L’evoluzione non ricomincia mai da zero: il potere della transilienza secondo me
Nel nuovo articolo la contributor Emilia Iuliano si sofferma sulle connessioni tra il proprio percorso professionale ed esistenziale e la riflessione al centro dell'ultimo libro di Riccarda Zezza intitolato "Il potere della transilienza. Trasferire le competenze tra i ruoli della vita" (FrancoAngeli), presentato all'ultima edizione di BIS lo scorso 19 maggio.
di Emilia A. C. Iuliano*

Ogni transizione porta con sé una domanda implicita: che cosa resta di ciò che abbiamo vissuto quando cambiamo ruolo, organizzazione, professione o fase della vita?
Siamo abituati a raccontare questi passaggi come punti di arrivo o nuovi inizi. Più raramente ci soffermiamo su ciò che continua ad accompagnarci: competenze, certo, ma anche modi di osservare la realtà, valori, convinzioni, relazioni e parti della nostra identità che trovano nuove forme di espressione.
Ho incontrato il concetto di transilienza grazie al lavoro di Riccarda Zezza, con la quale ho avuto il piacere di confrontarmi dopo la sua partecipazione all‘ultima edizione di BIS – Benessere, Inclusione e Sostenibilità, organizzata da People are People. Quel dialogo ha arricchito una riflessione che sentivo già vicina al mio modo di leggere l’apprendimento, le transizioni e lo sviluppo del potenziale umano e che ho ritrovato, approfondita, nel suo recentissimo libro “Il potere della transilienza. Trasferire le competenze tra i ruoli della vita” (Franco Angeli). Questa lettura mi ha offerto una cornice capace di dare nome e maggiore consapevolezza a una pratica che, negli anni, aveva orientato il mio percorso personale e professionale.
Riccarda Zezza definisce la transilienza come la meta-competenza che permette di trasferire intenzionalmente risorse, competenze, energie, comportamenti e significati tra i diversi ruoli che abitiamo, superando la tradizionale separazione tra vita professionale e vita privata. È una prospettiva che considero particolarmente preziosa in un tempo in cui le transizioni sono sempre più frequenti e le identità professionali sempre meno lineari.
Ripensando al mio percorso, ad esempio, mi accorgo di non aver mai vissuto i cambiamenti come cesure o ripartenze da zero. Ogni passaggio è stato un’occasione per ampliare ciò che avevo costruito in precedenza, mantenendo una direzione rimasta sorprendentemente coerente nel tempo.
Sono stata giornalista, docente universitaria a contratto, content strategist, project manager, people manager. Oggi sono Coach Evolutiva, consulente HR, educatrice alla teatralità e co-fondatrice di ARUNA lab.
Quello che è cambiato sono stati i contesti. Non la domanda che li attraversava.
E allora mi sono posta alcune domande, per le quali voglio condividere le risposte.
A partire da questa consapevolezza, come è possibile creare le condizioni perché persone e gruppi possano riconoscere, esprimere e sviluppare il proprio potenziale?
Nel mio percorso, guardando indietro, mi accorgo che ogni esperienza ha ampliato la successiva.
Il giornalismo mi ha insegnato l’ascolto, l’osservazione e la costruzione di significato. L’università la facilitazione dell’apprendimento e la capacità di rendere accessibili contenuti complessi. Il project management ha sviluppato il mio sguardo sistemico e la capacità di orientarmi nella complessità. L’esperienza nelle risorse umane ha rafforzato la comprensione delle dinamiche organizzative e dello sviluppo delle persone. L’educazione alla teatralità ha aggiunto valore alla presenza e al linguaggio non verbale, il focus sulla relazione e sul qui e ora.
Il coaching, oggi, tiene insieme queste dimensioni in una pratica che continua a evolvere.
La definizione di transilienza proposta da Riccarda Zezza mi ha offerto una cornice preziosa per rileggere questo percorso. Nella mia esperienza, questa capacità di trasferire intenzionalmente risorse tra ruoli si accompagna a un altro processo che sento altrettanto significativo: le esperienze, mentre dialogano tra loro, continuano a generare nuovi apprendimenti. Ogni ruolo porta qualcosa agli altri e, allo stesso tempo, viene arricchito da essi. È una dinamica di integrazione continua che rende l’identità personale e professionale un processo vivo, in costante evoluzione.
