Co-creare la relazione, una competenza strategica per le persone. E non solo

La nostra contributor Emilia Iuliano spiega perché prestare attenzione alla costruzione della relazione con gli altri, a partire da quella che abbiamo con noi stessi, produca sviluppo personale e collettivo, proprio perché generatore di presenza, fiducia e accordo

di Emilia A. C. Iuliano*

Guidare persone oggi richiede qualcosa che va oltre competenze tecniche, processi e modelli organizzativi. Richiede la capacità di costruire relazioni che funzionano: chiare, solide, generative. Relazioni che permettono alle persone di contribuire davvero, ai team di allinearsi, alle organizzazioni di evolvere.

Eppure, proprio qui si gioca una delle sfide più complesse. Perché la qualità della relazione non è data: si costruisce. E incide direttamente sulla qualità delle decisioni, delle azioni e dei risultati.
Nel mio lavoro questa dimensione è diventata sempre più evidente.

La ritrovo nel coaching, nella consulenza HR, nel mio percorso di educazione alla teatralità, nella relazione quotidiana con studenti adolescenti e con i loro insegnanti, spesso all’interno di contesti complessi. È il mio scopo professionale e umano: contribuire a generare relazioni che rendano possibile lo sviluppo del potenziale, personale, sociale e sistemico.

Faccio spesso riferimento alle competenze chiave del coaching perché rappresentano una mappa concreta per lavorare sulla relazione in modo intenzionale. In particolare, la seconda area – Co-creare la relazione – integra tre competenze che considero centrali anche per chi guida le persone nelle organizzazioni, ovvero: stabilire e mantenere gli accordi, coltivare fiducia e sicurezza, mantenere la presenza.

Parlare di co-creare la relazione non è casuale. Nel coaching questa parola nasce da un presupposto preciso: la partnership. La relazione non è qualcosa che il coach costruisce per il cliente, ma qualcosa che si genera insieme, attraverso il contributo attivo di entrambe le parti.

Nel tempo, questa prospettiva è diventata per me una chiave di lettura più ampia, che ritrovo con coerenza anche negli altri ambiti del mio lavoro. Nella consulenza HR, nella relazione educativa, nei contesti organizzativi, le posizioni possono non essere paritetiche, ma la qualità della relazione continua a dipendere da un processo di co-costruzione. Quando la relazione attiva il contributo di tutte le parti coinvolte, si generano responsabilità, partecipazione e possibilità di apprendimento.

Co-creare la relazione diventa allora un atto di rispetto: riconoscere l’altro come parte attiva del processo, portatore di risorse, prospettive e possibilità. È anche una condizione necessaria perché la relazione sia realmente tale: uno spazio in cui ciascuno contribuisce, agisce, si assume responsabilità.

Prima ancora di essere qualcosa che si costruisce con l’altro, la relazione è qualcosa che si costruisce con se stessi. La qualità dello spazio che generiamo nelle relazioni esterne nasce dalla qualità della relazione interna: il modo in cui ascoltiamo i nostri pensieri, riconosciamo le nostre emozioni, diamo senso alle nostre esperienze.

Nel coaching questo è un presupposto implicito: la capacità di essere presenti con l’altro passa attraverso la capacità di essere presenti a se stessi.
Nelle organizzazioni, come consulente HR, lo vedo chiaramente nel modo in cui i leader gestiscono le proprie reazioni, le proprie aspettative, il proprio bisogno di controllo.

Nei contesti educativi emerge nella capacità di stare accanto senza invadere, di guidare mantenendo spazio.
Nel mio percorso di educazione alla teatralità questa dimensione è particolarmente viva. Il laboratorio teatrale, che in questo momento ho la fortuna di abitare sia come fruitrice sia come conduttrice in contesti diversi, rappresenta uno spazio concreto di lavoro su di sé. La sua valenza pedagogica risiede proprio nel processo che ciascuno compie su di sé, come mi ricorda il mio Maestro Gaetano Oliva: nel modo in cui entra in contatto con il proprio corpo, le proprie emozioni, la propria espressività. Ciò che si riconosce e si integra dentro di sé si riflette inevitabilmente nella qualità della relazione con l’altro.

Lavorare sulla relazione con se stessi significa sviluppare consapevolezza, responsabilità e scelta. È ciò che permette di agire con coerenza, di abitare la relazione con intenzionalità e di contribuire a generare spazi in cui anche l’altro possa esprimersi e crescere.

È un principio che sento profondamente allineato con la mia identità e con i miei valori. In questo periodo dell’anno, che per me coincide con un tempo di bilanci personali e simbolicamente con una fase di passaggio e rinnovamento, questa riflessione assume un significato ancora più netto.

