Homo homini monstrum. Nella vita e al lavoro

Con Halloween alle porte, Niccolò Dilda prende in prestito fantasmi, streghe, zombie e vampiri per smascherare quattro dinamiche tossiche del lavoro.

di Niccolò Dilda*

Nel Dracula di Bram Stoker, Jonathan Harker si sta radendo davanti a un piccolo specchio da viaggio quando una mano gli sfiora la spalla: è il Conte alle sue spalle. Harker si volta, ma nel vetro, dove dovrebbe comparire un secondo volto, non c’è nessuno. Il vampiro non ha riflesso. Lo specchio, che da Socrate in poi è lo strumento per eccellenza della conoscenza di sé, con lui non funziona: è l’unico essere che non può essere restituito a sé stesso.

Noi, davanti allo specchio, ci vediamo benissimo: la cravatta, le occhiaie, il sorriso da riunione. Eppure non scorgiamo mai il vampiro che ci sta dietro la spalla. Così come quello che ci portiamo dentro. Il paradosso è che la nostra immagine è nitida e il nostro mostro invisibile, come se lo specchio fosse costruito per mostrarci tutto tranne ciò che stiamo nascondendo.

In nessun luogo ci si specchia quanto in ufficio: valutazioni annuali, feedback a 360 gradi, KPI, profili LinkedIn. Ci osserviamo di continuo ma senza vederci del tutto, perché (mal)trattiamo la nostra immagine come se fosse una performance. In costante equilibrio tra luci e ombre, tra successi e fallimenti, tra giorni sì e stagioni no, dimentichiamo che la metà in ombra non è in conflitto con la metà al sole. Nel mese di Halloween, chiediamo aiuto alla saggezza pagana dei latini per dialogare con la faccia mostruosa dell’animo umano.

Partiamo proprio dal latino: “monstrum”, ovvero mostro, deriva dal verbo “monēre”, ammonire»: il mostro è ciò che ci avverte, non un’anomalia, ma un messaggio cifrato. Saranno infatti quattro mostri a simboleggiare alcune dinamiche lavorative ad alto rischio tossicità. Contro di loro non serve intervenire usando paletti di frassino o proiettili argentati, bensì propongo alcune “pillole filosofiche”: del resto questo è lo speciale a tema Halloween di FILOSOPOP.

Il primo a non bussare, perché attraversa gli oggetti, è il fantasma: la figura di chi c’è ma non viene visto. In azienda ha un nome moderno e brutale: ghosting. Chi accompagna persone in cerca di lavoro sa che il rifiuto è un’informazione, mentre un silenzio non dice niente. Dovrebbe pesare meno, eppure logora più di un no. Com’è possibile che il nulla faccia più male di una risposta? E perché chi lo subisce resta a interrogare il vuoto, chiedendosi «Ho sbagliato qualcosa?» oppure dicendosi «La colpa è mia», esattamente come i fantasmi delle storie, che infestano i luoghi dove è rimasta una domanda senza risposta?

Il mistero si scioglie con Hegel. Nella “Fenomenologia dello spirito” la coscienza di sé nasce solo quando un’altra coscienza ci riconosce: l’intera vicenda umana è una lotta per ottenere quello sguardo. Un no, per quanto duro, è ancora un riconoscimento, perché qualcuno ci ha guardati e ci ha risposto. Il silenzio è l’unica risposta che ci nega (nega noi) e ci fa smettere, quasi alla lettera, di esistere agli occhi dell’altro. Ecco perché il fantasma, a ben vedere, non è un morto: è un vivo a cui nessuno ha risposto. E non abita solo i processi di selezione: lo incontriamo nelle riunioni in cui si parla e nessuno alza lo sguardo, nelle mail mai evase, nel collega che saluta e non viene salutato.

Tradotto in aziendalese: l’agire non mostruoso richiede di restituire il feedback, anche quando negativo. Un no motivato è un gesto di rispetto, un silenzio è una piccola cancellazione. Per non produrre fantasmi basta una riga: abbiamo scelto X, ecco cosa ci ha convinto e cosa no.

