Sì al vuoto fertile, l’unico capace di generare valore per noi e per gli altri

Nel suo articolo il contributor Maurizio Mantovani si sofferma sul valore di vivere le fasi di cambiamento, professionale e privato, respingendo la tentazione molto diffusa di riempire quello spazio il più in fretta possibile

di Maurizio Mantovani*

Nelle organizzazioni il cambiamento raramente arriva all’improvviso. Arriva prima nei segnali. Poi nelle relazioni. Solo alla fine nelle decisioni formali. Eppure esiste una fase intermedia del cambiamento di cui si parla poco, perché è difficile da gestire, da misurare e da accompagnare: lo spazio tra ciò che eri e ciò che stai diventando.
È uno spazio scomodo. Ma è anche uno spazio fertile.

Nel libro Non ho mangiato la minestra, scritto insieme a Dalmazio Manti, Fabiola Nelli e Graziella Saccinto, abbiamo scelto, partendo dalle nostre esperienze personali, di proporre un modello di gestione del cambiamento personale e organizzativo. Io ho affrontato in particolare proprio questa fase: quel momento in cui il cambiamento non è ancora una direzione, ma ha già smesso di essere una continuità. Lo chiamo vuoto fertile.

Quando il ruolo finisce prima dell’identità
Per molti anni ho lavorato come dirigente responsabile della formazione della rete in una grande banca.
Entravo ogni giorno in sale riunioni dove si prendevano decisioni, si costruivano progetti, si definivano strategie. Poi, un giorno, quella traiettoria si è interrotta. Ricordo ancora una scena molto precisa: una sala riunioni elegante, un tavolo lungo, sedie vuote e davanti a me una solo cartellina con il mio nome. In quel momento ho capito una cosa semplice e potente: quando perdi un ruolo non perdi solo un lavoro. Perdi il modo in cui ti sei raccontato per anni.
È lì che inizia il vuoto fertile. Non quando cambia l’organigramma. Quando cambia la risposta automatica alla domanda: chi sei?

Che cos’è il vuoto fertile (in termini organizzativi)
Il vuoto fertile è la fase che si apre quando termina un assetto professionale consolidato ma non è ancora emersa una nuova identità operativa. Può nascere da:
– una riorganizzazione;
– un cambio di responsabilità;
– una perdita di ruolo;
– un passaggio manageriale;
– una trasformazione del contesto;
– una decisione strategica corretta ma interiormente non ancora integrata.

Il vuoto fertile non coincide con la perdita. Coincide con la sospensione delle certezze. È il momento in cui il ruolo smette di essere sufficiente a definire la persona.
Nel mio caso questa sospensione è diventata visibile quando, improvvisamente, mi sono trovato con un’agenda completamente vuota e un telefono che non suonava più. Dopo anni di giornate scandite al minuto, quello spazio sembrava un problema da risolvere subito.
Solo più tardi ho capito che era una fase da attraversare.

Perché nelle organizzazioni il vuoto fertile fa paura
Le organizzazioni sono progettate per gestire attività, non sospensioni. Misurano infatti risultati; performance; tempi; obiettivi. Molto meno si occupano della ridefinizione identitaria; del riallineamento motivazionale; delle trasformazioni professionali profonde.

Per questo il vuoto fertile viene spesso interpretato come inefficienza. In realtà è un passaggio strutturante. È la fase in cui si decide la qualità del cambiamento successivo. L’errore più frequente: riempire subito il vuoto. Quando termina un ruolo importante, la prima reazione è quasi sempre la stessa: cercare di replicarlo. Si cerca lo stesso perimetro, lo stesso status, lo stesso tipo di responsabilità.

Anch’io ho fatto così. Ho iniziato a contattare persone, organizzazioni, possibili interlocutori professionali. Avevo una rete ampia e relazioni solide. Ma mi mancava una cosa fondamentale: una direzione. Le conversazioni suonavano tutte più o meno così: «Sono disponibile, se avete bisogno…» Disponibile a fare cosa, esattamente?
Era evidente che non ero pronto.

Stavo cercando un ruolo. Non stavo costruendo una nuova identità.

La dissonanza cognitiva professionale: quando sappiamo leggere gli altri ma non noi stessi
Nel libro ho dato un nome a questa esperienza: dissonanza cognitiva professionale.
È una dinamica molto diffusa nelle organizzazioni. Succede quando siamo bravissimi a leggere i segnali di cambiamento negli altri, ma diventiamo improvvisamente miopi quando riguardano noi. Nel mio ruolo di HR manager ero allenato a intercettare: conflitti emergenti, transizioni difficili, momenti di disallineamento professionale.

Eppure, quando quei segnali hanno iniziato a riguardarmi, non li ho riconosciuti. Non perché non fossero chiari. Perché erano scomodi. La mente, in questi momenti, non cerca la verità. Cerca la stabilità.

Il passaggio decisivo: cambiare la domanda
Il vuoto fertile diventa davvero trasformativo quando cambia la domanda. All’inizio la domanda è quasi sempre: «Chi mi ridarà quello che avevo perso?»
Poi, lentamente, può diventare: «Dove sono davvero utile?»

È una differenza radicale e ha a che fare con un esperienza poco frequente nel corso della vita organizzativa e professionale: la libertà di scegliere. E la responsabilità di darsi un futuro migliore, più coerente con se stessi.

Cosa succede quando il vuoto fertile viene attraversato davvero
Attraversare questa fase non significa fermarsi passivamente. Significa fare tre operazioni decisive:

1) sospendere le risposte automatiche: non cercare subito un nuovo ruolo, ma lavorare su una a nuova direzione;

2) osservare dove si genera davvero valore: non dove pensiamo di generarlo. ma dove gli altri lo riconoscono. Nel mio caso è stato evidente un elemento importante: il riconoscimento più forte arrivava da chi lavorava con me operativamente sul business, non da chi mi coordinava gerarchicamente. È stato un segnale decisivo.

3) ridefinire il proprio impatto: non cosa so fare, ma cosa cambia per gli altri quando lavoro con loro. Da lì è nata la mia nuova identità professionale.

Il vuoto fertile come competenza organizzativa
Le organizzazioni più evolute non cercano di evitare il vuoto fertile. Lo accompagnano.
Perché sanno che è il passaggio necessario per:
– costruire leadership autentica;
– sostenere transizioni manageriali complesse;
– evitare scelte difensive;
– migliorare la qualità dei cambi di ruolo;
– trasformare il cambiamento da evento a processo.
Non è tempo perso. È tempo strutturante.

Dalla posizione all’impatto: il vero risultato del vuoto fertile
Il cambiamento più importante che nasce da questa fase è lo spostamento dalla posizione all’impatto. Per anni una parte della mia autorevolezza era sostenuta dal ruolo. Quando quel ruolo è venuto meno, ho dovuto ricostruire la mia credibilità su un altro terreno: l’utilità generata in tempo reale. È un passaggio impegnativo. Ma oggi sempre più necessario.
Perché nelle organizzazioni contemporanee i ruoli cambiano più velocemente delle identità.

In conclusione, il problema nelle organizzazioni non è il cambiamento. È la fretta con cui cerchiamo di riempire lo spazio che il cambiamento apre. Il vuoto fertile non è tempo perso. È il luogo in cui le persone smettono di chiedersi quale ruolo avranno e iniziano a chiedersi quale valore vogliono generare. Ed è da lì che nasce ogni cambiamento autentico.

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