Imparare a dire di no è possibile ed è utile: a noi e al nostro lavoro

Nel nuovo articolo della sua rubrica Gaia Elisa Rossi ci aiuta a capire come diventare davvero assertivi quando ci rendiamo conto di non poter svolgere al meglio un compito che ci viene richiesto, liberando energia davvero preziosa in ogni ambito delle nostre vite

di Gaia Elisa Rossi*

C’è una parola di due lettere che molte persone fanno fatica a pronunciare al lavoro. Non per mancanza di vocabolario, ma per tutto quello che ci mettono intorno: il timore di deludere, la paura di sembrare poco collaborativi, il senso di colpa che arriva subito dopo, la voce che dice che un professionista serio dovrebbe riuscire a fare tutto.
Dire no, nel mondo del lavoro, è ancora percepito come un atto rischioso. Eppure è esattamente il contrario: è uno degli strumenti più potenti per proteggere la propria energia, la qualità del lavoro e, nel tempo, la carriera stessa.

Il problema non è la mancanza di volontà. È che siamo animali sociali, programmati per la reciprocità. Dire no attiva una risposta quasi istintiva di allarme: potrebbe rompere un legame, deludere qualcuno, chiudere una porta. Ogni opportunità rifiutata viene percepita così pesante da sembrare irrecuperabile. Questa sensazione è reale, ma raramente corrisponde alla realtà. Le persone che temiamo di deludere, nella maggior parte dei casi, procedono nella loro giornata. Le opportunità che sembrano uniche spesso tornano, o ne arrivano altre.

Quello che non torna, invece, è il tempo e l’energia spesi ad accontentare tutto e tutti.
Viviamo in una cultura del sì. L’idea implicita è che chi avanza sia chi non si tira mai indietro, chi accetta ogni progetto, ogni richiesta, ogni compito aggiuntivo. Ma c’è un punto in cui il sì a tutto diventa il modo più efficace per fare tutto male. Quando le risorse sono finite e i compiti continuano ad accumularsi, non è la qualità del lavoro a soffrire per prima: è la persona che lo fa.

Imparare a dire no, allora, non è egoismo. È gestione delle risorse. Ed è anche, paradossalmente, il modo per dire sì in maniera più piena e più presente quando conta davvero.
Una distinzione utile arriva dalla ricerca: c’è differenza tra dire “non posso” e dire “non lo faccio”. Il primo suona come una scusa temporanea aperta alla trattativa. Il secondo comunica una scelta stabile.

«Non partecipo alle call fuori orario» è più solido di «in questo momento non riesco». È meno negoziabile, non perché sia aggressivo, ma perché è chiaro. E la chiarezza, nelle relazioni professionali, riduce il conflitto più di quanto lo generi.
Un altro strumento pratico è avere alcune frasi già pronte per le situazioni ricorrenti. Il punto non è essere freddi o meccanici ma perché, nel momento in cui si riceve una richiesta inaspettata, il cervello tende ad attivare la risposta automatica – che per molte persone è il sì. Avere frasi pronte cambia quella risposta involontaria. Non serve inventare scuse elaborate: «Ho già il calendario pieno in quel periodo» oppure «Non sono la persona giusta per questo compito, il mio carico non mi permetterebbe di farlo bene» sono risposte complete, rispettose e difficili da contestare.

Un esercizio utile è iniziare a dire no nelle situazioni a basso rischio, quando le conseguenze sono minime. Il collega che chiede un piccolo favore, l’invito a una riunione in cui la tua presenza non è davvero necessaria. Allenarsi nell’assertività quando la posta in gioco è bassa costruisce una risposta più solida per quando la pressione è alta.

C’è poi la questione del contesto gerarchico, che rende tutto più complicato. Ma anche lì esiste un margine. Quando il carico di lavoro diventa insostenibile, segnalarlo non è debolezza: è informazione utile per chi coordina. Dire «ho già questi tre progetti in corso e non voglio sacrificare la qualità» è diverso da dire «non voglio farlo» . È una comunicazione professionale che aiuta a gestire le priorità, non una resistenza.

Vale anche la pena ricordare che la nostra percezione di quanto stiamo risultando assertivi è quasi sempre più alta della realtà. Chi riceve il nostro no, nella maggior parte dei casi, non lo vive come uno scontro. Lo vive come una risposta. Spesso siamo noi a moltiplicare il peso di quella parola, non l’altra persona.

Il vero cambiamento, però, è qualcosa di più profondo. Riguarda il rapporto con sé stessi. Ogni no è anche un sì a qualcos’altro: a un progetto a cui tenere davvero, a un pomeriggio libero, a una conversazione che si ha il tempo di fare bene. Quando si smette di vivere il rifiuto come una perdita e si inizia a vederlo come una scelta, qualcosa si allenta: ci si dà la possibilità di avere maggiore controllo sul proprio tempo.

Chi impara a dire no non fa meno. Spesso fa di più, e meglio, perché non si disperde energia in compiti poco utili, e la si mantiene nella direzione che ci interessa davvero. Ecco che può avvenire un cambiamento: non si vive più la propria agenda come qualcosa che accade, ma come qualcosa che si sceglie, giorno dopo giorno.

*Chi è l’autrice

Gaia Elisa Rossi è una psicologa clinica specializzata nella psicologia della performance. Appassionata di prestigiazione fin da bambina, ha calcato palcoscenici internazionali arrivando in finale ai campionati mondiali di magia. L’esperienza nel mondo dello spettacolo arricchisce la sua pratica clinica permettendole di comprendere e supportare al meglio i pazienti nelle situazioni ad alto stress, offrendo un approccio che bilancia concretezza e profondità. È inoltre attiva in progetti che intrecciano psicologia e magia, per il pubblico italiano e internazionale.

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