AI e lavoro: il 44% dei lavoratori la usa, ma le HR sono in ritardo

In occasione del convegno “Don’t Look Up: ci stiamo preparando al futuro del lavoro?”, l'Osservatorio HR Innovation della School of Management del PoliMI ha presentato i dati di una ricerca sull'uso dell'intelligenza artificiale nelle aziende italiane mettendo in evidenza l'esigenza di ripensare completamente il rapporto tra capitale umano e tecnologie

L’intelligenza artificiale è ormai entrata nella quotidianità di una parte consistente dei lavoratori italiani, ma il suo utilizzo resta ancora prevalentemente operativo, poco governato e raramente inserito in una strategia organizzativa più ampia. È questa la principale criticità che emerge dalla ricerca dell’Osservatorio HR Innovation della School of Management del Politecnico di Milano, presentata al convegno “Don’t Look Up: ci stiamo preparando al futuro del lavoro?”.

Secondo l’indagine, allo stato attuale il 44% dei lavoratori utilizza l’AI, dodici punti in più rispetto a un anno fa, ma nella maggior parte dei casi viene vista come uno strumento standard o un assistente per svolgere compiti ripetitivi, più che una leva capace di trasformare attività, ruoli e modelli di lavoro.

Il dato della ricerca racconta quindi una trasformazione già in corso, ma ancora fragile. In media, grazie all’intelligenza artificiale, i lavoratori italiani risparmiano 30 minuti al giorno, che diventano 40 per chi utilizza questi strumenti quotidianamente. Eppure, solo il 9% delle organizzazioni gestisce in modo strutturato questo tempo recuperato, con il rischio che venga assorbito da attività marginali invece di essere reinvestito in formazione, innovazione o sviluppo di nuove linee di business.

Inoltre, appena un’organizzazione su quattro ha iniziato a riprogettare i processi con l’AI, mentre solo nel 20% delle aziende la nuova tecnologia ha già modificato il business e, anche in questi casi, solo in misura limitata ha generato nuovi servizi o nuovi ricavi.

L’Osservatorio HR Innovation della School of Management dell’università milanese mette quindi in luce un divario evidente tra la velocità con cui i lavoratori stanno adottando l’intelligenza artificiale e la capacità delle aziende, in particolare delle Direzioni HR, di guidarne l’integrazione.

L’utilizzo spontaneo cresce rapidamente: il 34% dei dipendenti usa strumenti non promossi dalla propria organizzazione e il 51% affianca alle soluzioni aziendali strumenti esterni, con potenziali rischi legati alla sicurezza dei dati e alla privacy. L’AI, insomma, si diffonde dal basso, ma spesso senza un governo chiaro dall’alto.

Venendo agli effetti sull’occupazione portati dall’AI, in Italia non emergerebbero segnali evidenti per le tenuta dei posti di lavoro. Al momento, secondo la ricerca si registrerebbe al contrario una crescita della richiesta di profili entry-level, in aumento nel 12% delle aziende e in calo solo nel 5%. I dati sono però in controtendenza rispetto a quanto sta succedendo negli Stati Uniti, dove l’avanzamento dell’AI sta riducendo i ruoli junior più facilmente automatizzabili a favore di profili senior.

In ogni caso, nel nostro Paese resta aperto il tema della trasformazione del lavoro: il 49% delle imprese sa che dovrà riallocare o riqualificare almeno il 5% della propria forza lavoro nel breve-medio termine, ma solo il 15% dichiara di avere competenze adeguate per far evolvere ruoli e capacità.

È proprio su questo punto che si concentra una delle sfide più delicate per le Direzioni HR. L’adozione dell’AI non è omogenea tra i lavoratori, ma cresce con il livello di istruzione ed è trainata soprattutto dalle grandi organizzazioni. Chi non la utilizza, o possiede competenze limitate per farlo, mostra maggiori timori rispetto agli impatti sul proprio lavoro. Il 57% dei lavoratori lamenta inoltre l’assenza di iniziative aziendali di accompagnamento all’AI, con interventi che spesso si fermano a semplici linee guida e non diventano veri percorsi di apprendimento strutturato.

