Smart working finito? Nel bancario e nel tech pare di sì

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'articolo di Pier Giorgio Bianchi, amministratore delegato e co-founder di Talents Venture, società di analisi dei dati nel mondo dell'istruzione e del mercato del lavoro, che ha analizzato le offerte di lavoro di due comparti durante il periodo Covid particolarmente investiti dal fenomeno del lavoro da remoto

di Pier Giorgio Bianchi*

Lo smart working è davvero tramontato? Per rispondere a questa domanda, con l’Osservatorio Talents Venture abbiamo analizzato gli annunci di lavoro** pubblicati da due gruppi di aziende tra i più rilevanti nel panorama italiano:
cinque tra i principali gruppi bancari del Paese ovvero Unicredit, Intesa San Paolo, BPER, Banco BPM e Monte dei Paschi di Siena;
tre grandi aziende della consulenza tech ovvero Accenture, Capgemini ed Engineering.
L’obiettivo è confrontare le politiche di lavoro da remoto, la domanda di profili tecnici e le pratiche di comunicazione salariale in due settori apparentemente lontani, per individuare tendenze comuni e differenze significative.

Il lavoro da remoto è praticamente scomparso. In entrambi i settori.
In questo confronto il dato è sorprendente: nel bancario, solo 3 annunci su 77 menzionavano il lavoro da remoto. Nella consulenza tech, il full remote compare in meno dell’1% degli annunci. Due settori diversi, lo stesso schema: l’idea di un passaggio strutturale al lavoro da remoto, emersa durante il Covid, sembra ormai tramontata. Per chi cerca lavoro, la flessibilità non è più un’opzione scontata.

Se guardiamo più nel dettaglio tra gli annunci delle aziende della consulenza tech (vedi tabella 1 in alto), dobbiamo aggiungere che c’è un 68% di annunci che non specifica la modalità di lavoro e che si divide in due metà: una composta da annunci che non fanno alcun riferimento alla modalità di lavoro prevista; l’altra composta da annunci che parlano in modo generico di flessibilità negli orari e nella presenza in sede, rimandando spesso le valutazioni a un momento successivo del percorso di selezione o addirittura a dopo l’assunzione. Del restante 32% che indica chiaramente la modalità, la presenza in sede vale 4 punti percentuali e il full remote appena 0,6%.

E come si distribuisce il lavoro in presenza?
Un aspetto interessante legato all’affermazione delle modalità di lavoro ibride è che le attività di reclutamento svolte da queste imprese (Accenture, Capgemini ed Engineering) non si concentrano solo sulle città italiane più grandi (Roma e Milano), ma si distribuiscono su una moltitudine di altri centri in cui queste aziende hanno spesso uffici minori o clienti rilevanti (vedi Figura 1 a destra). Se consideriamo gli annunci di lavoro di Capgemini e Accenture, infatti, sono ben 25 i diversi comuni italiani in cui è distribuita la domanda di lavoro di queste imprese (risultato possibile in virtù della presenza di annunci di lavoro destinati a molteplici città).

La capillarità territoriale della domanda di lavoro espressa da questi colossi produce almeno due conseguenze. In primo luogo, nei centri minori la loro attività di reclutamento spinge le Pmi locali a rafforzare i propri standard di attrattività, per restare concorrenziali e continuare a intercettare profili qualificati. In secondo luogo, la distribuzione della domanda su un numero più ampio di città attenua la competizione nei grandi mercati del lavoro di Milano e Roma, consentendo a queste imprese di limitare le pressioni al rialzo sui salari.

Oltre lo smart working: cos’altro emerge dal confronto?
Lo smart working non è l’unico elemento che accomuna i due settori. Per capire meglio il quadro, vale la pena guardare anche come sono composti questi annunci: quali profili cercano, quanto spazio occupa davvero l’intelligenza artificiale e come viene gestita la comunicazione salariale (di cui abbiamo parlato approfonditamente nella Nota dell’Osservatorio di maggio in occasione dell’entrata in vigore della direttiva UE che introduce nuove regole di trasparenza retributiva).

