La motivazione al lavoro degli italiani? Buona, ma si può fare di più

Secondo la ricerca di LHH, il 65% dei lavoratori si sente motivato ma chiede più ascolto. Lo scollamento tra dipendenti e management influirebbe sul coinvolgimento e confermerebbe il bisogno di una leadership più empatica e relazionale

Sono oltre 2.900 i lavoratori italiani di diverse fasce di età coinvolti in una ricerca dedicata alla motivazione sul luogo di lavoro. A curarla, è stata LHH, società parte del Gruppo Adecco, specializzata in servizi di consulenza HR e gestione del talento. Obiettivo dell’indagine era individuare i principali driver in grado di favorire il coinvolgimento e il senso di appartenenza all’interno di imprese e organizzazioni.

Luca Semeraro

I risultati sono nel complesso positivi. Oltre sei lavoratori su dieci (65%) avrebbero infatti dichiarato di sentirsi motivati, con un 36% che si definisce “abbastanza” motivato e un significativo 29% che si ritiene “molto” coinvolto nel proprio impiego. Un dato che suggerisce come, nonostante le complessità del mercato del lavoro e un contesto organizzativo in continua evoluzione, la maggioranza della forza lavoro italiana viva con soddisfazione la propria quotidianità professionale.

Tra i fattori che alimentano la motivazione, la ricerca di LHH cita sia quelli di natura economica sia quelli personali. In ordine di importanza, gli intervistati hanno infatti indicato una retribuzione adeguata (49%), la passione per il proprio lavoro (40%) e un clima positivo tra colleghi (40%).

Ulteriori fattori rilevanti, seppure a molta distanza dai primi in classifica, sono l’accesso a opportunità di sviluppo professionale (25%) e l’equilibrio tra vita privata e lavorativa (23%). Risultano invece decisamente meno incisivi gli aspetti di carattere più istituzionale: solo una minoranza indica come fonte di motivazione la solidità dell’azienda (6%), la visione strategica dell’organizzazione (2%) o l’allineamento ai valori aziendali (2%). Lo scarto sopra riportato sottolinea una distanza tra ciò che le aziende tendono a comunicare in termini di leadership e ciò che i lavoratori percepiscono come realmente motivante nel loro quotidiano.

L’indagine si è chiesta anche come stimolare la motivazione. Tra le fonti maggiori di scoraggiamento, al primo posto c’è la retribuzione percepita come inadeguata (47%), seguita da un clima teso tra colleghi (36%) e dal mancato riconoscimento del proprio impegno (31%).

Sulla questione al centro della ricerca, Luca Semeraro, Amministratore Delegato, LHH Italia, ha detto: «La nostra indagine restituisce un quadro chiaro: la motivazione dei lavoratori italiani si costruisce con una retribuzione adeguata, nella qualità delle relazioni e nel riconoscimento, seguiti da leadership e valori aziendali». In questo senso, ha aggiunto l’AD, «le aziende che intendono trattenere i talenti e rafforzare l’engagement dei collaboratori sono chiamate a investire sulla formazione manageriale, su strumenti più efficaci di ascolto e su programmi strutturati di maggiore coinvolgimento».

Tra gli altri punti toccati dall’indagine c’è la questione del ruolo del management, dove si evidenzia una forte distanza tra la percezione e la realtà. La maggior parte dei lavoratori demotivata ne ha parlato con qualcuno all’interno dell’organizzazione, soprattutto con le persone con cui collabora quotidianamente (27%) o, in minor misura, con il proprio responsabile diretto (17%).

Una quota comunque rilevante (22%) ha preferito non confrontarsi con nessuno, mentre il 15% dichiara di non aver mai vissuto una perdita di motivazione. Solo una minoranza si è rivolta ai vertici aziendali (13%) o alla funzione HR (3%).

Ultimo punto approfondito dallo studio è la questione del senso di coinvolgimento e appartenenza, percepito dai lavoratori come il risultato di uno sforzo collettivo. A fronte di questa visione condivisa, emerge però un 53% di lavoratori che dichiara che nella propria azienda non esistano attività strutturate per favorire il coinvolgimento. Anche tra le organizzazioni che prevedono iniziative dedicate (34%), molte risulterebbero episodiche o circoscritte, limitandosi principalmente a eventi aziendali (28%), strumenti di feedback (23%) o workshop di sviluppo professionale (19%).

Lo studio completo è disponibile a questo link.

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