Il coraggio di fermarsi, un gesto rivoluzionario che fa bene a noi, nel privato e nel lavoro
Partendo da un ricordo personale, Graziella Saccinto si sofferma sul valore della pausa, intesa non come assenza totale di attività, ma come atto profondamente rivoluzionario di fuggire dalla logica della performance a tutti i costi, anche quando siamo in vacanza.
C’è un momento, ogni anno, che riconosco sempre allo stesso modo: l’aria che cambia consistenza, le giornate che si allungano, e dentro di me qualcosa che comincia a chiedere una tregua. È l’estate che bussa, e con lei arriva quella strana miscela di desiderio e senso di colpa che tutti, chi più chi meno, conosciamo bene: il desiderio di fermarsi, e la sensazione, quasi un’accusa silenziosa, di non meritarcelo ancora.

Viviamo in un tempo che ha reso il riposo quasi sospetto. Ci hanno insegnato, spesso senza dirlo esplicitamente, che il valore di una persona si misura in produttività, in agende piene, in risposte immediate. E così, anche quando arriva finalmente il momento della pausa, molti di noi la vivono come si vive un debito da saldare in fretta, per poter tornare il prima possibile a “essere utili”. Ma il riposo non è un intervallo tra un dovere e l’altro. Il riposo è, esso stesso, un atto di cura.
Ricordo un’estate di qualche anno fa, in cui ero partita con l’idea precisa di “recuperare le energie” , come se il riposo fosse un’operazione meccanica, un pieno di benzina da fare in fretta per rimettersi in marcia. Passai i primi giorni di vacanza a controllare la mail, a pensare a tutto ciò che avrei dovuto fare al ritorno, incapace di restare semplicemente lì, con i piedi nella sabbia e la mente altrove. Poi, un pomeriggio, seduta a guardare il mare senza fare nulla, cosa che mi sembrava quasi insopportabile, mi resi conto di una cosa semplice e allo stesso tempo sconvolgente: non sapevo più stare ferma. Avevo disimparato l’arte di non fare, di non produrre, di semplicemente essere.
Quel pomeriggio segnò per me un piccolo spartiacque. Cominciai a chiedermi cosa significasse davvero riposare, non nel senso di smettere di lavorare, ma nel senso più profondo di permettersi di esistere senza uno scopo immediato da dimostrare. Il riposo autentico, quello che rigenera davvero, non è l’assenza di attività: è la presenza a se stessi. È lasciare che la mente rallenti fino a raggiungere quel punto in cui i pensieri smettono di rincorrersi e cominciano, finalmente, a decantare.
Non è un’intuizione solo mia. Carl Gustav Jung, quando parlava del processo di individuazione, insisteva sull’importanza dei momenti di ritiro dalla vita attiva: per lui era proprio nel silenzio e nella solitudine che l’inconscio trovava lo spazio per elaborare, integrare, far emergere ciò che la frenesia quotidiana teneva sepolto. Riposare, in questa chiave, non significa spegnere la mente, ma lasciarle finalmente la libertà di lavorare in un altro modo, meno lineare e meno controllato di quello a cui la costringiamo ogni giorno.
Anche lo psicoanalista Donald Winnicott, qualche decennio dopo, arrivò a una conclusione simile parlando della “capacità di stare da soli”: secondo lui è proprio in quei momenti di apparente inattività, non riempiti da stimoli o compiti, che una persona può davvero entrare in contatto con il proprio sé più autentico, quello che nella routine resta sempre in secondo piano.
E lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi, noto per i suoi studi sul cosiddetto “flow”, ha mostrato quanto i periodi di recupero non siano il contrario della produttività creativa, ma una sua condizione necessaria: la mente ha bisogno di alternare tensione e distensione per generare le sue intuizioni migliori. Insomma, la psicologia lo conferma da tempo: fermarsi non è smettere di funzionare, è funzionare in un modo diverso, più profondo.
Penso spesso a quanto la nostra cultura confonda il riposo con la pigrizia, come se fermarsi fosse una forma di resa. Ma chi si è mai davvero fermato sa che non è affatto facile. Richiede una disciplina diversa da quella a cui siamo abituati: non la disciplina dello sforzo, ma quella dell’ascolto. Fermarsi significa accettare di sentire ciò che normalmente teniamo a bada con l’agitazione quotidiana, la stanchezza vera, le domande rimandate, i desideri messi da parte. Non è un caso che tante persone, appena rallentano, si sentano più stanche, non meno: è il corpo che finalmente si concede di mostrare quello che portava avanti in silenzio da mesi.
