SMARTER® Welfare, un modello per aziende che credono nel valore del tempo

Franco Zullo spiega in una lunga analisi scritta appositamente per People are People perché le aziende moderne dovrebbero superare per sempre la logica del welfare aziendale come di semplice catalogo di benefit

di Franco Zullo*

C’è una scena che molte aziende conoscono bene. Arriva il momento del piano Welfare: si aggiornano i plafond, si scelgono i servizi, si comunica la piattaforma, si aprono le finestre di utilizzo.
Poi, però, nella vita quotidiana delle persone, qualcosa resta irrisolto.
Le giornate continuano a essere piene. Le riunioni si moltiplicano. Le notifiche interrompono il lavoro profondo. Le priorità cambiano continuamente. I manager diventano colli di bottiglia. I team fanno tanto, ma non sempre ciò che ha maggior valore.
E molte persone, pur avendo benefit disponibili, arrivano a fine giornata con la sensazione di non avere più energia, lucidità e controllo.

La verità scomoda è questa: il welfare aziendale può migliorare la vita delle persone, ma se il sistema di lavoro continua a logorarle rischia di diventare una compensazione. Utile, certo. Ma non sufficiente.
Il punto non è ridurre il valore del welfare. Al contrario: è farlo evolvere.
Oggi il welfare non può più essere pensato solo come un catalogo di servizi. Deve diventare una leva strategica per restituire alle persone ciò che il lavoro contemporaneo disperde più rapidamente: tempo, energia, attenzione e lucidità.

I dati Censis-Eudaimon 2026 danno forza a questa lettura: al 68,3% degli occupati capita di provare fatigue, cioè estrema stanchezza psicofisica ed emotiva al lavoro; il 54,0% ha sperimentato almeno una volta l’ergofobia, la paura associata all’idea di recarsi al lavoro; il 45,8% prova ansia quando riceve e-mail, messaggi o telefonate fuori orario. Non sono solo segnali di disagio individuale: sono indicatori di un sistema di lavoro che chiede di essere riprogettato.
Il problema non è individuale. È sistemico.

Per anni abbiamo raccontato stress, dispersione e sovraccarico come problemi personali: «devi organizzarti meglio», «devi gestire meglio il tempo», «devi essere più resiliente».
Ma quando il problema riguarda interi team, funzioni, popolazioni aziendali e manager, non siamo più davanti a una fragilità individuale. Siamo davanti a un problema di progettazione del lavoro.
Il lavoro contemporaneo è diventato più veloce, frammentato e iperstimolato. Le persone non perdono energia solo perché lavorano molto. La perdono perché lavorano dentro sistemi che disperdono attenzione.

Riunioni senza decisioni, email continue, chat sempre aperte, urgenze mal gestite, priorità non esplicitate, obiettivi poco tradotti in comportamenti, decisioni sospese, processi che generano rilavorazioni, smart working senza metodo e flessibilità senza confini: sono tutti segnali dello stesso fenomeno.
In questo contesto, il welfare tradizionale interviene spesso a valle: sostiene, compensa, aiuta, alleggerisce. Ma la domanda strategica è: possiamo intervenire anche a monte?
Possiamo progettare un welfare che non si limiti a offrire benefit, ma aiuti l’azienda a lavorare meglio?

È qui che nasce SMARTER® Welfare, un concetto che parte da una tesi semplice: il vero welfare del futuro non sarà solo dare più servizi, ma anche restituire alle persone tempo, energia e lucidità attraverso un modo migliore di lavorare.
Non basta chiedersi: quali benefit offriamo? Serve chiedersi: quale lavoro rendiamo possibile?

Perché un piano welfare può essere molto ricco, ma se le persone non hanno tempo mentale per conoscerlo, capirlo, sceglierlo e usarlo, il valore resta parziale. Allo stesso modo, un servizio di supporto psicologico può essere prezioso, ma se l’organizzazione continua a generare sovraccarico cronico, il rischio è curare il sintomo senza ridisegnare la causa.