Segue la strega, o meglio la sua caccia. A Salem, nel 1692, una comunità terrorizzata ritrovò la pace accusando alcune persone fino a mandarne una ventina al patibolo. René Girard ha costruito su questo meccanismo un’intera teoria: quando la tensione sale, il gruppo la scarica su una vittima, e l’unanimità contro di lei legittima la condanna. Ogni progetto andato storto, ogni cliente perso, ogni trimestre in rosso riapre il tribunale: la riunione si trasforma in un processo e la domanda diventa: «Chi è stato?».

La strega, di norma, è la persona più nuova, più esposta, meno protetta. La pace dura una settimana; il problema aspetta il prossimo rogo. Proviamo invece a praticare l’analisi degli errori senza ricercare colpevoli: non per buonismo, ma perché chi teme il rogo nasconde l’errore, e un errore nascosto si fa più dannoso. La parresia di cui parlavamo a proposito delle parole in azienda attecchisce solo dove chi parla non viene scottato. La lezione sta in una sola sostituzione: da «chi è stato?» a «cosa è successo?».

Alla porta sul retro che hai dimenticato di sbarrare arriva lo zombie. Nello Zombi di George A. Romero (1978) i morti viventi si trascinano nel centro commerciale per un riflesso residuo: lì, in vita, andavano a consumare. Chi non ci rivede l’ufficio di lunedì alle nove alzi la mano.

Heidegger chiamava “das Man” il soggetto senza volto che decide per noi: si risponde alle mail entro sera, si resta fino alle sei, si dice che va tutto bene. Sopravviviamo benissimo ma viviamo male, senza chiederci perché. Byung-Chul Han aggiunge un tassello prezioso: nella società della prestazione ci sfruttiamo da soli, convinti di essere liberi, fino all’esaurimento. Ne nasce il presenteismo: corpi in sede con anime assopite. Lo zombie non è un pigro, ma qualcuno a cui la routine ha divorato il senso. Per un leader significa smettere di chiedere «a che punto sei?» e provare, ogni tanto, con «cosa ti fa sentire vivo, qui dentro?». Anche la risposta «niente» è già un primo battito.

Ed eccoci al vampiro, che ci aspettava allo specchio dalla nostra introduzione. Marx definiva il capitale lavoro morto che si ravviva soltanto succhiando lavoro vivo. Idee politiche a parte, l’immagine descrive con crudezza il rischio di trattare le persone come riserve da prosciugare. Il manager che consuma i collaboratori come batterie, il collega che ci chiede: «Avresti cinque minuti?».

Kant ci offre l’antidoto: trattare l’umanità, in noi e negli altri, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo. Il vampirismo è il suo esatto contrario: ridurre l’altro a ciò che ci serve. L’impasse è che nessun vampiro si riconosce tale. Non vediamo il nostro Nosferatu perché lo specchio che ci siamo dati misura i KPI, non il prelievo. Il riflesso mancante possono restituircelo solo gli altri, con un feedback sincero e relazioni abbastanza solide da reggerlo. Una domanda da portarsi in riunione è quindi: «Che cosa sto prendendo da chi lavora con me, e che cosa gli restituisco?».

Messi in fila, i quattro mostri ci consegnano quattro verbi: riconoscere (il fantasma), comprendere (la strega), risvegliare (lo zombie), restituire (il vampiro). Nessuno di loro è davvero un mostro, almeno nel senso dei latini: sono ammonimenti, il segnale di ciò che ci manca.

Uno sguardo, un dialogo, una domanda, una reciprocità. Vale anche qui ciò che ripete People Are People: le persone sono sempre persone, anche quando recitano la parte dei mostri.

Dolcetto o scherzetto, dunque? Il dolcetto è uno sguardo che ci riconosce. Lo scherzetto è il mostro che non sappiamo di essere – metaforicamente. E a differenza del vampiro, noi lo specchio possiamo ancora trovarlo: si chiama collega.

*Chi sono

Career Counselor accreditato da Regione Lombardia al servizio di persone e organizzazioni nella crescita professionale, mi occupo di formazione, consulenze e orientamento specialistico, unendo counseling e filosofia pratica con una vocazione trasformativa. Spiego quanto le HR e le soft skills debbano alla filosofia, collegando questi mondi con metafore pop.

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