Make Love Not War: dalla filosofia hippie le parole che restituiscono senso al lavoro
Resoconto della lezione spettacolo di Giampaolo Rossi in Fabbrica di Lampadine dedicato al movimento hippie degli anni Sessanta e Settanta come momento storico e sociale che può ispirare una diversa visione delle organizzazioni e delle relazioni al lavoro

Cosa può insegnare oggi il movimento hippie a chi si occupa di leadership, organizzazioni e formazione manageriale? Molto più di quanto si potrebbe pensare. Lo ha raccontato Giampaolo Rossi, founder di Fabbrica di Lampadine durante la serata Make Love Not War, ospitata lo scorso 8 giugno nel teatro della società di formazione manageriale. Ad accompagnarlo nel suo viaggio nell’immaginario degli anni Sessanta e Settanta, l’attore e formatore Matteo Bonanni, cui è toccato il compito di dare voce ad alcuni testi scelti ad hoc per lo spettacolo.
Allietati anche da estratti cinematografici e musicali, i partecipanti allo speciale show non hanno assistito ad alcuna operazione nostalgia. L’intento del founder della società di formazione manageriale era invece di recuperare da quella straordinaria stagione di oltre cinquant’anni fa alcune parole oggi tornate urgenti: immaginazione, comunità, libertà, compassione, gratitudine, autenticità.
Assieme i due protagonisti della serata hanno quindi dato vita a una sorta di lezione performativa, in cui le parole pronunciate da poeti, letterati, cineasti e musicisti lette sul palco o citate nei film e nei brani musicali proiettati sul ledwall alle loro spalle hanno dialogato metaforicamente con il mondo del lavoro contemporaneo.
Il punto di partenza che ha spinto il “padrone di casa” a scegliere proprio quei contributi audiovisivi è stata proprio la sensazione che ci sia, al momento, ben più di un punto di contatto tra il movimento hippie e il presente, ancora una volta percorso da crisi economica, guerre, tensioni sociali e tanta incertezza. «Mi sono chiesto: possiamo prendere spunto da quella cultura per riorientarci?», ha spiegato quindi dal palco.
Al pubblico era stato chiesto di indossare abiti in voga mezzo secolo fa e oltre, ma il punto, ha sottolineato ancora Giampaolo Rossi, è cercare di capire tutti insieme che cosa ci siamo persi dopo i pantaloni a zampa di elefante, le coroncine e le camicie a fiori e ciò che possiamo recuperare oggi.
Pensiamo innanzitutto all’immaginazione, fondamentale quando si guardava i filmini in Super 8: privi di audio com’erano, chi l’ha fatto (e in sala ce n’erano diversi che avevano questo tipo di ricordo) era costretto a completare le immagini con la propria fantasia. «Oggi invece siamo in una iper – realtà, dove tutto sembra essere disponibile», ha osservato. Detto diversamente, in un mondo in cui ogni risposta sembra già pronta, ogni contenuto già suggerito, ogni scelta già anticipata da un algoritmo, immaginare diventa un atto di libertà.
Di qui il collegamento con la cultura hippie, riletta non come folklore, ma come spazio di apertura. Una filosofia che, ha rimarcato ancora Rossi, non nasceva da un manifesto tradizionale o da un pensiero sistematico, ma dalla musica: «La musica diventa un po’ la colonna sonora di quella filosofia». E proprio attraverso le canzoni lo spettacolo ha mostrato come parole, ritmo e corpo possano diventare strumenti per uscire dalla rigidità quotidiana.

Tra i contributi scelti per la scaletta non poteva mancare la rilettura ironica della figura dell’hippie attraverso Carlo Verdone, con una sequenza dedicata al ragazzo borghese convertito alla filosofia del “love, love, love”. Da lì, Rossi ha allargato lo sguardo alle radici bohemien e beat della controcultura, introducendo la poesia Invito al viaggio di Charles Baudelaire (letta da Matteo Bonanni), come primo ponte tra desiderio di altrove, libertà e ricerca di senso.
Negli anni Settanta, insomma, la musica ha avuto un ruolo decisivo. White Rabbit dei Jefferson Airplane è stata infatti scelta come manifesto dell’apertura della mente e dell’uscita dalla razionalità più stretta; Light My Fire dei Doors, nella versione live, è diventata l’occasione per invitare il pubblico a ballare e sperimentare una libertà fisica, non giudicante; Blowin’ in the Wind di Bob Dylan ha portato al centro il tema della pace, con un testo che Rossi ha definito di grande attualità, soprattutto se riletto alla luce dei conflitti contemporanei. Anche Papa Was a Rollin’ Stone, brano reso celebre dai Temptations, è entrato nello spettacolo come sottofondo per ragionare sulla compassione.
Tornare a quegli anni molto analogici è ovviamente impossibile né richiesto: è importante però prendere maggiore consapevolezza dell’eccesso di comfort cui ci spingono i nostri device sempre più dotati di vita autonoma. Giampaolo Rossi si è infatti soffermato sugli algoritmi dell’intelligenza artificiale, che ci restituiscono soprattutto quello che vogliamo già sentirci dire. «Il pericolo è una bolla di conferme, in cui perdiamo il confronto, lo spirito critico e la disponibilità ad ascoltare chi la pensa diversamente», rimarca.
Per tutte queste ragioni, con lo spettacolo in Fabbrica di Lampadine il founder ha insistito molto sul corpo e sulla dimensione collettiva, rinunciando per qualche minuto al giudizio degli altri. Un atteggiamento simile dovrebbe riguardare anche il lavoro e la libertà di essere meno controllati, meno performativi, meno prigionieri dell’immagine di sé. «Ci sono tre libertà nella vita che bisogna conquistarsi: una è quella di ballare senza paura del giudizio degli altri», ha detto, collegando quel gesto alla necessità di recuperare autenticità in un tempo dominato dall’iperestetica e dalla ricerca del riconoscimento.
Ma la filosofia hippie, nello show di Fabbrica di Lampadine, non è stata soltanto creatività. È stata anche pace, libertà e riconoscimento dell’altro. Il titolo Make Love Not War non è un semplice richiamo d’epoca. È una domanda rivolta alle organizzazioni: come si attraversano i conflitti senza alimentarli? Come si costruiscono relazioni più umane dentro team sotto pressione? Come si mantiene viva la libertà senza dimenticare quella degli altri?