Qui la cornice ISO è particolarmente utile. La UNI ISO 26000:2010 non è una norma di certificazione, ma una guida alla responsabilità sociale: invita le organizzazioni a considerare gli impatti delle proprie decisioni e attività, a coinvolgere gli stakeholder e a integrare la responsabilità sociale dentro strategie, cultura, processi e relazioni. Tra i temi fondamentali include anche rapporti e condizioni di lavoro, salute e sicurezza, protezione sociale, sviluppo delle risorse umane e dialogo sociale. In altre parole: il welfare diventa davvero strategico quando entra nel modo in cui l’organizzazione decide, lavora e misura i propri impatti.

Il welfare come lo intendo io, ossia di tipo abilitante, lavora sui seguenti tre livelli:

Dopo anni in cui il welfare è stato associato soprattutto a buoni, rimborsi, servizi sanitari, previdenza, famiglia e istruzione, oggi emerge una dimensione sempre più centrale: il tempo.
Non il tempo come concessione generica. Non il tempo come “lavorare meno” a prescindere. Ma il tempo come valore recuperato da un sistema che oggi ne disperde troppo.
Qui la distinzione è decisiva:


SMARTER® Welfare, dunque, non dice lavoriamo meno per principio, bensì smettiamo di disperdere tempo e trasformiamolo in valore.

Il tema del tempo, infatti, non è affatto una moda. È uno dei segnali più chiari del nuovo patto tra persone e lavoro. Per le nuove generazioni questo passaggio è evidente: la carriera non scompare, il salario non diventa irrilevante, ma il lavoro non viene più accettato come spazio totalizzante. I giovani chiedono autonomia, flessibilità, salute mentale, relazioni, possibilità di coltivare passioni e un patto più sostenibile tra energia investita, crescita, senso e qualità della vita. Non a caso, secondo Censis-Eudaimon, il 57,7% dei lavoratori tra 18 e 34 anni ha scelto di non rispondere a chiamate, e-mail e messaggi fuori dall’orario di lavoro.

Ma il tempo non riguarda solo i giovani. La longevity sta cambiando profondamente lavoro e welfare: viviamo più a lungo, lavoriamo più a lungo, attraversiamo carriere meno lineari e fasi di vita più complesse. L’onda grigia descritta dal Censis segnala che i lavoratori over 50 sono ormai la quota più alta degli occupati; per le aziende significa attrarre giovani sempre più scarsi senza perdere il contributo delle persone più mature, che resteranno più a lungo nelle organizzazioni.
Il tempo, quindi, non è più solo un desiderio individuale. È una nuova infrastruttura di sostenibilità personale, familiare e organizzativa.

Prendiamo un caso semplice: un team operativo composto da 12 persone e 1 team leader ha un costo complessivo mensile di circa 52.000 euro. Se stimiamo una dispersione del 10% tra riunioni a basso valore, rilavorazioni, attese decisionali, interruzioni, multitasking e attività poco rilevanti, il costo della dispersione è pari a 5.200 euro al mese.
Su base annua significa 62.400 euro di capacità produttiva assorbita da lavoro che non genera pieno valore.

Ma il punto non è solo economico. Se ogni persona recupera anche solo 8 ore al mese di lavoro utile, significa 88 ore l’anno calcolate su 11 mesi. Su 13 persone, sono 1.144 ore annue liberate: oltre 143 giornate lavorative da reinvestire in clienti, innovazione, qualità, formazione, miglioramento continuo, riduzione degli straordinari o maggiore sostenibilità dei carichi.

A questo punto il welfare cambia natura: una parte del valore recuperato può diventare efficienza per l’azienda, una parte migliore qualità del lavoro, una parte servizi welfare più mirati e una parte tempo restituito: venerdì corto, banca ore, mezza giornata libera, flessibilità avanzata o, per aziende mature, sperimentazione di Smart Week e settimana corta. La logica è semplice: prima si libera valore, poi si decide come redistribuirlo. Così il welfare non è un costo aggiuntivo. Diventa una conseguenza intelligente di un lavoro progettato meglio.

