«Piacere, sono una coach evolutiva: vi presento lo zaino della mia identità»

La nostra autrice Emilia Iuliano spiega domanda dopo domanda chi è e cosa fa una professionista come lei, che ha portato nel lavoro attuale di coaching evolutiva certificata per singoli e team competenze ed esperienze mutuate da ambiti anche molto diversi l'uno dall'altro

di Emilia A. C. Iuliano*

Quando dico che sono una coach, ogni tanto scopro di avere competenze che ignoravo. C’è chi parte dallo sport: «Ah, quindi alleni una squadra?».
Chi passa rapidamente alla motivazione: «Quindi motivi le persone».
Chi azzarda: «Una specie di psicologa?».
E chi arriva dritto al risultato: «Quindi uno viene da te con un problema e tu gli dici come risolverlo?».
Nel giro di pochi secondi posso diventare allenatrice, motivatrice, dispensatrice di consigli, problem solver e, con un piccolo salto creativo, persino detentrice di qualche formula segreta per vivere e lavorare meglio. Del resto, ero stata avvertita.

Durante la mia formazione, mentor e trainer ci raccontavano quanto fosse ancora necessario fare chiarezza sul coaching e contribuire, come professionisti, a diffonderne una cultura corretta. Negli anni ho poi ritrovato gli stessi equivoci nei racconti di molti colleghi coach, sui social, nelle presentazioni, nelle conversazioni con potenziali clienti e organizzazioni.

Fare chiarezza fa parte del nostro lavoro. Le competenze chiave dell’International Coaching Federation chiedono al coach di spiegare la propria filosofia di coaching e di definire con chiarezza il processo, la relazione professionale e gli accordi che la sostengono. Anche il Codice Etico richiama la responsabilità con cui presentiamo la nostra professione e ciò che offriamo. Per me significa contribuire a fare cultura sul coaching ogni volta che ne parlo. E allora provo a farlo a modo mio: apro la mia mappa del territorio.

UNA MAPPA, MOLTI ESPLORATORI
Il coaching può coinvolgere una persona, un gruppo o un team.
Nel coaching individuale il coachee arriva con il proprio territorio: un obiettivo da raggiungere, una situazione da affrontare, una scelta, un cambiamento desiderato, qualcosa che vuole comprendere meglio o mettere in movimento.
Nel group coaching più persone lavorano sui propri obiettivi all’interno di uno spazio condiviso, nel quale confronto e risonanze possono amplificare l’apprendimento.
Nel team coaching il territorio diventa quello del sistema: obiettivi comuni, relazioni, dinamiche, risorse e il modo in cui le persone costruiscono insieme risultati.
Cambiano la configurazione e il campo di osservazione. Il processo di coaching mantiene la propria centralità.

Come coach porto ascolto, domande, feedback, osservazioni e restituzioni. Presto attenzione alle parole, alle emozioni, ai cambiamenti di tono, ai gesti, alla postura, alle connessioni che emergono.
A volte una domanda apre una strada. Una parola ripetuta diventa una traccia. Un silenzio offre il tempo perché qualcosa prenda forma. In un gruppo, l’intervento di una persona può generare una risonanza inattesa in un’altra. In un team, una dinamica che diventa visibile può aprire nuove possibilità per il sistema.

La mappa si arricchisce mentre la esploriamo.
Il coach conosce il processo e ne custodisce la qualità. Persone, gruppi e team conoscono il proprio territorio, il proprio contesto e ciò che per loro conta. Nella relazione prendono forma nuove consapevolezze, possibilità, scelte e azioni.

LE MAPPE CHE PORTO NELLO ZAINO
La mia mappa professionale parte dal Coaching Evolutivo® e si muove nella cornice delle competenze e del Codice Etico dell’International Coaching Federation. È il riferimento che orienta il mio modo di essere coach e di stare nella relazione. Negli anni, altri territori hanno allenato il mio sguardo.
La transilienza, di cui ho già raccontato in questa rubrica, ha insegnato a osservare ciò che attraversa esperienze e ruoli differenti.

Competenze, apprendimenti e comportamenti sviluppati in un contesto possono diventare risorse preziose anche altrove. Spesso abbiamo già con noi molto più di quanto pensiamo: riconoscerlo permette di attribuirgli valore e sperimentarlo in territori nuovi.
Poi c’è l’educazione alla teatralità, che amplia il mio sguardo sulla persona coinvolgendo corpo, emozioni e mente. Mi ha allenata alla presenza, all’osservazione e all’ascolto di linguaggi differenti: la parola, il gesto, il movimento, la postura, il ritmo, lo spazio, la relazione.

