Docenti e studenti bloccati in porto, ma il viaggio può continuare grazie ai genitori

La nostra contributor Claudia Bassanini riflette sul valore del dialogo tra insegnanti e studenti resa possibile dalla mediazione delle persone che meglio di tutte le altre in teoria dovrebbero conoscere sogni e aspettative dei giovanissimi, ossia chi li ha messi al mondo. Nonostante la grande stanchezza, nell'autrice resta la speranza

di Claudia Bassanini*

Sono distrutta. È finito un altro venerdì e mi porto a casa solo stanchezza e frustrazione. Le mie tre ore consecutive in terza mi mettono davvero alla prova. E io di esperienza ne ho! Per tanti anni ho avuto solo terze ereditate da colleghe che rimanevano a casa in maternità o chiedevano il trasferimento o, più raramente, andavano in pensione.
Avere solo terze è una scuola di vita o di sopravvivenza.

Avete presente i corsi anni ’80 “noi uomini duri”? Ecco, la sensazione è più o meno quella. Sei un’estranea totale in un gruppo già ben consolidato e solidale di adolescenti in piena affermazione di sé. Un incubo. Anche se litigano tra loro, la certezza è che saranno sempre compatti contro di te. Del resto, si sa che identificare un nemico comune è una strategia potente e antica per unire un gruppo. Parola di Sun Tzu.

Anche questa terza non è diversa e non si tira certo indietro nella battaglia. Le ho provate tutte, tanto che alcune ragazze mi sono diventate solidali – si nota dai risultati e dall’atteggiamento in classe – ma se ne guardano bene dal dimostrarlo apertamente. Il vero problema non è la mia fatica, quella troverà ristoro a luglio, a scuola finita, ma il fatto che i ragazzi siano arroccati su un atteggiamento di carenza di studio, disinteresse per ogni argomento proposto, disimpegno e distrazione continui in classe. Un problema soprattutto per loro, visto che l’anno prossimo andranno tutti al liceo.

Ho già avuto classi così, ma verso Natale la situazione si regolarizzava e si cominciava a lavorare davvero, con la soddisfazione di tutti. Con questa classe sono arrivata ad aprile inoltrato e non abbiamo ancora preso il largo. Siamo lì, bloccati in porto a guardare la tempesta. Cerco di capire come intercettarli, di capire la loro psicologia, cosa possa inventarmi per agganciarli, e mi perdo in un po’ di letture interessanti.

Un libro mi colpisce più di tutti: Gen Z: scegliere se stessi prima del lavoro, di Veronica Feston. L’autrice spiega molto della sua generazione e delle motivazioni che la spingono, sostenendo che il lavoro è considerato ancora una parte importante della vita, ma non deve essere un peso o una costrizione – piuttosto un’espressione delle loro capacità, delle loro competenze e dei loro sogni.

Mi viene un brivido: è esattamente quello che sperimento in classe. Quando qualcosa li interessa, riescono a mantenere una concentrazione totale. Se qualcosa non li convince, non c’è verso. Il senso del dovere non è contemplato. Tanto meno un progetto a lungo termine come il liceo, o l’idea che se non costruisci gli strumenti giusti adesso, la vita diventa tutta un faticoso inciampo.

Allora la domanda diventa inevitabile: come si aggancia una generazione che sceglie sé stessa prima del dovere? La risposta che ho trovato, almeno per ora, passa per una cosa sola: conoscerli davvero. E per conoscerli, devo passare per chi li conosce meglio di me.

Ogni volta che incontro i genitori capisco meglio i ragazzi – le loro risposte, le loro reazioni, i loro punti ciechi. La mamma di Vittorio mi ha raccontato che suo figlio ha bisogno di muoversi, altrimenti impazzisce: abbiamo concordato uscite più frequenti durante la lezione. La mamma di Eleonora mi ha spiegato perché, a un certo punto, la figlia ha cominciato a rifiutare i voti bassi senza capire da dove venissero: da allora ogni valutazione è accompagnata da una spiegazione precisa su come migliorare. Al papà di Giulio ho suggerito come impostare lo studio a casa perché le interrogazioni rendano di più.

Ai genitori di Oliver, Simone e Carlotta ho proposto di lasciare che l’educatore presente in classe lavori in modo più mirato con i loro figli, così da recuperare quello che faticano a cogliere durante la lezione.
Non è una soluzione, è un metodo.

Gli incontri con le famiglie non servono solo a fare il punto della situazione: servono a far capire ai ragazzi che qualcuno li sta guardando, non per controllarli, ma perché tiene a loro. Nella mancanza di comunione tra scuola e famiglia, i ragazzi trovano mille scappatoie. Nell’incontro, invece, trovano qualcosa di più difficile da ignorare: l’attenzione, la cura, la prova concreta che il loro percorso conta.
È ancora venerdì sera e sono ancora stanca. Ma la mamma di Vittorio mi ha già scritto per fissare un nuovo appuntamento. Il terzo. E già questo mi sembra un ottimo passo nella direzione giusta.

*Chi è l’autrice

Claudia Bassanini è un’insegnante con una ventennale esperienza in scuole ad alta complessità. Il suo approccio educativo è centrato sulla crescita personale e sulla valorizzazione delle capacità individuali, attraverso la costruzione di relazioni positive e personalizzate. Convinta che la famiglia e il contesto siano radice, sostegno e trampolino di lancio nella storia di ciascuno, utilizza una metodologia sistemica che tenga conto delle esigenze del singolo alunno, delle peculiarità familiari, delle possibilità della scuola e delle aspettative del mondo che accoglierà i ragazzi alla fine degli studi.

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