E nelle Pmi il discorso è identico? Sì, se il welfare scelto è concreto e non si riduce solo a una narrazione valoriale. Nelle aziende piccole e medie deve essere cioè in grado di rispondere a domande molto pratiche: quanto tempo stiamo disperdendo? Dove si blocca il lavoro? Quante ore se ne vanno in riunioni inutili? Quante decisioni restano sospese? Quanti errori nascono dalla fretta? Quanti straordinari sono generati da cattiva organizzazione, non da reale aumento del lavoro?

La ISO 26000 è utile anche qui: ricorda che le piccole e medie organizzazioni possono integrare la responsabilità sociale con azioni semplici, pratiche e a costo contenuto, partendo dagli impatti più significativi e dalle priorità reali. Tradotto nel linguaggio SMARTER®: non serve costruire subito un grande piano. Serve iniziare dal punto in cui il lavoro disperde più valore.

Per una PMI, SMARTER® Welfare può diventare un percorso a basso rischio: si parte da un team, si misura, si interviene sui comportamenti di lavoro e si verifica cosa cambia.
Se il tempo non si libera, non si promette nulla. Se il tempo si libera, si decide come reinvestirlo. Perché il messaggio non è «stiamo regalando tempo». È «stiamo smettendo di disperderlo».

Nelle Corporate la sfida è diversa. I piani welfare esistono già, le piattaforme sono attive, le survey vengono fatte, i benefit sono disponibili. Ma il rischio è la frammentazione.
Il welfare sta da una parte, il wellbeing da un’altra, la formazione da un’altra, la produttività da un’altra, la trasformazione organizzativa da un’altra ancora. Il risultato è che l’azienda investe, ma fatica a collegare i puntini.

I dati Censis-Eudaimon mostrano che le imprese medio-grandi hanno già maturato questa consapevolezza: il 92% ha attivato forme di welfare aziendale; il 54,7% lo integra nella strategia aziendale o in una piattaforma unica; l’88% ritiene che per motivare i lavoratori serva una strategia complessiva di promozione del benessere; il 94,7% considera il welfare uno strumento essenziale per HR e management; l’87,3% lo ritiene essenziale per attrarre e trattenere lavoratori.

SMARTER® Welfare può diventare il ponte tra HR, Total Reward, Welfare Manager, People & Culture, Operations, Transformation e CFO. Perché se il welfare vuole essere strategico, deve collegarsi al lavoro reale.
Non basta sapere quanti usano la piattaforma. Serve capire se il welfare migliora energia, focus, engagement, retention, collaborazione, decisioni e performance. Non basta misurare il benessere. Serve capire quali routine organizzative lo rendono possibile o impossibile.
In questa prospettiva la dashboard cambia: non solo utilizzo dei benefit, ma anche tempo liberato, stress percepito, focus, qualità decisionale, assenteismo, turnover, produttività oraria, engagement e sostenibilità dei carichi. Il welfare diventa finalmente leggibile anche per il board.

Anche per i provider di welfare si apre una grande opportunità.
Il mercato non chiederà solo cataloghi più ampi o piattaforme più semplici. Chiederà sempre più valore percepito, utilizzo effettivo, personalizzazione, dati, integrazione con i bisogni reali delle persone e impatto misurabile.
Il passaggio è da provider di benefit a partner di trasformazione People, Work & Welfare.
Questo significa aiutare le aziende non solo a mettere servizi a disposizione, ma a trasformarli in valore realmente utilizzato e percepito dalle persone.

Censis-Eudaimon conferma che la partita dell’adozione è decisiva: il 95,1% dei lavoratori considera necessario che i servizi welfare siano facili da usare online, il 90,6% vuole accedere a tutti i servizi da un’unica piattaforma digitale e l’88,9% chiede informazioni chiare attraverso canali digitali. Sul lato imprese, il 46,7% verifica già la corrispondenza tra piano welfare e bisogni dei lavoratori, e un ulteriore 36,0% vorrebbe farlo.

Per questo servono comunicazione più chiara, onboarding dei manager, campagne interne mirate, lettura dei bisogni per cluster di popolazione, collegamento tra welfare, tempo, carico mentale e lavoro quotidiano, misurazione dell’utilizzo e partnership con chi lavora sul work design e sull’allenamento comportamentale.
È proprio in questo spazio che SMARTER® porta il proprio contributo: riprogettare il modo in cui il lavoro accade ogni giorno e allenare nuove abitudini per trasformare welfare, tempo e benessere in valore concreto.

