Viaggi studio, trent’anni dopo ancora molto amati: la ricerca di WEP con YouGov

Per festeggiare il trentennale, l'organizzazione internazionale attiva nel settore degli scambi culturali e linguistici ha reso noto i risultati dell'Osservatorio curato da YouGov sull'evoluzione dei viaggi studio, mettendo in luce la maggiore attenzione delle generazioni più giovani alla sostenibilità e il calo di UK e USA tra le mete più gettonate a favore dei paesi asiatici.

Da trent’anni a questa parte, i giovani italiani hanno viaggiato sempre di più nel mondo per studiare e per lavorare. L’evoluzione del settore è stata oggetto di una ricerca commissionata da WEP, un’organizzazione internazionale attiva nel settore degli scambi culturali e linguistici ed ente formatore riconosciuto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, all’istituto di ricerca YouGov. Significativi i dati riportati, a partire dalla crescita dell’attenzione alla sostenibilità da parte dei connazionali che scelgono di viaggiare per formarsi.

In particolare, l’Osservatorio curato da YouGov ha rivelato come nell’ultimo trentennio sia partito quasi un italiano su tre, di cui quasi la metà tra i giovani.

Tra le mete emergenti per i viaggi studio sono risultati in calo di 18 punti percentuale i paesi britannici, mentre sono cresciuti Australia, Canada e Paesi asiatici. Stabili sono invece risultati gli Stati Uniti, anche se con evidenti differenze nei fattori che influenzano le scelte dei partecipanti, dalla selezione delle destinazioni e delle organizzazioni di riferimento fino al valore attribuito a questa esperienza in ottica professionale.

Il commento ai risultati dell’Osservatorio è affidato a Lorenzo Agati, CEO e Founder di WEP Italia, il quale ha sottolineato come per la prima volta sia stato possibile mettere in luce come i viaggi studio rappresentino per gli italiani «un vero e proprio ponte verso il futuro». Significativa è in particolare l’attenzione crescente «a temi come la sostenibilità e la formazione pre-partenza, due ambiti su cui noi stiamo già investendo», ha aggiunto.

Significative sono le trasformazioni soprattutto nei Paesi di destinazione dei viaggi studio. Come si accennava, contro la predominanza di Regno Unito e Stati Uniti di trent’anni fa, oggi hanno guadagnato terreno Australia e Canada, tra le nazioni di lingua anglofona. A registrare la crescita più marcata sono stati però i Paesi asiatici, con un picco del 41% tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni.

Tra le cause che hanno prodotto una certa disaffezione per l’isola britannica c’entra sicuramente la Brexit, come dichiarato dal 51% degli intervistati. Ciò è soprattutto vero per chi ha vissuto in prima persona l’esperienza di studio all’estero (63%); in disaccordo risultano solo i rispondenti della Gen X e Millennial (35-54 anni) per cui la Brexit non ha cambiato molto la percezione della meta (32%).

Quali fattori rendono più “cool” una meta anziché un’altra per chi viaggia per formarsi? Al primo posto, secondo l’Osservatorio di WEP, c’è la lingua che si desidera imparare (67%), un criterio particolarmente rilevante per gli over 55 (75%), ma meno prioritario per i giovani tra i 18 e i 34 anni (56%). Seguono poi le opportunità offerte da scuole e università (55%), e la cultura del Paese (34%). Altri elementi che giocano un ruolo significativo sono il costo della vita (33%), la reputazione delle istituzioni educative e le possibilità di networking. I più giovani, inoltre, attribuiscono maggiore importanza anche all’aspetto ludico e alla percezione di una destinazione come “cool”, fattori citati rispettivamente dal 26% e dal 34% degli intervistati.

Tra le novità che hanno caratterizzato di più tutto il settore dei viaggi studio c’è la digitalizzazione, che secondo 8 italiani su 10 ne avrebbe semplificato l’organizzazione. Di questo aspetto, tuttavia, sembrerebbero esserne meno consapevoli proprio i più giovani: tra i 18-34 anni, il 75% concorda con questa affermazione, rispetto all’85% degli over 55.

Sul fronte dell’innovazione tecnologica, l’adozione di corsi online e strumenti di intelligenza artificiale non sembra aver sostituito l’esperienza dei viaggi studio: la metà degli italiani ritiene che queste soluzioni non possano eguagliare il valore formativo e culturale di un’esperienza all’estero. Solo il 7% è convinto che la tecnologia abbia completamente preso il posto dei viaggi studio (percentuale che si alza fino all’11% per i rispondenti della Gen X e Millennial di età compresa tra 35-54 anni).

