Lavoro e IA, solo un italiano su cinque si sente al sicuro

Secondo ADP Research, soltanto il 20% dei lavoratori italiani non teme ripercussioni dalla trasformazione in atto nel mercato del lavoro per effetto della Gen AI. La sensazione di insicurezza varia da settore a settore e in base all'età

Diventare irrilevanti, fino a vedere scomparire il proprio ruolo: è questa la principale paura dei lavoratori italiani, secondo ADP Research, il centro di ricerca di ADP, multinazionale specializzata in soluzioni per le risorse umane e il payroll. Solo il 20% degli occupati ritiene infatti che il proprio lavoro non sia a rischio di eliminazione. Il dato emerge dal primo capitolo di People at Work 2026, realizzato sulla base della Global Workforce Survey annuale.

L’indagine ha coinvolto oltre 39 mila lavoratori in 36 mercati, intervistati tra il 21 luglio e il 4 agosto 2025 attraverso un campione casuale stratificato per età e genere. I partecipanti provengono da settori, percorsi formativi e contesti lavorativi differenti, operano in presenza o da remoto e ricoprono ruoli manageriali e non all’interno di organizzazioni di diverse dimensioni.

La fiducia degli italiani nella stabilità del proprio impiego risulta leggermente inferiore sia alla media europea, pari al 21%, sia a quella globale, che raggiunge il 22%. Il divario appare più evidente nel confronto con la Francia, dove la quota di lavoratori convinti che il proprio posto non sia a rischio sale al 26%, e con Germania e Spagna, entrambe al 24%.

La preoccupazione, tuttavia, non riguarda soltanto l’Italia. In nessuno dei Paesi analizzati la maggioranza dei lavoratori ha dichiarato di sentirsi pienamente sicura della propria posizione. Anche nei mercati caratterizzati da livelli di disoccupazione relativamente bassi, l’evoluzione dell’intelligenza artificiale e la trasformazione delle mansioni alimentano quindi l’incertezza sulla capacità dei ruoli attuali di restare rilevanti nel tempo.

«L’IA sta trasformando il lavoro a livello di singole mansioni, creando nuove categorie professionali e modificandone altre», ha osservato Elena Falconi, HR Director Southern Europe di ADP. Secondo Falconi, in Italia esiste una distanza significativa tra le condizioni occupazionali e la percezione delle persone rispetto al proprio futuro: «Nel nostro Paese – continua – i dipendenti non si limitano a chiedersi se avranno un lavoro oggi, ma se i loro ruoli resteranno rilevanti nel tempo, e molti non sono fiduciosi rispetto alle loro prospettive future».

La percezione della sicurezza varia in base al tipo di attività svolta. I knowledge worker, ossia i professionisti che dispongono di una certa autonomia nell’applicazione delle proprie competenze per creare qualcosa di nuovo, sono il gruppo più fiducioso: il 24% ritiene che il proprio lavoro sia al sicuro. La percentuale scende al 20% tra chi svolge mansioni ripetitive e al 16% fra i lavoratori specializzati.

Anche l’età incide sulle aspettative. I più ottimisti sono i lavoratori tra i 27 e i 39 anni, tra i quali la quota di persone sicure della propria occupazione raggiunge il 22%. Seguono i giovani tra i 18 e i 26 anni, al 19%, e la fascia compresa tra i 40 e i 54 anni, al 18%. Il livello più basso è stato rilevato tra i lavoratori dai 55 ai 64 anni, dove soltanto il 16% considera il proprio posto al riparo dal rischio di eliminazione.

Un’ulteriore differenza riguarda le dimensioni dell’organizzazione. Nelle aziende con più di mille dipendenti il 25% dei lavoratori si sente sicuro, mentre nelle imprese fino a 249 addetti la percentuale si ferma al 17%.

La sicurezza occupazionale non riguarda però soltanto il benessere individuale. A livello globale, i lavoratori che considerano stabile il proprio impiego hanno il doppio delle probabilità di dichiarare di non voler lasciare l’azienda. Hanno inoltre una probabilità sei volte superiore di essere pienamente coinvolti e 3,3 volte maggiore di segnalare livelli elevati di produttività.

«La sicurezza del lavoro è diventata una questione di business, non solo una misura del sentiment della forza lavoro», ha dichiarato Nela Richardson, Chief Economist di ADP. Per le aziende, la risposta passa da una comunicazione più chiara sull’evoluzione dei ruoli e da investimenti nella formazione continua, necessari per aiutare le persone a mantenere aggiornate le proprie competenze.

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