Il welfare del futuro non sarà vinto da chi ha il catalogo più lungo, ma da chi saprà aiutare le aziende a trasformare i benefit in comportamenti, cultura, fiducia e risultati.

Un progetto SMARTER® Welfare non parte dall’aggiungere nuovi benefit, bensì da una domanda più concreta: dove l’azienda sta già perdendo tempo, energia e valore?

    Il dettaglio del metodo dipende dal contesto: dimensione aziendale, cultura manageriale, processi, ruoli, maturità digitale, welfare già esistente e obiettivi di business. Per questo il primo passo non è applicare un modello standard, ma aprire una diagnosi mirata, per poi decidere dove e come applicarlo.
    Non si parte dai benefit. Si parte dal valore che oggi si disperde.

    Il welfare aziendale può entrare in una fase più matura. Non perché i benefit tradizionali perdano valore, ma perché oggi non bastano più.
    Le persone non hanno bisogno solo di servizi. Hanno bisogno di un lavoro più appagante, sostenibile e di senso, per non essere logorate dal lavoro che quei servizi cercano di compensare.

    Hanno bisogno di tempo per pensare, energia per decidere, lucidità per scegliere le priorità, fiducia per lavorare meglio, strumenti per proteggere attenzione e qualità, leader capaci di non trasformare ogni urgenza in pressione. E hanno bisogno di poter vivere meglio anche fuori dal lavoro: con i propri cari, con le proprie passioni, con più spazio mentale e personale.

    SMARTER® Welfare nasce da questa idea: benessere, produttività, performance e welfare non sono quattro capitoli separati. Sono leve dello stesso sistema.
    La ISO 26000 rafforza questa prospettiva: la responsabilità sociale non vive ai margini dell’organizzazione, ma nelle decisioni, nelle attività quotidiane, nel modo in cui vengono considerati gli stakeholder e negli impatti generati dal lavoro. Il welfare strategico, quindi, non è solo un pacchetto di benefit: è una scelta di governance sul modo in cui l’impresa crea valore senza esaurire le persone.

    Se il lavoro è mal progettato, il welfare rischia di arrivare sempre dopo: compensa, alleggerisce, sostiene. Se invece il lavoro viene riprogettato, il welfare può fare un salto: diventa una leva per restituire valore. Da qui può partire una nuova conversazione tra imprenditori, HR, manager, provider welfare e persone. Il tempo non è più solo una richiesta delle persone. È il nuovo indicatore della qualità del lavoro. Dove il tempo si disperde, il welfare compensa. Dove il tempo si recupera, il welfare diventa strategia.

    *Chi è l’autore

    Strategic Advisor per CEO, HR e Team Leader, da oltre 20 anni Franco Zullo supporta le organizzazioni nel ripensare i modelli di lavoro e di business per migliorare performance, produttività, benessere e impatto. È autore e speaker internazionale su temi legati al futuro del lavoro, alla strategia della performance e alla trasformazione sistemica delle imprese. Il suo approccio combina visione strategica, pensiero sistemico e innovazione centrata sulle Persone. Appassionato di vela, cibo & vino, musica, viaggi e delle persone diverse da lui che incontra lungo il cammino.


    Bibliografia
    Censis-Epassi, IX Rapporto sul welfare aziendale, “A ognuno il suo welfare aziendale: la sfida praticabile”
    – Censis, comunicato stampa “Meno lavoro, più vita”
    – UNI ISO 26000:2010, “Guida alla responsabilità sociale”. Nota: ISO 26000 è una norma guida e non è destinata a fini di certificazione.
    Paolo Iacci, “Quando il premio diventa welfare (e il salario cambia forma)”, Caos Management.
    Edenred, Osservatorio Welfare 2025
    Welfare Index PMI, Ricerca 2025-2026
    Randstad Workmonitor Pulse Q1 2025
    Microsoft Work Trend Index 2025, “Breaking down the infinite workday”
    Deloitte, “Organizations seeking productivity can search for hidden capacity”, 2025

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