«La libertà funziona in tutte le direzioni: non posso chiedere di essere libero se non riconosco la libertà degli altri», ha ricordato ancora Giampaolo Rossi. È qui che il discorso sulla leadership si fa più concreto. Guidare, oggi, non significa solo decidere, organizzare, misurare. Significa creare le condizioni perché le persone possano sentirsi viste, ascoltate, coinvolte. Significa trasformare la collaborazione in un’esperienza reale, non in una slide.
Uno dei passaggi più intensi dello spettacolo è stato dedicato alla compassione. Il founder l’ha distinta dall’empatia, spesso evocata nel linguaggio manageriale ma non sempre facile da praticare. L’empatia, ha spiegato, richiede di sentire ciò che prova l’altro; la compassione, invece, chiede qualcosa di ancora più concreto: un movimento. «La compassione presuppone l’azione di dare sollievo a qualcun altro, ossia cercare di aiutarlo a cambiare stato», ha detto. In azienda, questo significa non limitarsi a comprendere le difficoltà degli altri, ma agire per alleggerirle.
A rafforzare questo passaggio è arrivata di nuovo la voce di Matteo Bonanni, che ha letto una pagina di Italo Calvino tratta da La giornata d’uno scrutatore: il brano del padre e del figlio, osservati da Amerigo, scelto come immagine concreta di un amore che non ha bisogno di essere spiegato. «L’umano arriva dove arriva l’amore, non ha confini, se non quelli che gli diamo noi», ha commentato. Subito dopo, il riferimento al musical Hair ha riportato il discorso dentro l’immaginario hippie, ricordando l’atto di compassione al centro della storia, quando un ragazzo prende il posto di un altro destinato al Vietnam.
Un’altra parola chiave della serata è stata gratitudine, che è ben più del semplice grazie formale, ma è fondata sulla consapevolezza della condivisione del viaggio che stiamo compiendo tutti insieme: «I colleghi sono anche compagni di vita che vediamo molto più delle persone che scegliamo in quella che la mia generazione chiamava vita privata», ha osservato il founder di Fabbrica di Lampadine, rimarcando come il lavoro non sia soltanto un luogo di prestazioni, ma una parte enorme della nostra esistenza, bisognosa di relazioni più vere, più riconoscenti, più consapevoli.
Molto toccante il collegamento con la poesia Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale di Eugenio Montale, letta da Matteo Bonanni, versi immortali sulla perdita e la riconoscenza, due elementi legati a doppio filo alla gratitudine.
Non poteva mancare però un’ultima essenziale parola simbolo di quegli anni, ossia l’ottimismo, niente affatto naif, bensì generatrice di futuro. È proprio questa, forse, la differenza principale tra il presente e l’altro ieri. Giampaolo Rossi ha infatti contrapposto la fantascienza di quegli anni, che narrava di esplorazioni e di possibilità di conquista di altri mondi, alle distopie contemporanee, in cui il domani appare spesso minaccioso, opaco, già compromesso. «Noi siamo l’unica specie animale che ha questa forza di progettare il futuro», ha obiettato. E proprio per questo, secondo lui, dobbiamo tornare a usarla.
Per raccontare questa tensione verso il futuro, lo spettacolo ha richiamato ancora Hair, con il testo di Aquarius, letto da Bonanni mentre scorrevano le immagini alle spalle. Un inno all’armonia, alla comprensione, alla tolleranza e alla liberazione della mente. «Preferisco essere ottimista e avere torto piuttosto che pessimista e aver ragione», ha detto ancora Rossi, facendo sua una frase che sintetizza bene il senso della serata.

Il futuro, però, non si costruisce da soli. L’ultimo approdo dello spettacolo è stato infatti il senso di comunità. «Siamo animali sociali», ha rimarcato il founder di Fabbrica di Lampadine, il che significa che non ci può bastare la community digitale, ma abbiamo bisogno di fisicità, presenza, voci, gesti condivisi.
In questo senso, Make Love Not War è stato anche un esperimento coerente con la filosofia di Fabbrica di Lampadine: usare teatro, musica, racconto e partecipazione per fare formazione manageriale in modo diverso.
Il movimento hippie, con tutte le sue contraddizioni, diventa così un invito ad aprire la mente, uscire dalle bolle, riconoscere l’altro, costruire comunità.
La chiusura ha reso esplicito questo messaggio: come ultimo rito collettivo il pubblico è stato invitato a cantare e ballare Figli delle stelle di Alan Sorrenti. Una scelta apparentemente leggera, ma in verità molto profonda. Perché senza storia, senza età, e senza essere “eroi di un sogno”, guardandoci negli occhi per cercare di trovare un ritmo comune mentre la musica va, non si costruisce né si innova niente. Né oggi, né tanto meno domani.
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