A queste mappe si intrecciano le esperienze maturate nelle risorse umane, nella formazione, nella comunicazione e nei contesti educativi. Fanno parte del mio bagaglio e affinano il modo in cui osservo e ascolto. Le porto nello zaino. Mi orientano nel mio ruolo. Il territorio appartiene sempre alle persone e ai sistemi con cui lavoro.

E POI DEVO SPIEGARE LO YOGA
Quando penso di aver finito di spiegare cosa faccio, ogni tanto arriva il livello successivo.
«Ho capito. Ma quindi… il coaching cosa c’entra con lo yoga?».
E qui lo zaino si apre di nuovo.
La domanda arriva soprattutto quando racconto ARUNA lab, il progetto che condivido con la mia collega e insegnante di yoga Giulia Mussi.
Coaching e yoga hanno ciascuno la propria identità, i propri strumenti e le proprie competenze professionali. In ARUNA lab li facciamo dialogare, incontrando la persona da prospettive differenti e complementari.

Nel coaching lavoriamo su consapevolezza, obiettivi, risorse, scelte e azioni. Lo yoga porta respiro, movimento, ascolto e presenza. La loro integrazione coinvolge corpo, emozioni e mente e crea esperienze nelle quali ciò che emerge può essere esplorato e sperimentato attraverso linguaggi differenti.
Con Giulia abbiamo costruito su questa sinergia percorsi rivolti a persone, gruppi, team e organizzazioni. Ne ho raccontato più diffusamente in un altro articolo della mia rubrica.

Così, quando qualcuno mi chiede cosa c’entri lo yoga, ormai penso che sia un buon segno. Significa che la mappa si sta facendo interessante.
E allora, cosa fa un coach? Forse qui si trova la parte più affascinante del mio lavoro.
La competenza del coach si esprime anche nella qualità dello spazio che sa creare perché una persona, un gruppo o un team possano pensare, esplorare, mettere in relazione elementi apparentemente lontani, riconoscere risorse, aprire possibilità e sperimentare nuovi modi di agire. A volte emerge una decisione. A volte un obiettivo acquista una forma più nitida. A volte cambia il modo di guardare una situazione.

In un team può diventare visibile una dinamica che fino a quel momento agiva sullo sfondo. In un gruppo, l’esperienza di qualcuno può accendere una prospettiva nuova per qualcun altro.
E qualche volta accade qualcosa di molto più piccolo, almeno in apparenza.

Una persona si ferma, cambia espressione e dice: «Aspetta…».
Confesso che quell’«aspetta» mi piace molto. Perché spesso segnala che sulla mappa è appena comparso qualcosa. Da lì l’esplorazione continua: scegliere una direzione, compiere un passo, sperimentare un comportamento, osservare ciò che accade e portare quell’esperienza nel percorso.

Consapevolezza e azione alimentano un apprendimento che amplia progressivamente la capacità di persone, gruppi e team di orientarsi e utilizzare le proprie risorse.
Forse è questo uno degli aspetti che amo di più del coaching: vedere la mappa diventare progressivamente più leggibile per chi la sta percorrendo.
Così, la prossima volta che qualcuno mi chiederà: «Ma quindi, esattamente, cosa fa un coach?», potrei rispondere: «Hai un po’ di tempo?»
E poi, prometto, cercherò di resistere almeno qualche secondo alla tentazione di fare una domanda.

* Chi sono

Credo nello sviluppo dell’individuo come via per generare sviluppo del potenziale umano personale, sistemico e sociale. Coach Evolutiva, con credenziali ACC ICF (International Coaching Federation), integro coaching evolutivo ed educazione alla teatralità per favorire consapevolezza, apprendimento e cambiamento autentico. Dopo un lungo percorso come Giornalista, Docente Universitaria a contratto, Project Manager e People Manager, oggi accompagno persone e organizzazioni a definire obiettivi significativi e a tradurli in azioni coerenti, allenando presenza, fiducia e co-creazione. Il mio lavoro promuove relazioni consapevoli, ambienti generativi e una cultura della crescita condivisa.

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