Competenza implicita, la skill determinante nell’era dell’AI

Francesco Mollo riflette nel suo nuovo articolo sulla necessità di costruire, sviluppare e allenare una competenza destinata a diventare sempre più centrale nel mondo del lavoro, ossia la capacità di guidare gli output che ci fornisce l'AI facendo emergere pensiero critico e cultura consolidata nel tempo

di Francesco Mollo*

Nel dibattito sull’intelligenza artificiale si parla spesso di prompt, tool e automazione. Molto meno di una capacità che, invece, sta diventando decisiva: la competenza implicita. È quella forma di sapere che utilizziamo senza esplicitarla, teorizzata in ambito linguistico da Noam Chomsky e, in senso più ampio, riconducibile alla “conoscenza tacita” di Michael Polanyi. Nell’era dell’AI, questa competenza non serve tanto a produrre output, quanto a riconoscerne la qualità.

L’illusione della risposta giusta
L’AI è bravissima a generare contenuti plausibili. Ma plausibile non significa corretto, né utile, né applicabile. In contesti complessi – edilizia, finanza, medicina, marketing – la differenza tra un buon risultato e un errore costoso non sta nello strumento, ma in chi lo usa.

Chi possiede competenza implicita individua incoerenze anche quando il testo “suona bene”, sa fare le domande giuste dopo la prima risposta, usa l’AI come acceleratore. Chi non la possiede tende ad accettare output superficiali, confonde velocità con qualità, delega il giudizio allo strumento. In altre parole: l’AI amplifica ciò che sei già. Non colma davvero i vuoti.

Una skill per il lavoro che cambia
In un mondo dove l’accesso alle informazioni è sempre più democratizzato, il valore non è sapere “di più”, ma saper riconoscere meglio. Per le funzioni HR questo cambia il paradigma: non basta più valutare competenze dichiarate, ma la qualità del giudizio.

Un riferimento utile per leggere questa evoluzione è il modello di Stuart Dreyfus e Hubert Dreyfus, che descrive il passaggio da principiante a esperto. Nei primi livelli si seguono regole e procedure; nei livelli più alti, invece, emerge una comprensione situazionale sempre più ampia fino ad arrivare a decisioni intuitive, basate su esperienza interiorizzata. È proprio qui che si colloca la competenza implicita: non nell’applicazione corretta di una regola, ma nella capacità di riconoscere quando la regola non basta.

La buona notizia, però, è che questa competenza non è innata, bensì si costruisce, si affina, si allena.
Come? Prima di tutto esponendosi alla realtà, non solo ai modelli: è il lavoro su casi concreti, errori inclusi, che dà corpo al “senso del giusto”. Poi allenando il confronto critico: dopo ogni output AI, vale la pena chiedersi cosa non torna, cosa manca, cosa succederebbe applicandolo davvero.

Archiviare esempi corretti e sbagliati crea una memoria di casi che accelera il riconoscimento nel tempo. Mettere a confronto due soluzioni simili per capire quale funziona meglio – e perché – è uno degli esercizi più efficaci. Infine, saper rallentare nei punti chiave: la velocità è il vantaggio dell’AI, ma il giudizio richiede tempo. Sapersi fermare è già parte della competenza.

Come intercettarla in un colloquio
La competenza implicita non emerge da una lista di skill dichiarate. Va fatta “succedere” durante la selezione.
Un modo efficace è mostrare al candidato un output generato dall’AI con errori nascosti, osservando se li riconosce, dove guarda, che domande fa. Altrettanto rivelatrici sono le domande di secondo livello: non “come faresti?”, ma “cosa potrebbe andare storto?” o “cosa controlleresti prima di validare?”.

Le simulazioni contestuali – portare il candidato dentro un caso reale con tempo limitato – fanno emergere la competenza implicita sotto pressione, che è esattamente quando conta.
Vale anche la pena ascoltare il linguaggio. Chi possiede questa competenza usa spesso segnali precisi: «Questa cosa non mi torna», «dipende dal contesto», «andrebbe verificato». Non cerca certezze immediate, cerca qualità di interpretazione. E paradossalmente, i candidati migliori non sono i più sicuri, ma quelli che sanno dove essere cauti.

Una nuova alfabetizzazione
Se l’alfabetizzazione digitale è stata la sfida degli ultimi vent’anni, oggi serve qualcosa di diverso: un’alfabetizzazione al giudizio. La competenza implicita è ciò che permette di abitare il presente senza subirlo e di usare l’AI come leva, non come stampella.
Per le organizzazioni, questo ha un’implicazione molto concreta: il vantaggio competitivo non sarà nell’accesso all’intelligenza artificiale, ma nella qualità umana che la guida.

*Chi sono

Co-founder, Creative Director e HR Manager di Incredible Truths, lavoro all’incrocio tra comunicazione, cultura organizzativa e persone. Affianco team e aziende nella costruzione di progetti e narrazioni capaci di generare valore, attrarre talenti e rendere la crescita più sostenibile

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