Come cambia il lavoro delle PR, dopo l’ubriacatura da Gen AI

Analizzando i risultati del report di Muck Rack "The State of PR", la docente Stella Romagnoli e il founder di Purple & Noise PR osservano come sta cambiando il settore delle pubbliche relazioni

La Gen AI ha ampiamente conquistato il mondo delle pubbliche relazioni, ma non è destinata a soppiantare per sempre il lato umano (e stampato) del lavoro dei professionisti PR. Secondo la nuova edizione di “The State of PR”, ricerca curata da Muck Rack, ad utilizzare abitualmente i nuovi tool introdotti da Chat GPT & co è la stragrande maggioranza ((80%) del campione di circa mille professionisti PR consultati a livello globale. Rispetto al 2025 c’è stata anzi un’ulteriore crescita contro un risicato 10% di inossidabili difensori dello status quo pre-algoritmo.

Davide Ciliberti

Nonostante il tecno-entusiasmo generale, la ricerca parla anche di un secondo fenomeno, ossia la presenza tuttora prevalente nelle attività di PR dell’uso della stampa e della relatività attività di media relations molto poco digitalizzata. Lo ha sottolineato in particolare Davide Ciliberti, founder di Purple & Noise PR, precisando: «Dopo l’ubriacatura dei primi tempi laddove le aziende riversavano generosi budget e cachet nelle tasche di improvvisati opinion maker capaci di contare su un numero impressionante di followers, reali o acquisiti che fossero, ci si è resi conto – bontà loro – che tutti quegli allegri investimenti hanno poi nel medio termine reso proprio pochino…».

Sulla stessa lunghezza d’onda si pone Stella Romagnoli, docente di comunicazione d’impresa all’Università La Sapienza e Luiss, secondo la quale «attualmente si guarda di più ai creator, ovvero persone che pensano e costruiscono i contenuti, perché al momento gli algoritmi premiano, appunto, il contenuto piuttosto che il numero di follower; indicatore che invece era topico fino a poco tempo fa. Tant’è che oggi – continua la docente – si parla di creator economy, rispetto alla ‘passata’ influencer economy, traghettandoci dunque verso un modello meno numerico-quantitativo e più contenutistico-qualitativo».

Scorrendo gli altri risultati dello studio di Muck Rack, si noterebbe quindi una sorta di ritorno alle origini delle PR, caratterizzata da un mix di stampa e online, naturalmente con una schiacciante preminenza della seconda sulla prima, comunque sempre piuttosto rilevante (69% contro 91%).

A sorpresa, la TV è tuttora il medium più seguito, quand’anche in modalità “smart” multi-device. Uno spazio sempre maggiore va ai podcast, utilizzati da poco più dalla metà dei professionisti PR, e alle newsletter (42%), un ulteriore segno del fatto che le aziende stiano «finalmente capendo i benefici di essere loro stesse media, se non altro per una propria e ben profilata audience», precisa ancora il founder di Purple & Noise.

Sul punto aggiunge a sua volta Stella Romagnoli: «La stampa, nelle versioni on e offline, è tuttora imbattibile perché AI e Google premiano le fonti più autorevoli. Quindi – spiega – essere pubblicati su un giornale, oltre all’audience pregiata del lettore è anche fondamentale per l’AI. E quindi – rimarca in conclusione la docente – siamo punto a capo: un buon ‘vecchio’ ufficio stampa è quello che ti permetta oggi, la migliore AI gen».

Per maggiori informazioni sul report di Muck Ruck, cliccare qui.

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