Solo il 5% degli annunci riguarda l’intelligenza artificiale. Nella consulenza tech gli annunci esplicitamente legati all’IA sono 17 su 329, il 5% del totale. Nel bancario sono 3 su 77 (4%). In entrambi i settori, l’IA è presente, ma marginale rispetto al volume complessivo della domanda di lavoro. Nella consulenza tech, però, i profili di IA si articolano in tipologie diverse: chi sviluppa modelli e applicazioni, chi li applica a contesti industriali (fabbriche, impianti, robotica) e chi si occupa di aspetti strategici e consulenziali. Tuttavia, le figure legate all’intelligenza artificiale non dominano la scena: anzi, sono tra le meno rappresentate. La domanda di competenze tech è più ampia e variegata di quanto il rumore pubblico sull’IA lascerebbe pensare.

Nessuno parla di salario. Ancora. Zero su 77 nel bancario. Quasi zero anche nella consulenza tech: al momento della raccolta dati (effettuata nel periodo 16-21 gennaio 2026 nella città indicata nella tabella 2), la quasi totalità degli annunci non conteneva una quantificazione della retribuzione. È un dato che colpisce in entrambi i settori e che accomuna realtà molto diverse tra loro. Le aziende preferiscono puntare sulla promessa di crescita professionale (citata nel 97% degli annunci della consulenza tech) e sull’ambiente di lavoro stimolante (oltre il 90%). Restano da vedere gli effetti della normativa sulla trasparenza salariale, che potrebbe cambiare questo quadro già nel corso del 2026. Ne abbiamo parlato più approfonditamente qui.

Cosa impariamo dal confronto?
Banche e consulenza tech sono mondi lontani per modello di business, volumi di assunzione e profili ricercati. Ma su tre aspetti convergono in modo sorprendente: l’IA è ancora una nicchia nella domanda di lavoro reale, il lavoro da remoto sta tornando a essere un’eccezione e non una regola, e il salario resta il grande assente dagli annunci. Per chi oggi assume, muoversi in modo opposto su questi tre punti potrebbe essere una scelta di posizionamento differenziante.

Proprio qui si apre uno spazio per chi vuole competere nella ricerca del talento. Un’azienda che oggi sceglie di indicare la retribuzione nell’annuncio o di offrire una politica chiara sul lavoro da remoto sta facendo qualcosa che i grandi player, per ora, non fanno. E in un mercato in cui i candidati leggono, confrontano e ricordano, questa trasparenza può diventare un vantaggio concreto.

*Chi è l’autore

Pier Giorgio Bianchi è Amministratore Delegato e Co-Fondatore di Talents Venture, società di analisi dei dati nel mondo dell’istruzione e del mercato del lavoro. Talents Venture affianca università, aziende e istituzioni nelle loro scelte strategiche, partendo dai dati. Pier Giorgio Bianchi, classe 1993, laureato in International Management all’Università Bocconi di Milano, ha fondato Talents Venture nel 2017 trasformando una visione personale in un progetto imprenditoriale concreto che ha un unico obiettivo: migliorare la vita delle persone con il potere dell’istruzione.

**Nota metodologica sui dati contenuti nell’articolo
L’analisi si basa su due campioni distinti, raccolti in periodi contigui. Per il settore bancario, abbiamo estratto i dati il 13 febbraio 2026 dai siti web di cinque grandi gruppi italiani: UniCredit, Intesa Sanpaolo, BPER, Banco BPM e Monte dei Paschi di Siena, raccogliendo 77 posizioni aperte riferite all’Italia. UniCredit e Intesa Sanpaolo sono i gruppi più attivi nel campione, con rispettivamente il 42% e il 38% degli annunci. Per il settore della consulenza tech, abbiamo analizzato i 329 annunci pubblicati tra il 16 e il 21 gennaio 2026 da Accenture, Capgemini ed Engineering e diretti al mercato italiano.
Questo arco temporale per la mappatura è un perimetro contenuto, e ne siamo consapevoli. Abbiamo scelto questo compromesso per condurre un’analisi capillare su profili, competenze, benefit e retribuzioni. I dati cumulati che utilizziamo nei nostri lavori di più lungo periodo, però, non modificano in modo sostanziale il quadro: i principali trend che emergono non variano in modo significativo allargando l’orizzonte temporale.

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