Questo equilibrio tra sforzo e recupero lo conosco bene anche da un altro punto di vista, quello di atleta. Da qualche anno gareggio in Ironman, e ho imparato che il calendario delle gare non è mai casuale: scelgo quasi sempre di competere tra settembre e ottobre, proprio per evitare le settimane più calde dell’estate italiana. Questo significa che agosto, il mese delle ferie per eccellenza nel nostro paese, per me non è mai stato un mese di stop totale, ma un delicato equilibrio tra riposo vero e allenamento mirato. È in questo periodo che si costruisce, silenziosamente, gran parte della forma con cui poi si arriva al giorno della gara. Nello sport si parla di “supercompensazione”: il corpo non migliora mentre si allena, ma nelle fasi di recupero che seguono lo sforzo. Se non si concede quel tempo di rigenerazione, l’allenamento smette semplicemente di funzionare, e anzi diventa controproducente, portando a stanchezza cronica invece che a miglioramento. È una legge fisiologica precisa, ma è anche, se ci si pensa, una metafora perfetta di come dovremmo vivere anche fuori dallo sport: la crescita, che sia atletica, professionale o personale, non avviene mai nel momento dello sforzo puro, ma in quello, spesso sottovalutato, del recupero.
Ed è proprio qui che il discorso si allarga, a mio parere, anche al mondo del lavoro e delle aziende. Sempre più studi di psicologia organizzativa mostrano che le persone e i team che si concedono pause reali, non solo formalmente previste, ma effettivamente rispettate, tornano con una capacità di concentrazione, di problem solving e di creatività nettamente superiore rispetto a chi lavora senza soluzione di continuità.
Il fenomeno del burnout, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce ormai come una condizione legata specificamente al contesto lavorativo, nasce esattamente dall’assenza cronica di questi spazi di recupero. Le aziende che davvero investono nel benessere dei propri collaboratori, penso a chi promuove ferie effettive, disconnessione reale, ritmi sostenibili, non stanno facendo un favore ai dipendenti: stanno investendo, in modo lungimirante, sulla propria stessa produttività futura. Esattamente come nello sport, dove i risultati migliori arrivano a chi ha saputo alternare intensità e recupero, anche nel lavoro la vera performance a lungo termine si costruisce nei momenti in cui, apparentemente, non si sta “producendo” nulla.
Il benessere, quello vero, nasce proprio da questo spazio. Non dai gesti eclatanti, non dalle vacanze perfette da raccontare, ma dalla capacità di darsi il permesso di non essere sempre performanti, sempre presenti, sempre disponibili. È un atto quasi rivoluzionario, in un’epoca che ci vuole costantemente connessi e produttivi: scegliere di scomparire per un po’, anche solo per qualche giorno, e riscoprire chi siamo quando nessuno ci chiede nulla.
Quest’estate, se posso lasciare un pensiero a chi legge, è proprio questo: il riposo non va conquistato, non è un premio da meritare dopo mesi di corsa. È un diritto, ed è soprattutto un bisogno, tanto quanto il cibo o il sonno. Non abbiate fretta di tornare “produttivi”. Non trasformate la pausa in un’altra prestazione da portare a termine con successo. Concedetevi il lusso, oggi raro, di non avere obiettivi: un pomeriggio senza programma, un libro letto per il solo piacere di leggerlo, un silenzio che non va riempito a tutti i costi.
Perché alla fine, il vero benessere non sta in ciò che facciamo delle nostre vacanze, ma in ciò che permettiamo a noi stessi di non fare. E forse, imparare a fermarsi davvero, senza sensi di colpa, senza fretta di ripartire, è uno dei gesti di cura più grandi che possiamo regalarci. Non solo in estate. Sempre.
Buona pausa, a chi ne ha bisogno. E soprattutto, buon coraggio a chi fatica a concedersela.

*Chi sono
Counselor, Formatrice Aziendale e Professionista in Empowerment Sportivo, sono anche triatleta IronWoman e Maratoneta. Credo nel potere trasformativo dello sport, dentro e fuori l’ufficio: ogni sfida affrontata con il corpo è un’opportunità per allenare la mente, costruire relazioni e generare cultura. Perché la resilienza non s’insegna: si vive, si allena e si condivide. Con il sorriso.
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