Accessibilità digitale, più consapevolezza in aziende e persone, ma c’è ancora molto da fare

A un anno dall'entrata in vigore dell’European Accessibility Act, le barriere online continuano a limitare l’accesso ai servizi digitali: l'indagine della scale-up Eye Able

E’ passato già un anno dall’entrata in vigore dell’European Accessibility Act (EAA), la direttiva europea che ha introdotto requisiti vincolanti di accessibilità per prodotti e servizi digitali, ma lo stato dell’arte in tema è ancora piuttosto nebuloso. Lo ha sostenuto un’indagine realizzata da Eye-Able, scale-up europea specializzata in soluzioni software e consulenza per l’accessibilità digitale, che ha analizzato un campione di oltre diecimila siti web, facendo emergere, da parte delle persone che li utilizzano, percezioni, conoscenza ed esperienze concrete sulla loro accessibilità online.

I dati restituiscono tre fasce distinte: il 13% dei siti si colloca sotto il 50% di accessibilità, una soglia in cui le criticità sono pervasive e l’esperienza risulta fortemente compromessa; il 77% rientra nella fascia intermedia (50 – 80%), segnale di un impegno diffuso ma ancora molto incompleto; solo il 10% supera l’80%, avvicinandosi a uno standard realmente inclusivo.

Detto in altri termini, soltanto il 10% dei siti analizzati offre oggi un’esperienza che può dirsi davvero accessibile. Molto resta ancora da fare, come ha sottolineato Lorenzo Scumaci, Ceo di Eye-Able Italia: «A prima vista, la presenza di una larga maggioranza di siti nella fascia intermedia può sembrare un dato incoraggiante, perché indica che l’accessibilità sta entrando nei processi e che molte realtà stanno evolvendo in questa direzione. Tuttavia, dal punto di vista degli utenti, questo progresso non si traduce ancora in un beneficio concreto: nella fascia 50% e l’80%, l’esperienza resta spesso discontinua, con contenuti accessibili accanto ad altri che continuano a presentare barriere. Le evidenze raccolte sul campo da Eye-Able mostrano chiaramente che un sito diventa realmente fluido e utilizzabile per una persona solo oltre la soglia dell’80% di accessibilità: è lì che il servizio smette di essere ostacolato e diventa effettivamente fruibile».

L’indagine si sofferma anche sulle opinioni degli utenti finali, il 70% dei quali dichiara ha dichiarato di aver già sentito parlare di accessibilità digitale e di associarla alla possibilità, per tutte le persone, incluse quelle con disabilità, di accedere senza ostacoli a siti web e applicazioni.

Molto più fragile, però, la conoscenza del quadro normativo: l’European Accessibility Act è noto solo al 37% delle persone intervistate, mentre appena il 30% è consapevole che in Italia esiste già dal 2004 una legge specifica, ossia la cosiddetta legge Stanca, che tutela l’accessibilità dei servizi digitali della Pubblica Amministrazione.

Il risultato è un divario evidente tra sensibilità e consapevolezza normativa: il tema è noto, ma le regole che lo governano restano ancora poco comprese. Ulteriori criticità emergono in particolare nella fruizione quotidiana di servizi digitali, caratterizzati da barriere nel 50% dei siti o piattaforme online. Tra le problematiche più frequentemente segnalate figurano la scarsa leggibilità dei contenuti, un contrasto cromatico insufficiente, caratteri troppo piccoli o difficoltà nella compilazione di moduli e campi digitali. Si tratta di ostacoli solo apparentemente semplici, ma che possono compromettere in modo significativo l’accesso alle informazioni e ai servizi.

La questione diventa ancora più rilevante quando riguarda i servizi pubblici, considerati non pienamente accessibili da quasi il 60% del campione analizzato. Più della metà degli intervistati (52%) dichiara, inoltre, di conoscere persone, familiari, amici o colleghi, che incontrano difficoltà nell’utilizzo degli strumenti digitali, in particolare anziani e individui con disabilità.

Un gap di inclusione digitale di queste proporzioni non può che avere impatti sociali diffusi. Rovesciando la prospettiva, le organizzazioni pubbliche e private che invece hanno già cominciato ad allinearsi alle normative Ue sull’accessibilità digitale per tutti, che, ricordiamo, è obbligatoria, hanno maggiori chance di risultare attrattive in particolare per le nuove generazioni.

Nel merito aggiunge infatti il Ceo di Eye-Able Italia, Scumaci: «Il punto non è la conformità formale, ma l’effettiva usabilità: sappiamo che il beneficio reale per le persone arriva solo oltre l’80% di accessibilità. Al di sotto di questa soglia, le barriere continuano a incidere sull’esperienza e sull’accesso ai servizi. In questo scenario, l’accessibilità è già oggi una leva di performance misurabile: più utenti raggiunti, migliori conversioni, maggiore retention».

La scale-up si pone, in questo processo, con un approccio integrato basato su tecnologie e competenze, dall’audit iniziale al monitoraggio continuo, fino alla correzione automatizzata delle barriere digitali, con l’obiettivo di accompagnare le organizzazioni in un percorso strutturato e sostenibile verso l’accessibilità.

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