Allo stesso tempo, è un momento in cui molte organizzazioni attraversano cicli di performance review. Ed è proprio in questi passaggi che emerge con chiarezza quanto la qualità della relazione costruita nel tempo incida sulla qualità del confronto. La differenza non sta solo in ciò che viene valutato, ma nello spazio che si è saputo generare: uno spazio in cui la persona può riconoscersi, assumersi responsabilità, apprendere, oppure uno spazio che attiva chiusura e difesa.

Questa consapevolezza mi richiama continuamente alla mia responsabilità professionale e personale: come scelgo di stare nelle relazioni, quale spazio contribuisco a generare, come accompagno e mi lascio accompagnare nei processi che vivo e facilito. Stabilire accordi significa creare chiarezza condivisa.

In azienda lo vedo quando un manager apre una riunione allineando obiettivi, tempi e responsabilità, evitando dispersioni e fraintendimenti. Nel coaching emerge quando coachee e coach definiscono insieme cosa è davvero rilevante in quella sessione. A scuola, con adolescenti spesso disorientati, significa esplicitare confini e direzione in modo chiaro e comprensibile. Senza questo passaggio, l’energia si disperde. Con questo passaggio, il sistema si orienta.

Coltivare fiducia e sicurezza significa rendere la relazione uno spazio in cui le persone possano esporsi.
In un team, questo si traduce nella possibilità di portare anche ciò che non funziona senza attivare dinamiche difensive. In un percorso di coaching, nella libertà di nominare dubbi, convinzioni, fragilità. In un contesto scolastico complesso, significa creare le condizioni perché uno studente trovi il coraggio di dire “non ce la faccio” o “non so da dove iniziare”. Anche nel laboratorio teatrale con bambini della scuola dell’infanzia, la fiducia è ciò che permette al gioco di diventare espressione autentica e non semplice esecuzione. È lì che si attiva il potenziale.

Mantenere la presenza è la competenza che rende tutto questo possibile.
Per un leader significa stare in una conversazione senza anticipare soluzioni, ascoltare prima di intervenire, leggere ciò che accade oltre le parole. Nel coaching significa restare nel processo con apertura e curiosità. Nell’educazione significa cogliere segnali sottili, cambiamenti di energia, bisogni non espressi. La presenza è ciò che trasforma un’interazione in una relazione che genera apprendimento.

Queste tre competenze, lette insieme, delineano un approccio chiaro: la relazione è una costruzione intenzionale e ha un impatto diretto sulla performance dei sistemi. Quando un leader integra accordi chiari, fiducia e presenza nel proprio stile, questo si diffonde a catena. I team diventano più allineati, le decisioni più consapevoli, le azioni più coerenti.

Viviamo in un tempo attraversato da tensioni, conflitti, polarizzazioni sempre più evidenti, a livello globale così come nei contesti organizzativi. In questo scenario, la capacità di co-creare relazioni diventa una competenza strategica. Non solo per lavorare meglio, ma per contribuire a generare contesti in cui il confronto non degeneri in contrapposizione e la diversità non diventi distanza.

Nel mio lavoro vedo ogni giorno quanto la qualità della relazione orienti ciò che diventa possibile. In un team, in un’aula, in una sessione di coaching. E vedo anche quanto questo approccio richieda intenzionalità: non è spontaneo, si allena. Magari affiancati proprio da un coach.

Per questo credo che il cuore di queste competenze vada oltre il coaching. Riguarda il modo in cui costruiamo organizzazioni e comunità. Coltivarle significa contribuire a generare spazi in cui le persone possano esprimere il proprio potenziale in modo pieno e responsabile.
E forse, oggi più che mai, è proprio dalla qualità delle relazioni che può passare una possibilità concreta di evoluzione, per le organizzazioni e per i sistemi di cui facciamo parte.

* Chi sono

Credo nello sviluppo dell’individuo come via per generare sviluppo del potenziale umano personale, sistemico e sociale.
Coach Evolutiva, con credenziali ACC ICF (International Coaching Federation), integro coaching evolutivo ed educazione alla teatralità per favorire consapevolezza, apprendimento e cambiamento autentico.
Dopo un lungo percorso come Giornalista, Docente Universitaria a contratto, Project Manager e People Manager, oggi accompagno persone e organizzazioni a definire obiettivi significativi e a tradurli in azioni coerenti, allenando presenza, fiducia e co-creazione. Il mio lavoro promuove relazioni consapevoli, ambienti generativi e una cultura della crescita condivisa.

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