Questo dialogo non riguarda soltanto le esperienze che si susseguono nel tempo. Riguarda anche quelle che viviamo contemporaneamente. Essere coach influenza il mio modo di essere educatrice; l’educazione alla teatralità amplia il mio lavoro di consulente HR; la consulenza organizzativa arricchisce il coaching. Allo stesso modo, essere stata figlia e poi negli ultimi anni caregiver dei miei genitori, e ancora essere sorella, moglie, madre, amica continua ogni giorno a nutrire il mio modo di ascoltare, accompagnare, leggere la complessità e costruire relazioni. E, nello stesso tempo, le competenze che coltivo nel mio lavoro modificano il modo in cui vivo questi ruoli personali. È come se ogni esperienza contribuisse a co-creare tutte le altre.
Mi piace immaginare l’identità non come una somma di ruoli distinti, ma come una trama. Ogni filo mantiene la propria specificità, ma acquista significato nell’intreccio con gli altri. È proprio in quell’intreccio che riconosco uno degli aspetti più generativi della transilienza: il dialogo continuo tra esperienze che si influenzano reciprocamente, si integrano e continuano a generare nuove possibilità di evoluzione.
Ripensando al mio percorso attraverso i Livelli Logici di Robert Dilts, mi accorgo che le transizioni non hanno riguardato soltanto il livello delle competenze. Ho portato con me conoscenze e capacità, certamente, ma anche convinzioni, valori, modi di interpretare la realtà e, soprattutto, una missione professionale che ha assunto forme differenti senza mai perdere la propria direzione: accompagnare lo sviluppo del potenziale umano.
È forse anche per questo che ho sempre fatto fatica a distinguere nettamente tra competenze personali e professionali. La capacità di ascoltare, di stare nell’incertezza, di leggere i sistemi, di costruire relazioni, di accogliere la vulnerabilità o di generare fiducia non appartengono esclusivamente a un ruolo. Sono apprendimenti che la vita consegna nella sua interezza e che possono diventare risorse preziose in ogni contesto.
Questa prospettiva ha cambiato profondamente anche il mio modo di accompagnare le persone.
Nel coaching incontro spesso professionisti che stanno attraversando una transizione: un cambio di ruolo, di organizzazione, una ripartenza dopo una pausa, una ridefinizione della propria identità professionale. In questi momenti emerge spesso una domanda implicita: sarò all’altezza di ciò che mi aspetta?
Con il tempo mi sono accorta che esiste una domanda ancora più generativa ed è: che cosa porti già con te?
Quali competenze, quali modi di stare in relazione, quali apprendimenti hai costruito attraversando esperienze diverse? Quali risorse, forse maturate in contesti che oggi sembrano lontani, possono continuare a generare valore anche nella direzione che stai scegliendo?
Negli ultimi mesi questa riflessione ha trovato una conferma particolarmente significativa. Una coachee, durante il percorso svolto insieme, aveva già incontrato il concetto di transilienza nel proprio cammino professionale. Al termine del coaching non aveva soltanto raggiunto con successo l’obiettivo definito all’inizio del percorso: aveva anche realizzato un importante cambiamento professionale che desiderava da tempo. Osservando il modo in cui stava affrontando questo nuovo inizio, mi sono resa conto che il risultato più importante non era rappresentato dal traguardo raggiunto, ma dalla qualità dello sguardo con cui lo stava vivendo. Non stava iniziando da capo.
Stava entrando in una nuova esperienza portando con sé, in modo pienamente consapevole, il patrimonio costruito negli anni: competenze, valori, relazioni, apprendimenti, fiducia nelle proprie risorse. Tutto questo non veniva semplicemente trasferito nel nuovo ruolo, ma continuava a dialogare con ciò che stava emergendo, generando nuove possibilità di evoluzione.
È stato in quel momento che la transilienza ha assunto, ai miei occhi, una concretezza ancora maggiore.
