Osservatorio JobPricing, stipendi in crescita, ma resta la sfiducia verso i sistemi retributivi

Secondo il Salary Satisfaction Report 2026, realizzato per l’undicesimo anno consecutivo dall’Osservatorio JobPricing, nonostante la crescita negli stipendi i lavoratori decidono di restare nelle aziende che danno loro maggiore flessibilità e altre forme di sostegno al reddito

Il problema non è soltanto quanto si guadagna, ma quanto il sistema retributivo viene percepito come chiaro, equo e credibile. È questa la criticità principale che emerge dal Salary Satisfaction Report 2026, realizzato per l’undicesimo anno consecutivo dall’Osservatorio JobPricing, quest’anno in collaborazione con Adecco.

Secondo i dati raccolti, nonostante le retribuzioni siano cresciute per il secondo anno consecutivo, la soddisfazione dei lavoratori non migliora: l’indice medio resta fermo a 4,2 su 10, lo stesso valore registrato lo scorso anno e ancora lontano dalla soglia della sufficienza. Circa sei persone su dieci si dichiarano insoddisfatte del proprio pacchetto retributivo.

Il report dà voce direttamente alle persone, raccogliendo la loro opinione sullo stipendio e sui fattori che ne determinano la percezione. È proprio l’ascolto del campione intervistato a restituire un quadro particolarmente significativo: la frustrazione non nasce soltanto dal livello della retribuzione, ma soprattutto dalla difficoltà di comprendere i criteri con cui vengono assegnati aumenti, bonus, promozioni e riconoscimenti.

La competitività retributiva è infatti l’unica dimensione che raggiunge un valore positivo, con un indice pari a 5,1, segnale che molte aziende riescono nel complesso a posizionarsi sul mercato. Restano invece critiche le dimensioni legate al funzionamento interno dei sistemi di remunerazione: il rapporto tra performance e retribuzione si ferma a 4,2, la trasparenza a 4,7 e l’equità a 4,9. Ancora più bassi i valori relativi a fiducia e comprensione, pari a 3,9, e soprattutto alla meritocrazia, che si attesta a 3,6.

Nel loro complesso, l’analisi racconta un disallineamento sempre più evidente tra ciò che le aziende pagano e il modo in cui i lavoratori interpretano le scelte retributive. Come sottolinea Matteo Gallina, Responsabile dell’Osservatorio JobPricing, «oggi non è più sufficiente affidarsi a modelli retributivi tradizionali». La sfida, piuttosto, è costruire sistemi di total reward più coerenti, trasparenti e capaci di valorizzare le persone. Il report mostra infatti che la soddisfazione cresce quando il pacchetto retributivo è più articolato e comprende, oltre alla componente fissa, anche variabile, benefit e incentivi di lungo termine. Al contrario, chi percepisce soltanto una retribuzione fissa registra livelli di soddisfazione più bassi.

Un’attenzione particolare emerge anche rispetto alle differenze interne al campione analizzato. I lavoratori under 35 risultano sistematicamente meno soddisfatti: percepiscono minore trasparenza, faticano a fidarsi dei criteri adottati dalle aziende e non vedono un collegamento diretto tra risultati ottenuti e retribuzione riconosciuta.

Resta inoltre marcato il divario di genere. Le donne mostrano livelli di soddisfazione inferiori in tutte le dimensioni analizzate, con scostamenti più evidenti proprio sugli aspetti dell’equità e della meritocrazia, cioè sulle aree che più incidono sulla percezione di giustizia interna.

Il rapporto tra stipendio, scelta del lavoro e permanenza in azienda appare altrettanto significativo. La retribuzione fissa resta il primo fattore nella scelta di una nuova occupazione, ma non è l’elemento decisivo per trattenere le persone. Quando si tratta di restare in azienda, contano soprattutto la qualità delle relazioni interpersonali, la flessibilità oraria e lo smart working.

Al contrario, si cambia lavoro principalmente per migliorare le condizioni economiche e le opportunità di crescita. Come osserva Elisa Todesco, Consultant JobPricing, dall’indagine emerge con forza il peso degli “intangibles”, cioè quei fattori meno immediatamente monetari ma sempre più centrali nella costruzione di un’esperienza lavorativa positiva.

Su questo punto insiste anche Angelo Lo Vecchio, Group SVP & President The Adecco Group, secondo cui la ricerca mette in luce un nodo che le imprese italiane non possono più ignorare: «Sei lavoratori su dieci sono insoddisfatti della propria retribuzione, ma il vero problema non è quanto si paga: è come lo si fa», sottolinea. Per Lo Vecchio, non sono i livelli salariali a generare la maggiore frustrazione, ma la mancanza di meritocrazia, trasparenza e fiducia nei criteri con cui vengono assegnati riconoscimenti economici e avanzamenti.

Il report dedica infine un focus alla Direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza retributiva. Anche in questo caso, il campione intervistato mostra un atteggiamento prudente: il livello di conoscenza della normativa è ancora limitato, con un indice pari a 3,3 su 10, mentre le aspettative sul suo impatto si fermano a 3,2.

Nel breve periodo, quindi, la Direttiva non viene percepita come un fattore in grado di migliorare in modo significativo la soddisfazione retributiva, ma piuttosto come una leva di cambiamento graduale. Per le aziende, tuttavia, il tema è destinato a diventare sempre più rilevante: la trasparenza salariale non sarà solo un adempimento, ma un banco di prova per costruire sistemi retributivi più comprensibili, solidi e credibili.

Per approfondire i risultati dell’indagine, il report completo è disponibile e scaricabile gratuitamente sul sito dell’Osservatorio JobPricing, nella sezione dedicata al Salary Satisfaction Report 2026.

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