AI Fluency, il linguaggio del lavoro a misura di futuro sostenibile e umano

Consapevolezza, Metodo, Pratica e Advocacy sono i cardini per vincere la scommessa di un cambiamento epocale nella cultura aziendale in cui al centro vi è la relazione fra l’uomo e l’AI: lo sottolinea il framework di Maurizio La Cava presentato di recente a Milano

Maurizio La Cava

«Come si lavora davvero con l’AI?». La domanda ha dato lo spunto alla presentazione del framework di Maurizio La Cava, organizzata lo scorso 12 maggio in NTT Data. Scopo dell’iniziativa era mostrare il punto di vista del Ceo e co-founder di MLC Presentation Design Consulting, società che può essere considerata come il punto di riferimento italiano nel presentation design strategico che aiuta aziende e professionisti a scrivere la storia giusta per valorizzare i propri progetti, trasformando ogni presentazione in un momento capace di influenzare decisioni reali.

Al centro dell’evento milanese parole chiave come consapevolezza, metodo, pratica e advocacy, viste come cardini fondamentali per vincere la scommessa di un cambiamento epocale nella cultura aziendale in cui al centro vi è la relazione fra l’uomo e l’AI.

Secondo Maurizio La Cava, in un presente come il nostro occorre una vera e propria nuova alfabetizzazione del lavoro: l’AI non è più solo una tecnologia, bensì qualcosa di ben più profondo, collegato all’evoluzione del pensiero umano e alla sua capacità di riflettere, relazionarsi, lavorare. Si tratta quindi di un modo diverso di comunicare, decidere, creare valore e, come ogni linguaggio, non basta conoscerne il vocabolario, ma bisogna imparare a parlarlo, a comprenderne le sfumature e a usarlo per costruire relazioni e risultati.

L’impatto reale nel mondo del lavoro all’interno delle organizzazioni non dipende quindi dalla potenza degli algoritmi, bensì da come le persone li integrano nel proprio modo di pensare e l’approccio metodologico al loro utilizzo.

In vista dell’incontro milanese, La Cava ha considerato: «L’intelligenza artificiale è una trasformazione del linguaggio. Se non impariamo a dialogare con lei, resteremo spettatori della rivoluzione che stiamo vivendo. L’AI non ci chiede di essere più tecnici, ma più umani. Più capaci di porre domande, di definire obiettivi, di immaginare scenari. L’AI Fluency è questo, ovvero la capacità di far sì che l’intelligenza artificiale diventi un alleato dell’intelligenza umana».

L’AI Fluency nasce dunque per colmare un gap, per sviluppare la capacità di comprendere, interagire strategicamente e integrare l’intelligenza artificiale nei processi decisionali e operativi in modo coerente con gli obiettivi di business. È una vera e propria competenza trasversale, non specialistica, è una forma di alfabetizzazione che riguarda tutti: manager, team operativi, professionisti della comunicazione ed non ultimi le HR, chiamate a ripensare formazione, ruoli e modelli di leadership. Significa capire cosa l’AI può fare, ma soprattutto cosa non può fare; imparare a guidarla con obiettivi chiari; sperimentare senza paura di sbagliare; diventare promotori di una collaborazione nuova, in cui l’intuizione umana e la capacità computazionale si potenziano a vicenda.

Secondo la prospettiva offerta da MLC Presentation Design Consulting, le prime ad essere impattate dall’AI sono proprio le imprese, da due diverse prospettive: da un lato, l’AI Fluency permette di ottenere ritorni misurabili con processi più snelli, decisioni più informate, riduzione dei costi di inefficienza. Dall’altro lato, il framework abilita un nuovo modello organizzativo in cui l’AI diventa un alleato dell’intelligenza umana e non un sostituto.

La Cava propone quindi un percorso in quattro tappe, che lavorano tutte con il solo obiettivo di lavorare meglio. Il percorso proposto da La Cava parte quindi dal presupposto che l’AI non si introduce, ma si adotta. E l’adozione richiede consapevolezza, metodo, pratica e leadership culturale.

Nel framework si parte dall’Awareness, ossia la capacità di leggere l’evoluzione dell’AI senza farsi travolgere dal rumore di fondo. È il momento in cui le persone imparano a distinguere ciò che è possibile da ciò che è marketing, ciò che è utile da ciò che è solo brillante.

Poi arriva l’Approach, il cambio di mentalità che permette di guidare l’AI. Non si tratta di “dare comandi”, ma di impostare obiettivi, criteri, vincoli. È un dialogo, non un ordine. È la parte in cui l’essere umano torna al centro come regista del processo.

La terza fase è l’Application, quella in cui l’AI smette di essere un concetto e diventa pratica quotidiana. Qui si impara facendo: prototipi, test, iterazioni rapide. È il momento in cui l’AI entra nei flussi di lavoro e inizia a generare valore tangibile.

Infine, c’è l’Advocacy, probabilmente la meno conosciuta: secondo il modello proposto da La Cava, ogni trasformazione culturale ha bisogno di ambasciatori interni, ossia persone capaci di diffondere competenze, stimolare l’adozione, costruire fiducia. Senza advocacy, l’AI resta insomma confinata a pochi pionieri; con l’advocacy diventa patrimonio dell’organizzazione.

Il modello presentato a Milano descrive in definitiva un percorso che non parla di software, ma di cultura, che restituisce centralità alle persone e le fa diventare non più utenti passivi, ma veri e propri registi del proprio rapporto con l’AI. Il vero vantaggio dell’AI Fluency rappresenta la grammatica che permetterà alle aziende di trasformare l’AI in valore reale e sostenibile.

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