Uomini soli… in azienda: la solitudine al lavoro spiegata dai Pooh
Con un articolo dedicato alla canzone scritta dalla celebre band italiana nel 1990, debutta "FilosoPop", la rubrica ideata dal career counselor Niccolò Dilda per indagare le connessioni trasformative tra mondo del lavoro e mondo delle idee, che si innescano quando ci si ricorda davvero che "le persone sono persone"
di Niccolò Dilda*

Ti è mai capitato di attraversare un open space affollato e sentirti, nonostante tutto, profondamente solo?
Non è una sensazione rara, ma una condizione che Valerio Negrini, fondatore e autore dei Pooh, aveva già fotografato con precisione chirurgica nel 1990, quando scrisse Uomini Soli. Il brano nacque per sfidare le convenzioni sanremesi, portando all’Ariston la solitudine urbana degli anni ’80, sfarzosi e leggeri, ma solo in apparenza.
Oggi, rileggere il testo dei Pooh attraverso la lente delle organizzazioni contemporanee ci racconta qualcosa di sorprendentemente attuale.
Valerio Negrini costruisce il testo su un’intuizione precisa: la città odierna non è solo lo sfondo della solitudine, ma una possibile causa strutturale. Un labirinto, per usare le parole del geografo David Harvey, in cui le persone si incontrano fisicamente, ma non riescono a entrare in empatia. I personaggi della canzone si ritrovano infatti nello stesso orizzonte, eppure ciascuno si nasconde all’altro: chi dietro al giornale, chi tra «nevrosi e gelosie», chi in un ruolo sbagliato, o ancora sotto il peso delle aspettative.
Sostituisci la città con un’organizzazione moderna e il risultato non cambia granché. Le riunioni si moltiplicano, le comunicazioni si stratificano, gli spazi si digitalizzano, ma la qualità dello stare insieme… si sfarina. Il filosofo Fredric Jameson osservava che lo spazio urbano e le sue reti di comunicazione sono mutate a una velocità tale che le persone non hanno potuto adattarsi emotivamente. La stessa osservazione varrebbe per quelle imprese che hanno attraversato trasformazioni rapide senza investire sulla resilienza delle persone.
La canzone elenca con lucidità i volti della solitudine: c’è chi ha «in testa strani tarli», chi è mosso dalla «smania di successo», chi «in un mondo falso è un uomo vero». Tradotto in un contesto corporate, ritroviamo il manager che non si concede insicurezze; il collaboratore che si sente invisibile; il professionista che non riesce a fidarsi. I Pooh ci suggeriscono che l’incomunicabilità di questa epoca non si manifesta come isolamento fisico.
Le solitudini aziendali si annidano nella mancanza di riconoscimento, nell’assenza di spazi dove portare la propria complessità, nello iato tra chi siamo e ciò che mostriamo.
La riflessione più densa ed evocativa del brano arriva alla fine: «Ma quaggiù non siamo in cielo / e se un uomo perde il filo / è soltanto un uomo solo». Il filo di cui parla Negrini è la compassione: il legame invisibile che tiene insieme le persone quando tutto il resto sembra dividerle. Nelle organizzazioni, quel filo prende il nome di “cultura aziendale” e serve a ricordarci che «le persone sono persone, qualunque cosa facciano» – come insegna People are People. Non solo valori decantati su sito e job description, ma capacità concrete: ascoltare, commuoversi, restare presenti e interrogarsi. Anche quando sarebbe più conveniente prioritizzare altro.
Chi lavora con le persone – dai manager ai coach, passando per le HR – sa che l’empowerment più efficace non passa dai soli contenuti trasmessi. La richiesta di essere visti, ascoltati e riconosciuti si esprime in un grido che le organizzazioni devono accogliere come necessità esistenziale. Esattamente quello che Valerio Negrini chiedeva a un interlocutore che tutto sa: «Vediamo se si può farci amare come siamo / senza violentarci più con nevrosi e gelosie».
Uomini Soli ci ricorda che alcune delle domande più coraggiose non si formulano in “aziendalese”: quanti dei nostri colleghi stanno attraversando quell’open space come fosse un labirinto, alla ricerca di quel filo? Creare contesti in cui le persone possano incontrarsi nella loro interezza non è un lusso o una concessione. Favorire una policy sana e nutriente richiede quei gesti che accorciano distanze e solitudini: chiedere all’altro se è contento di aver conseguito una milestone, se non è riuscito a porre un dubbio in riunione, o se si ricorda di una bella canzone che ci ha fatto riflettere.

*Chi sono
Career Counselor, accreditato da Regione Lombardia, al servizio di persone e organizzazioni nella crescita professionale, mi occupo di formazione, consulenze e orientamento specialistico, unendo counseling e filosofia pratica con una vocazione trasformativa. Spiego quanto le HR e le soft skills debbano alla filosofia, collegando questi mondi con metafore pop.
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