Ansia da rientro, ma non è (sempre) colpa del lavoro
Tornare alla routine dopo la pausa spaventa molti, ma la post-vacation blues colpisce anche per ragioni personali: lo dice una survey di Unobravo condotta nella propria community di terapeuti
Settembre porta con sé anche un aumento delle richieste di supporto psicologico: circa 7 terapeuti su 10 registrano una crescita delle nuove richieste al rientro dalle ferie. È quanto emerge da una survey condotta da Unobravo nel luglio 2026 su un campione interno e non probabilistico di 767 professionisti della propria community, chiamati a riportare i pattern ricorrenti osservati nella pratica clinica nel corso degli anni.

Il dato restituisce però un’immagine del back to work meno scontata di quanto si potrebbe pensare. Se per circa il 70% degli psicologi settembre coincide con un incremento delle persone che decidono di iniziare un percorso, parallelamente un professionista su tre osserva con frequenza l’abbandono precoce da parte dei nuovi pazienti, che interrompono dopo poche sedute.
E non è il lavoro la principale ragione che spinge a chiedere aiuto. A pesare maggiormente al rientro sono le relazioni affettive e personali, indicate dal 31% dei terapeuti, seguite dalle transizioni di vita, al 24,4%. Le difficoltà legate al ritorno al lavoro si fermano invece al 17,3%. Numeri che ridimensionano la lettura del cosiddetto post-vacation blues come semplice ansia da ufficio e indicano come settembre possa trasformarsi in un momento di bilancio dopo la pausa estiva, capace di far emergere la necessità di affrontare cambiamenti o intraprendere un percorso di crescita e maggiore conoscenza di sé.
La survey mette in discussione anche un altro luogo comune: quello dell’estate come periodo di sospensione della terapia. Il 35,5% degli psicologi segnala infatti che diversi pazienti impegnati in percorsi da più di sei mesi chiedono espressamente di continuare le sedute anche durante le vacanze. Per più di un paziente su due diventa importante conservare una routine consolidata e la continuità della relazione terapeutica, percepita come uno spazio stabile da mantenere anche durante il periodo estivo.
«Che diversi pazienti chiedano di non interrompere le sedute in estate dice qualcosa di preciso sul valore che il percorso psicologico assume nel tempo», osserva Corena Pezzella, Clinical Manager di Unobravo. Per alcune persone, spiega, la seduta può diventare un punto di riferimento anche durante un periodo caratterizzato da cambiamenti nelle abitudini e da una minore prevedibilità. L’estate, inoltre, non rappresenta necessariamente per tutti una parentesi spensierata: può coincidere con un aumento del senso di isolamento, con una maggiore esposizione sociale vissuta con fatica o con un’insoddisfazione resa più evidente dal confronto con la vita degli altri.
Per chi ha già costruito una relazione terapeutica consolidata, la pausa estiva sembra incidere poco anche sulla prosecuzione del percorso. Circa il 92% degli psicologi riferisce che le interruzioni riguardano soltanto una quota minima dei pazienti già in terapia e, in un caso su quattro, coincidono con la naturale conclusione del percorso per il raggiungimento degli obiettivi prefissati.
Anche il senso di disorientamento dopo le vacanze sembra avere una durata limitata. Il 21,4% degli psicologi lo individua tra i vissuti riportati dai pazienti, ma per il 65,6% dei professionisti la sensazione tende a riequilibrarsi nel giro di poco tempo.
La ricerca guarda infine anche a chi siede dall’altra parte della seduta. Il 61% degli psicologi dichiara di riuscire a staccare efficacemente durante le ferie, mentre quasi un terzo, il 31,7%, riferisce di continuare comunque a pensare ai propri pazienti durante la pausa estiva. Un dato che restituisce anche la dimensione relazionale del lavoro terapeutico, che non sempre si interrompe completamente insieme alle sedute.
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