Riccarda Zezza e la vita “a cerchi concentrici”: il lavoro non basta a definire chi siamo

Nel nuovo libro “Il potere della transilienza” (FrancoAngeli), in uscita il 24 giugno, l’autrice mette a fuoco una meta-competenza che ridisegna il rapporto tra identità, ruoli e lavoro. Dati, ricerche e storie raccolti in oltre dieci anni di indagini con Lifeed mostrano come le competenze si muovono tra le diverse dimensioni della vita, spesso ignorate dalle organizzazioni

Per anni il lavoro è stato raccontato come un recinto. Dentro, la performance. Fuori, tutto il resto: famiglia, cura, relazioni, passioni. Una separazione comoda, ma sempre più difficile da sostenere.
Ne scrive Riccarda Zezza ne Il potere della transilienza, il suo nuovo libro pubblicato da FrancoAngeli, con la prefazione di Tomas Chamorro-Premuzic, professore di psicologia organizzativa alla UCL e alla Columbia University. Il volume mette a sistema anni di ricerca e sperimentazione sul campo e prova a ribaltare un assunto diffuso: che le competenze restino confinate nei ruoli in cui nascono.

La parola chiave è “transilienza”, entrata nel 2023 tra i neologismi Treccani come «la meta-competenza che consente di trasferire intenzionalmente risorse (competenze, comportamenti, significati, energie) tra i propri ruoli». Zezza la porta avanti da oltre un decennio, a partire da MAAM (la maternità è un master che rende più forti uomini e donne), scritto con Andrea Vitullo, e poi attraverso Lifeed, realtà da lei co-fondata nel 2015.
«Andrea Vitullo e io l’abbiamo scoperta, o meglio: ipotizzata» aveva spiegato Zezza dal palco del nostro maggiore appuntamento con il pubblico delle imprese – la terza edizione di BIS (Benessere, Inclusione, Sostenibilità), lo scorso 19 maggio. «Abbiamo immaginato che esistesse una competenza capace di permetterci di trasferire risorse tra i diversi ruoli della nostra vita. Siamo partiti osservando la maternità. Ci eravamo accorti che sviluppava competenze enormi nelle persone, ma che quelle competenze non “atterravano” nel lavoro. E allora ci siamo chiesti: perché le risorse che maturiamo in un ruolo non passano automaticamente negli altri?»
Attraverso il lavoro di Lifeed il concetto è stato osservato, testato e misurato su larga scala. «Dodici anni e oltre 70mila persone dopo, possiamo dire che questa capacità esiste davvero» racconta l’autrice. «In questi anni, con Lifeed, abbiamo coinvolto più di 100 organizzazioni e decine di migliaia di persone in Italia e all’estero, aiutandole a sperimentare concretamente la transilienza».
Nel libro, la transilienza non resta un concetto astratto, ma si traduce in strumenti operativi come Role Map e Life Map, e si appoggia al ricco patrimonio di dati e casi reali raccolti dall’Osservatorio Lifeed: dalle aziende alle carceri, dalle madri di bambini neurodivergenti alle professioniste over 50, fino alle persone impegnate nel volontariato o in percorsi di fragilità personale.


Il punto di partenza è un cambio di sguardo sull’identità. «Sì, perché noi siamo creature “multiessere”» aveva ricordato Zezza a BIS. «Tutti quanti siamo molte cose contemporaneamente, non solo il lavoro che svolgiamo. Il grande problema è narrativo: finché continuiamo a pensare di essere divisi tra “lavoro” e “non lavoro”, continueremo a vivere un conflitto permanente. Al massimo arriveremo a un equilibrio fragile tra due parti che immaginiamo separate. Ma oggi abbiamo finalmente dati che raccontano altro. La media dei ruoli attivi che ciascuno di noi vive è 5,4. Vuol dire che ognuno di noi, in questo momento, si percepisce contemporaneamente come professionista, figlio, genitore, partner, amico, caregiver, sportivo, volontario… Il tempo è limitato, ma l’identità umana no. E oggi sappiamo che il 60% della nostra identità è occupato da ruoli non lavorativi. Questo cambia tutto».
Dentro questa lettura, il lavoro non scompare. Cambia posizione: da centro unico a uno dei cerchi di un sistema più ampio. «Non siamo come una torta tagliata a fette, via via più piccole man mano che aumentano, ma cerchi concentrici la cui superficie aumenta con l’aumentare dei nostri ruoli».
Da qui l’idea che le competenze non vadano “aggiunte”, ma riconosciute e spostate. Un genitore che gestisce priorità multiple sviluppa negoziazione, chi si occupa di un familiare fragile allena la gestione dell’incertezza, chi fa volontariato esercita leadership e responsabilità.
Il libro insiste su un punto: la complessità non è un problema da ridurre, ma una risorsa già presente. «Non si può tornare a vedere la complessità come un peso una volta che si è capito che è una risorsa» osserva Zezza. «Non si può tornare a vivere “a pezzi” una volta che ci si è visti interi. La libertà che la transilienza rende possibile non è fare tutto o essere ovunque: è non sentirsi definiti da un solo ruolo, da una sola versione di sé stessi. Mostrare con fiducia, a noi stessi e al mondo, tutte le parti di noi non è l’espressione di un grande ego, non è un atto di vanità: è una presa di responsabilità rispetto a tutto ciò che possiamo essere e fare».


Il discorso sulla transilienza rimette in circolo anche un’altra parola molto usata nel linguaggio del lavoro contemporaneo: resilienza. «Conosciamo molto bene la resilienza: la capacità di tornare alla forma originaria dopo un urto» aveva osservato Zezza sul palco di BIS. «Ma gli esseri umani non funzionano così. Noi siamo fatti per trasformarci attraverso gli urti della vita. Pensate a quanto si abbassa la tensione se smettiamo di credere di dover “tornare quelli di prima” e iniziamo invece a vedere la trasformazione come qualcosa di naturale».

La struttura del volume poggia su cinque capitoli, un intreccio di basi scientifiche e neuroscientifiche, strumenti pratici e testimonianze. La teoria si alterna a storie che attraversano contesti molto diversi, con l’idea portante che le competenze non restano dove nascono e che dovremmo smettere di considerare il resto della nostra vita come un “fuori campo” del lavoro.
«Le persone sono capaci di separare e attivare aspetti diversi di sé a seconda del contesto – scrive Tomas Chamorro-Premuzic nella prefazione -. La stessa persona può essere competitiva al lavoro, premurosa a casa, testarda con gli amici, riflessiva quando è sola. Le nostre identità non sono oggetti fissi. Sono repertori dinamici. Come dimostra in modo potente questo libro, siamo allo stesso tempo molti sé e possiamo mobilitarli intenzionalmente».

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