Fringe benefit, boom in Italia: il welfare diventa seconda busta paga
Secondo il Welfare Report di Randstad, nel 2025 si è verificato un ulteriore cambio di passo nella trasformazione in particolare dei fringe benefit in vera e propria forma di sostegno al reddito degli italiani
Il welfare aziendale in Italia sta cambiando pelle. Da benefit accessorio, spesso percepito come un’integrazione utile ma non centrale, si sta trasformando sempre più in uno strumento concreto di sostegno al reddito. A trainare questa evoluzione sono soprattutto i fringe benefit, che nel 2025 hanno registrato una crescita significativa, confermandosi come una sorta di seconda busta paga per molti lavoratori alle prese con il carovita, l’aumento dei costi familiari e la necessità di strumenti semplici, immediati e flessibili. A fotografare il fenomeno è il Report Welfare di Randstad, realizzato attraverso l’analisi di quasi 370.000 transazioni di welfare erogate nel 2025, per un valore complessivo superiore ai 40 milioni di euro.

I dati mostrano con chiarezza quanto il welfare aziendale sia ormai entrato nelle abitudini quotidiane dei dipendenti e quanto, all’interno di questo quadro, i fringe benefit abbiano assunto un ruolo dominante. Oggi rappresentano quasi il 74% del credito welfare utilizzato e oltre il 91% degli ordini totali. Un’incidenza già molto alta, che diventa ancora più significativa se osservata in prospettiva: il loro valore è cresciuto del 34% rispetto all’anno precedente e addirittura del 615% rispetto al 2021, quasi sette volte in più.
La crescita dei fringe benefit racconta un cambio di paradigma. Il welfare non viene più utilizzato soltanto per servizi accessori o per iniziative occasionali, ma diventa una componente stabile e continuativa della retribuzione complessiva. In un contesto in cui il potere d’acquisto resta sotto pressione, i lavoratori tendono a privilegiare soluzioni capaci di incidere direttamente sulle spese di tutti i giorni. Buoni acquisto, rimborsi per bollette, contributi per affitto, mutui, scuola e sanità rispondono a bisogni concreti, immediatamente riconoscibili, e per questo risultano particolarmente apprezzati.
Il dato più evidente riguarda la destinazione del credito welfare. La maggior parte delle risorse viene impiegata negli acquisti, che rappresentano l’84% del valore totale speso e il 96% degli ordini. All’interno di questa categoria, i buoni acquisto svolgono un ruolo centrale: da soli coprono l’83% della spesa e il 95% delle transazioni dell’area acquisti. Si tratta di strumenti facili da usare, spendibili rapidamente e adattabili a esigenze diverse. Non a caso, le principali destinazioni sono i supermercati, con il 29% della spesa, l’e-commerce, con il 27%, e il carburante, con il 18%. Tre voci che descrivono bene la natura del fenomeno: il welfare viene utilizzato per fare la spesa, comprare online, muoversi. In altre parole, per alleggerire alcune delle uscite più frequenti nella vita quotidiana.
Accanto ai consumi essenziali, però, emerge anche una componente legata al benessere e alla qualità della vita. Il 14% degli acquisti è destinato a viaggi e vacanze, mentre il 2% riguarda attività per il tempo libero. Quote più contenute, ma comunque indicative di un utilizzo più articolato dello strumento, sono rivolte alle spese mediche e ai corsi di formazione, entrambe all’1%. Il quadro che emerge è quello di un welfare sempre più vicino alla persona, capace di intercettare non solo le necessità primarie, ma anche bisogni legati al tempo libero, alla crescita individuale e all’equilibrio tra vita privata e lavoro.
Diverso, ma altrettanto interessante, è il capitolo dei rimborsi. Questa voce pesa per il 13% del valore totale erogato, ma riguarda solo il 4% degli ordini. Il dato suggerisce un utilizzo meno frequente rispetto agli acquisti, ma legato a spese mediamente più elevate. Qui il welfare si concentra soprattutto su bisogni familiari e strutturali. Le spese per la scuola rappresentano il 26% del valore dei rimborsi, quelle mediche e di cassa sanitaria il 24%, mentre l’università arriva al 13%. A queste voci si aggiungono gli asili, con il 6%, i campus scolastici, con il 5%, e altre esigenze collegate alla cura familiare, come baby sitter e assistenza.
Il report segnala inoltre la presenza di rimborsi legati alla mobilità e alla casa. Gli abbonamenti ai trasporti incidono per il 5%, così come le bollette dell’energia, mentre le bollette del gas arrivano al 4%. Più contenute, ma comunque presenti, le quote relative all’affitto della prima casa e agli interessi passivi sul mutuo. Anche questi dati confermano la funzione sempre più concreta del welfare aziendale: non un insieme generico di vantaggi, ma un supporto alle spese che pesano davvero sul bilancio familiare.
Per le imprese, la crescita dei fringe benefit si lega anche al tema fiscale. Le soglie di esenzione, fissate a 1.000 euro per la generalità dei dipendenti e a 2.000 euro per chi ha figli a carico fino al 2027 incluso, rendono questi strumenti particolarmente efficienti. Le aziende possono erogare valore abbattendo il cuneo fiscale, mentre i lavoratori ricevono un beneficio netto più alto rispetto a quanto accadrebbe con altre forme di riconoscimento economico. Da qui deriva una doppia convenienza: per l’impresa, che può rafforzare le proprie politiche di attraction e retention; per il dipendente, che vede aumentare il valore effettivo del proprio pacchetto retributivo.
In questo scenario, il welfare aziendale assume dunque una valenza strategica sempre più ampia. Non è soltanto un tema di compensazione, ma uno strumento di relazione tra azienda e lavoratore. La capacità di offrire soluzioni flessibili, costruite sui bisogni reali delle persone, diventa un elemento di competitività per le organizzazioni. E il boom dei fringe benefit dimostra che, quando il welfare risponde a esigenze concrete, viene utilizzato in modo capillare e quotidiano.

«I dati del Report Welfare 2025 mostrano come il welfare aziendale sia diventato un pilastro essenziale della strategia HR: da un lato è un reale vantaggio fiscale per le imprese, dall’altro uno strumento molto apprezzato dai lavoratori, per cui rappresenta il primo alleato contro l’inflazione», afferma Jacqueline Verdicchio, Head of welfare business di Randstad. «In un contesto di crescente pressione sul potere d’acquisto, soprattutto i fringe benefit si sono affermati come la risposta più immediata ed efficace ai bisogni dei lavoratori, perché consentono di intervenire direttamente sulle spese quotidiane».
La direzione appare quindi chiara: il welfare aziendale sta diventando sempre meno un extra e sempre più una leva concreta di sostegno economico, benessere e fidelizzazione. La crescita dei fringe benefit, con il loro peso ormai prevalente sul credito utilizzato e sugli ordini effettuati, indica che i lavoratori cercano strumenti semplici, spendibili e vicini alla vita reale. Per le aziende, la sfida sarà trasformare questa domanda in piani di welfare sempre più mirati, capaci di generare valore percepito e, allo stesso tempo, rafforzare il rapporto con le proprie persone.
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