita su obiettivi, abitudini e relazioni differenti».

La questione non riguarda soltanto il rendimento scolastico. Vergogna, paura di non farcela e sensazione di essere rimasti indietro possono incidere sulla percezione che il ragazzo sviluppa delle proprie capacità. Ed è proprio in questa fase che il comportamento della famiglia può aiutare a ricostruire fiducia e autonomia oppure, al contrario, rafforzare l’idea che la bocciatura rappresenti una sorta di marchio destinato ad accompagnarlo anche nelle scelte successive.

Da qui le indicazioni di Gi Edu alle famiglie, a partire da un principio: evitare i confronti. Frasi come «Tra i figli delle mie amiche nessuno è stato bocciato» rischiano di accentuare la distanza percepita rispetto ai coetanei. Ogni studente ha tempi, difficoltà e punti di forza differenti: più utile spostare l’attenzione da ciò che gli altri hanno raggiunto agli obiettivi concreti sui quali lavorare nel nuovo anno.

Allo stesso modo, dopo una bocciatura può essere naturale per un genitore aumentare il controllo su registro elettronico, voti, compiti e assenze. Ma una sorveglianza continua rischia di comunicare soprattutto sfiducia. L’alternativa suggerita è concordare momenti di confronto, mantenere il dialogo con la scuola e lasciare progressivamente al ragazzo lo spazio per assumersi nuove responsabilità.

La bocciatura non dovrebbe neppure diventare un tabù familiare. Cercare di nascondere quanto accaduto per proteggere il figlio dal giudizio esterno può finire per trasmettere proprio l’idea che ci sia qualcosa di cui vergognarsi. Meglio parlarne con naturalezza, senza minimizzare l’insuccesso ma senza permettere che diventi un’etichetta con cui definire il ragazzo.

C’è poi un passaggio più profondo: capire perché la bocciatura sia avvenuta. «Quando le difficoltà dipendono da una scelta scolastica poco coerente con interessi e attitudini, può essere utile valutare un percorso di riorientamento con il supporto di docenti, tutor e professionisti», sottolinea Nodari. Insistere a ogni costo sullo stesso percorso soltanto perché vi sono già stati investiti uno o più anni può quindi essere controproducente. Cambiare indirizzo, quando necessario, non significa arrendersi, ma riconoscere in modo più consapevole inclinazioni e possibilità.

Anche il rapporto con la scuola richiede equilibrio. Confrontarsi con gli insegnanti può servire a comprendere che cosa non abbia funzionato e come ripartire; trasformare invece il dialogo in uno scontro o delegittimare i docenti davanti al ragazzo rischia di indebolire il rapporto di fiducia con la scuola e di spostare completamente all’esterno la responsabilità dell’insuccesso.

Infine, sport e attività extrascolastiche non dovrebbero diventare una moneta di scambio: «Finché i voti non migliorano, niente allenamenti» è uno degli approcci che Gi Edu invita a evitare. Quelle esperienze possono rappresentare infatti spazi importanti di socialità e gratificazione, nei quali il ragazzo continua a sperimentare competenza e appartenenza. Contribuiscono inoltre allo sviluppo di soft skills che potranno rivelarsi preziose anche nel mondo del lavoro. Più utile, quindi, aiutarlo a riorganizzare tempi e impegni, costruendo un nuovo equilibrio tra studio e attività personali.

La famiglia può dunque svolgere un ruolo decisivo non sostituendosi al ragazzo, ma aiutandolo a leggere ciò che è accaduto e a individuare nuove direzioni. Per Gi Edu, l’orientamento parte proprio dalla capacità di mettere i giovani nelle condizioni di conoscere meglio passioni e inclinazioni, così da compiere scelte formative più coerenti. Un lavoro che coinvolge tutte le figure educative responsabili, in definitiva, che permetterà al ragazzo di imparare ad affrontare gli errori, ad assumersi responsabilità e a ripartire: tutti elementi fondamentali per prepararsi al futuro ingresso nel mondo del lavoro.

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