Cercasi (e offresi) lavoro usando l’AI: ma non tutti si fidano

Si "intitola "Smarter Hiring: risolvere le 7 incongruenze che rendono il recruiting più difficile" la ricerca di Indeed e YouGobv sull'uso dell'AI da parte di candidati e datori di lavoro. Tra gli aspetti indagati

Trovare o offrire lavoro usando l’AI è diventato sempre più frequente, ma permangono ancora molte resistenze. Lo ha sottolineato una ricerca condotta da Indeed con la collaborazione di YouGov. Protagonisti oltre 9.300 persone, selezionate tra datori di lavoro e talenti in cerca di occupazione in 12 Paesei, Italia compresa. Realizzata nel maggio 2025, nel nostro Paese la ricerca ha coinvolto 102 datori di lavoro (persone con responsabilità di gestione delle assunzioni) e 508 persone in cerca di lavoro. Tra gli aspetti indagati anche i diversi utilizzi dell’intelligenza artificiale nelle varie fasi del recruitment.

All’apparenza sembrerebbe, secondo l’indagine, ancora significativa la quota di potenziali lavoratori che dichiarano di non servirsi dell’AI per cercare occupazione, pari al 38% del campione. Eppure, chi invece se ne serve lo fa per determinate fasi, dalla stesura o revisione del curriculum vitae (23%) alla redazione della lettera di presentazione (16%). Per chi la utilizza l’AI è insomma utile come supporto strategico per fare ricerca sulle aziende (19%) e prepararsi ai colloqui, anche attraverso domande ad altre persone per eventuali spunti di discussione.

L’indagine si sofferma, come si accennava, anche sull’utilizzo da parte dei datori di lavoro. Le aziende italiane la vedono infatti come uno strumento prezioso per ottimizzare il processo di recruitment. Contro un 18% che non se ne serve, chi la usa lo fa per vagliare i CV e per abbinare meglio candidati a posizioni. L’AI è utile anche per personalizzare il processo di recruitment (24%), per riassumere le esperienze del candidato (20%) e per automatizzare e pianificare le comunicazioni (18%).

Tra le resistenze che ancora persistono tra lavoratori e aziende, emerge la presenza di quasi un
quinto dei candidati italiani (19%) che ritiene che le aziende non dovrebbero utilizzarla nel processo
di recruiting. Allo stesso modo, quasi 1 azienda su 10 preferirebbe che i candidati non ne facessero
uso.

Quali i timori comuni? Il rischio che l’AI introduca pregiudizi nei processi di selezione, compromettendo l’equità o riducendo l’importanza del tocco umano.

Gianluca Bonacchi

Sui risultati della ricerca ha detto Gianluca Bonacchi, Talent Strategy Advisor di Indeed: «Il vero valore dell’AI risiede nella sua capacità di potenziare l’umano. È un potente alleato sia per chi cerca, sia che per chi offre lavoro, ma non si può, né si deve prescindere da quell’interazione umana che rimane essenziale. L’AI facilita e libera tempo da dedicare agli elementi irrinunciabili del processo di recruiting quali la comunicazione, il feedback mirato e le interazioni costruttive. È uno strumento al servizio di un recruiting che deve rimanere profondamente umano».

Per approfondire il contenuto della ricerca di Indeed, è possibile scaricare lo studio completo Smarter Hiring: risolvere le 7 incongruenze che rendono il recruiting più difficile  a questo link.


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