Dall’università alla corsia: come cambia la formazione dei medici con l’AI
Non solo teoria: la formazione medica negli ultimi tempi sta diventando sempre più pratica, continua e supportata dai dati. Lo sottolinea una ricerca di DatAImed, tech-health company italiana che ha analizzato un campione di circa 4.500 studenti di medicina in 48 Paesi diversi
Mai come oggi la professione del medico richiede un tipo di formazione più sempre più data-driven e insieme orientata alla pratica in corsia. Lo testimonia uno studio effettuato su un campione di circa 4.500 studenti selezionati in 48 diversi Paesi ad opera di DatAIMed, startup italiana di health-tech che sviluppa soluzioni basate sull’intelligenza artificiale per supportare l’Evidence-Based Medicine nella pratica clinica.

Secondo l’indagine, quasi due terzi degli intervistati mostrerebbe un atteggiamento positivo verso l’uso dell’AI in medicina, e oltre l’88 % ritiene che possa migliorare significativamente l’efficienza dei processi clinici. L’entusiasmo manifestato non compensa tuttavia in maniera adeguata la mancanza di esperienza pratica, come sostenuto dal 75 % del campione. Analoga la percentuale di studenti che desidererebbe corsi mirati da inserire nel proprio CV, a sottolineare la presenza di un gap tra interesse e offerta formativa. Inoltre, quasi il 70 % segnala potenziali rischi etici o legali, attestante un buon livello di consapevolezza sulla necessità di integrare l’AI in maniera adeguata.
La ricerca di DatAImed conferma quindi l’attenzione crescente dei futuri medici alle nuove tecnologie generative, giudicate dalla maggioranza capaci simulare scenari clinici e analizzare grandi quantità di dati. In più, durante lo studio e le esercitazioni, l’AI può offrire suggerimenti e spunti che aiutano a sviluppare il ragionamento clinico, trasformando l’apprendimento in un processo più attivo e meno nozionistico.
L’indagine affronta anche gli effetti dell’approccio data-driven dopo la laurea. Proprio nei primi anni di professione, quando ci si confronta con colleghi più esperti, essere in grado di gestire strumenti di AI potrebbe contribuire a rafforzare competenze e fiducia nei giovani dottori, proprio perché inseriti in maniera concreta nel modo in cui questi ultimi prendono le loro decisioni in ambito clinico.
Nel merito, ha rimarcato Dario Taborelli, fondatore di DatAIMed: «L’intelligenza artificiale permette agli studenti di allenarsi su casistiche molto più ampie e ai giovani medici di affrontare le prime esperienze con maggiore consapevolezza».
Di qui l’offerta di realtà come la stessa health- tech company che lavora allo sviluppo di soluzioni basate sui dati per supportare medici e strutture sanitarie, con l’obiettivo di rendere l’uso delle informazioni più efficace e accessibile.
Nello specifico, la startup ha finora coinvolto oltre 10 mila utenti clinici, con più di 100 mila ricerche effettuate sulla piattaforma. Inoltre, ha supportato migliaia di studenti di medicina e delle professioni sanitarie nello sviluppo di competenze cliniche basate sulle evidenze.
Su questo aspetto Taborelli aggiunge: «Il punto non è solo utilizzare questi strumenti, ma sviluppare competenze per interpretarli, valutarne l’affidabilità e inserirli correttamente nei processi decisionali. È su questo che si gioca la qualità della medicina nei prossimi anni, e le università hanno un ruolo centrale».
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