Un altro tema di grande attualità è l’impatto del post-pandemia sui viaggi studio, con percezioni diverse a seconda delle generazioni. Circa un terzo dei giovani tra i 18 e i 34 anni (33%) ritiene che la pandemia abbia rafforzato l’importanza di vivere esperienze formative all’estero. Al contrario, più di un quarto degli over 55 (28%) vede il Covid-19 come un fattore che ha messo in luce alcune fragilità delle giovani generazioni, riducendo la loro propensione ad allontanarsi da casa e dalla propria zona di comfort.

La crisi pandemica parrebbe quindi avere spostato l’attenzione di chi viaggia per formarsi sul ruolo che possono avere le organizzazioni nel facilitare la formazione pre-partenza. Secondo la ricerca curata da YouGov, il 58% degli intervistati considera essenziale questo particolare aspetto.

Quattro sono quindi i fattori chiave ritenuti essenziali quando ci si prepara un viaggio studio: la qualità delle scuole e dei corsi offerti (44%), il rapporto qualità-prezzo (39%), la sicurezza dei partecipanti (33%) e il supporto locale (39%). Seguono l’organizzazione dell’alloggio (25%) e l’assistenza burocratica (23%).
Tuttavia, le priorità cambiano a seconda dell’età: mentre per i giovani tra i 18 e i 34 anni il criterio principale è il rapporto qualità-prezzo (42%), per gli over 55 il fattore più rilevante è la qualità delle scuole e dei corsi offerti (50%).

E per chi è già partito? L’Osservatorio di WEP si è posto anche questa domanda, sottolineando come la quota di chi l’ha fatto negli ultimi trent’anni è maggiore tra i giovani tra i 18 e i 34 anni piuttosto che non tra gli over 55. Il divario generazionale registrato può essere attribuito all’evoluzione dell’offerta formativa e alla maggiore accessibilità delle esperienze all’estero negli ultimi decenni. In passato, infatti, le opportunità di viaggi studio erano più limitate e meno strutturate: i programmi di scambio erano meno diffusi, le collaborazioni tra istituti scolastici e realtà internazionali più rare, e i costi più difficilmente sostenibili per molte famiglie. Negli ultimi 20 anni, invece, c’è stata un’espansione significativa di programmi accessibili anche ai più giovani (ad esempio scuole superiori, percorsi post-diploma), grazie alla diffusione di enti specializzati, borse di studio, e alla crescente consapevolezza dell’importanza delle competenze interculturali.

Tra chi non è partito, il principale ostacolo è rappresentato dai costi (44%). Ancora oggi 4 italiani su 10 percepiscono queste esperienze come “elitarie”, un retaggio di quando le opportunità di studio all’estero erano più limitate e meno accessibili.

I più giovani evidenziano anche alcune preoccupazioni legate all’impatto sulla propria carriera scolastica o universitaria (11%), temendo possibili interferenze con il proprio rendimento accademico. Tuttavia, sebbene il 21% di chi è partito abbia riscontrato qualche sfida nel rientrare nei ritmi di studio e recuperare verifiche ed esami, quasi la metà (45%) afferma che questa esperienza ha avuto un effetto positivo sulla propria media scolastica, dimostrando che i benefici formativi possono superare le iniziali preoccupazioni.

Il 61% di chi ha partecipato ad un’esperienza di studio all’estero ha preso la decisione in autonomia, mentre chi non l’ha fatto è stato influenzato soprattutto dalla famiglia (58%) e dagli insegnanti (37%): questi dati evidenziano il ruolo chiave di genitori e docenti nel promuovere queste opportunità.

L’impatto dei viaggi studio si riflette concretamente tanto nella sfera personale quanto in quella professionale dei partecipanti: secondo 9 italiani su 10, si tratta di un’esperienza utile per il proprio futuro lavorativo. Un dato che trova conferma tra chi è partito, con il 40% che riconosce un impatto significativo sul proprio percorso di vita, soprattutto grazie all’ampliamento del proprio network ed all’accesso a nuove opportunità (26%). Trai i principali benefici percepiti emergono la capacità di uscire dalla propria comfort zone e ad adattarsi a nuove realtà (53%), migliorando la comunicazione interculturale (47%), l’indipendenza (45%) e l’apertura mentale (44%).

Dal punto di vista delle competenze, il viaggio studio all’estero permette di potenziare le capacità linguistiche (53%), la capacità di cavarsela da soli (46%) e qualità relazionali come la tolleranza (42%) e l’empatia (35%).

In un contesto in continua evoluzione, il viaggio studio si conferma insomma un’esperienza centrale per la crescita personale, culturale e professionale delle nuove generazioni. Una tendenza che, secondo WEP, continuerà ad essere confermata anche nel futuro, perché percepita ancora come un investimento strategico per farsi strada nel mondo.

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