In questo senso, il coaching offre uno spazio in cui il processo descritto dalla transilienza può diventare pienamente consapevole. La persona riconosce ciò che ogni esperienza le ha lasciato, lo integra con i nuovi apprendimenti e lo mette intenzionalmente a disposizione delle esperienze successive e di quelle che sta vivendo nel presente. È un processo continuo di co-creazione, nel quale ogni esperienza entra in dialogo con le altre, genera nuovi apprendimenti e contribuisce all’evoluzione della persona nella sua interezza.
Forse è anche per questo che sento la transilienza profondamente vicina al mindset del coach, dell’educatore e dell’educatore alla teatralità. Tutti condividono una disposizione permanente all’apprendimento. Ogni incontro, ogni gruppo, ogni relazione, ogni progetto e ogni esperienza diventano occasioni per osservare, riflettere, attribuire significato e continuare a crescere come”
professionisti e come persone.
C’è una domanda che accompagna costantemente la mia pratica: che cosa mi porto a casa da questa esperienza?
Non è una domanda che nasce alla fine di un progetto, ma una postura con cui abitare ogni esperienza. La risposta non rimane mai patrimonio personale. Diventa parte del mio modo di essere presente nella relazione e si traduce in nuove possibilità che metto nuovamente a disposizione delle persone, dei gruppi e delle organizzazioni con cui lavoro. Ogni esperienza continua così ad alimentare quelle successive, in un processo di apprendimento che non conosce interruzioni tra vita personale e professionale.
Credo che questa prospettiva possa offrire uno spunto importante anche alle organizzazioni.
Per lungo tempo abbiamo osservato le persone soprattutto attraverso il ruolo che ricoprivano o le competenze richieste dalla posizione. La transilienza ci invita ad ampliare questa lettura. Ogni persona porta con sé un patrimonio molto più ampio, costruito attraversando esperienze professionali e personali, successi e difficoltà, responsabilità, relazioni e transizioni. Imparare a riconoscere questo patrimonio significa valorizzare un potenziale che spesso rimane invisibile e creare contesti in cui l’apprendimento continuo diventa parte integrante della cultura organizzativa.
Guardando oggi al mio percorso, non vedo una successione di professioni. Vedo una trama di esperienze che continuano a dialogare tra loro. Ogni ruolo ha lasciato qualcosa agli altri e, allo stesso tempo, è stato modificato da essi. È in questo intreccio che riconosco la continuità del mio cammino e il senso più profondo del mio lavoro.
La transilienza mi ha aiutato a dare un nome a questa continuità.
E forse il suo contributo più prezioso è ricordarci che nessuna esperienza si esaurisce nel momento in cui termina. Ognuna continua a vivere nelle altre, contribuendo a “co-creare la nostra identità, il nostro modo di stare nelle relazioni e le possibilità che sapremo generare in futuro.
Più rifletto sulla transilienza, dunque, più la riconosco come un modo di attraversare le esperienze con disponibilità all’apprendimento, integrando ciò che emerge e rimettendolo continuamente in circolo.
È una postura che sento profondamente vicina al coaching, all’educazione e all’educazione alla teatralità: ogni esperienza può continuare a generare valore, se scegliamo intenzionalmente di riconoscerlo, attribuirgli significato e metterlo a disposizione delle esperienze che verranno e di quelle che stiamo vivendo nel presente.
Perché evolvere non significa lasciare indietro ciò che siamo stati.
Significa permettere a tutto ciò che abbiamo vissuto di continuare a dialogare, generando nuove possibilità di essere, di apprendere e di contribuire, come persone e come professionisti.
* Chi sono

Credo nello sviluppo dell’individuo come via per generare sviluppo del potenziale umano personale, sistemico e sociale.Coach Evolutiva, con credenziali ACC ICF (International Coaching Federation), integro coaching evolutivo ed educazione alla teatralità per favorire consapevolezza, apprendimento e cambiamento autentico.Dopo un lungo percorso come Giornalista, Docente Universitaria a contratto, Project Manager e People Manager, oggi accompagno persone e organizzazioni a definire obiettivi significativi e a tradurli in azioni coerenti, allenando presenza, fiducia e co-creazione. Il mio lavoro promuove relazioni consapevoli, ambienti generativi e una cultura della crescita condivisa.
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