Cresce lo stress, ma le emozioni restano un tabù

Partendo dai dati delle ultime due edizioni di MINDex, Unobravo solleva la questione della sicurezza psicologica delle persone da garantire attraverso il coinvolgimento attivo delle organizzazioni ancora poco attrezzate a riconoscere e prevenire disagio e rischio concreto di burnout

Oltre sei lavoratori italiani su dieci hanno vissuto situazioni di stress o burnout, ma parlare delle proprie difficoltà emotive in azienda resta un tabù. È quanto emerge dalle ultime due edizioni del MINDex di Unobravo, che a pochi giorni dalla conclusione della Settimana europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, richiama l’attenzione sulla sicurezza psicologica nelle organizzazioni. Se il 73% dei lavoratori considera fondamentali le competenze emotive, soltanto l’8% ritiene che la propria azienda abbia adottato misure concrete per favorirne l’espressione.

Realizzata con il supporto di Ipsos Doxa, l’edizione della ricerca di quest’anno si basa su 1.600 interviste online condotte tra il 26 marzo e il 6 aprile 2026 su un campione rappresentativo della popolazione italiana tra i 18 e i 70 anni, strutturato per genere, età, area geografica e titolo di studio.

Contro il 42% dei lavoratori che nel 2025 aveva dichiarato che il proprio datore di lavoro non offriva alcun benefit dedicato alla salute mentale, quest’anno si aggiunge il dato su una contraddizione di fondo, ossia le competenze emotive sono considerate fondamentali, ma non sempre trovano spazio nella quotidianità professionale.

Il 49% dei lavoratori ammette inoltre che le difficoltà nella gestione delle emozioni hanno conseguenze concrete sulle relazioni lavorative. Circa tre dipendenti su dieci evitano di parlare di ciò che provano con il proprio responsabile oppure si sentono raramente a proprio agio nel farlo.

È proprio in questa distanza tra consapevolezza e comportamenti che emerge uno dei nodi più delicati della cultura organizzativa. Riconoscere il valore delle emozioni non significa necessariamente sentirsi liberi di esprimerle. Il timore di apparire fragili, poco affidabili o incapaci di gestire la pressione può trasformare il silenzio in una forma di autodifesa, soprattutto quando il rapporto con i superiori non favorisce un confronto aperto.

I dati mostrano inoltre quanto sia ancora limitata la risposta delle imprese. Il 51% dei dipendenti giudica le iniziative di supporto emotivo e psicologico scarse o del tutto assenti.

Il tema chiama direttamente in causa la leadership. La sicurezza psicologica non coincide semplicemente con la disponibilità di un servizio di assistenza, ma riguarda la costruzione di un ambiente nel quale le persone possano chiedere aiuto, manifestare un disagio, riconoscere un errore o esprimere un’opinione senza temere conseguenze negative. Una responsabilità che coinvolge l’intera organizzazione, a partire da chi coordina i gruppi di lavoro.

«I dati ci dicono chiaramente che la repressione emotiva in azienda pesa non solo sulla salute dei singoli, ma anche sul clima organizzativo e sulla produttività», osserva Davide Uberti, Client Success & Partner Sales Senior Lead di Unobravo. Per Uberti, sostenere la sicurezza psicologica significa mettere a disposizione canali protetti e accessibili, ma soprattutto aiutare i manager a riconoscere i segnali di disagio prima che possano sfociare in situazioni di burnout.

Accanto alla prevenzione quotidiana esiste poi una dimensione particolarmente delicata, quella degli eventi traumatici che possono verificarsi sul posto di lavoro. Incidenti, aggressioni, molestie, rapine o la morte di un collega producono conseguenze che non si esauriscono nella gestione dell’emergenza, ma possono compromettere il benessere delle persone e gli equilibri di un intero gruppo.

Per affrontare queste situazioni, Unobravo ha sviluppato un servizio di Presidio Emergenziale, che prevede un canale telefonico attivo 24 ore su 24 per i referenti aziendali e la possibilità di attivare interventi psicologici entro 48-72 ore dall’evento. Una rete nazionale di 25 psicologi e psicoterapeuti specializzati nella gestione del trauma può intervenire attraverso colloqui individuali, incontri di gruppo e percorsi di sostegno continuativo, online oppure in presenza.

Si tratta di un modello che affianca alla gestione immediata dell’emergenza l’attenzione per le conseguenze psicologiche nel medio periodo. Un approccio che risponde a una domanda di sostegno sempre più presente anche nel mondo aziendale: secondo i dati comunicati da Unobravo, oltre 450 imprese hanno attivato collaborazioni per offrire servizi di supporto psicologico ai dipendenti, coinvolgendo potenzialmente più di 400.000 lavoratori.

Ma il punto non è soltanto intervenire quando il disagio si manifesta. È creare le condizioni perché possa essere riconosciuto e affrontato prima di diventare un problema più grave. Questo significa investire nella formazione dei responsabili, sviluppare capacità di ascolto, garantire riservatezza e inserire la salute mentale tra le responsabilità ordinarie della gestione delle persone, senza relegarla a un’iniziativa occasionale di welfare.

Anche il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha recentemente richiamato l’importanza dell’ascolto e della prevenzione del disagio emotivo nella tutela della salute sul lavoro. Un’indicazione che allarga il concetto stesso di sicurezza, includendo dimensioni spesso trascurate dai tradizionali strumenti di protezione.

Resta una domanda che i numeri del MINDex rendono difficile eludere: quanto può dirsi davvero sicuro un ambiente di lavoro nel quale una parte significativa delle persone non si sente libera di parlare delle proprie difficoltà? La risposta riguarda certamente i servizi messi a disposizione dalle aziende, ma ancora di più ciò che accade ogni giorno nelle relazioni tra colleghi, responsabili e collaboratori. Perché la sicurezza psicologica si misura anche nella possibilità di dire «non sto bene» senza che questa ammissione diventi un rischio professionale.

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