Mariano Corso

In proposito, Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio HR Innovation, rimarca come l’adozione dell’AI mostri già effetti potenzialmente rilevanti, soprattutto in termini di tempo risparmiato, ma resta ancora superficiale e poco governata. Il rischio, sottolinea ancora, non è tanto la sostituzione dell’essere umano o l’impatto immediato sull’occupazione, quanto l’incapacità delle organizzazioni di far evolvere il proprio modello operativo, restando ancorate a una visione dell’AI come semplice strumento di supporto.

Martina Mauri

A sua volta, Martina Mauri, Direttrice dell’Osservatorio, evidenzia invece la necessità di ripensare le mansioni dei lavoratori che entrano nel mercato del lavoro e i loro percorsi di crescita, sviluppando modelli di apprendimento continuo capaci di preservare competenze cognitive, decisionali e know-how organizzativo.

La trasformazione riguarda tra l’altro anche la figura del manager, che appare sempre più sotto pressione. In uno scenario in cui le soluzioni intelligenti possono gestire in autonomia parti crescenti di processi operativi e decisionali, il ruolo manageriale è quindi chiamato a cambiare profondamente. Nonostante questa certezza, i manager italiani non sembrano ancora pronti a guidare questa transizione: uno su cinque non conosce le implicazioni etiche dell’utilizzo dell’AI e il 22% non possiede le abilità necessarie per capire quali attività delegare alla macchina e quali mantenere in capo alle persone. Non sorprende, quindi, che secondo le Direzioni HR l’evoluzione delle figure manageriali sia una delle principali sfide dei prossimi anni.

Il quadro disegnato dalla ricerca si inserisce in un mercato del lavoro già attraversato da tensioni profonde. Il 75% delle organizzazioni italiane fatica ad assumere nuovo personale e la carenza di talenti è strettamente collegata allo skill mismatch, soprattutto nei profili tecnici, digitali e tra gli operai specializzati.

A questo si aggiungono le dinamiche demografiche: con gli attuali livelli di natalità, nel lungo periodo il problema rischia di trasformarsi da scarsità di competenze specifiche a vera e propria carenza generalizzata di forza lavoro. In questo contesto, l’automazione diventa anche una risposta alla difficoltà di reperire personale: oggi in media il 12% delle attività lavorative è stato automatizzato, con punte del 40% nel settore Media, e per il 45% delle imprese l’adozione di queste tecnologie è una risposta diretta alla mancanza di persone o competenze sul mercato.

L’Osservatorio del Politecnico segnala anche un peggioramento del benessere e dell’engagement. La quota di persone pienamente ingaggiate scende al 15%, mentre solo l’8% dichiara di stare bene al lavoro su tutte e tre le dimensioni analizzate: fisica, relazionale e psicologica.

Resta alto anche il numero di dimissioni volontarie: circa due lavoratori su cinque in Italia hanno cambiato lavoro o intendono farlo a breve. In questo scenario, il purpose assume un ruolo sempre più rilevante: nelle aziende capaci di trasmettere uno scopo chiaro, la quota di persone ingaggiate raggiunge l’83%, mentre crolla al 9% dove questo elemento manca.

L’intelligenza artificiale, dunque, non sembra ancora produrre effetti sistemici sull’occupazione, ma sta già mettendo alla prova il modo in cui le organizzazioni progettano lavoro, competenze, ruoli e leadership. La vera partita non si gioca solo sull’efficienza o sulla riduzione dei costi, ma sulla capacità di costruire una collaborazione più matura tra persone e macchine. Ridurre l’AI a un supporto operativo significherebbe perdere l’occasione più importante: ripensare i processi e i modelli organizzativi intorno a una relazione più evoluta tra capitale umano e tecnologie.

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