Di carta o digitale? Come cambia la formazione e quale adottare al momento giusto

Prendendo spunto dalla decisione del governo svedese di ridimensionare l’uso dei tablet a scuola, il nostro contributor Maurizio Mantovani riflette sulle diverse caratteristiche dell'apprendimento digitale rispetto a quello analogico non solo tra bambini e ragazzi, ma soprattutto tra gli adulti. Il suo invito: no alla contrapposizione tra carta e device, sì alla loro integrazione.

di Maurizio Mantovani*

Negli ultimi mesi la scelta della Svezia di ridurre l’uso precoce dei dispositivi digitali nelle scuole e di reinvestire su libri cartacei e scrittura manuale è stata raccontata spesso come un ritorno al passato. In realtà si tratta di qualcosa di diverso: una correzione metodologica.

Non è in discussione la tecnologia. È in discussione il suo ruolo nei processi cognitivi fondamentali. Negli ultimi quindici anni molti sistemi educativi occidentali hanno introdotto dispositivi digitali prima di chiarire una domanda essenziale: in quali fasi dell’apprendimento funzionano davvero?

Oggi la ricerca sta offrendo una risposta sempre più chiara. Il punto non è carta contro digitale. Il punto è capire quale strumento supporta meglio quale processo cognitivo.

Cosa sta succedendo davvero nei sistemi educativi avanzati?
Il caso svedese è emblematico perché non nasce da una posizione ideologica, ma dall’analisi di dati longitudinali sulle competenze di base. Negli ultimi anni diversi indicatori hanno segnalato criticità crescenti:
– calo nella comprensione della lettura;
– riduzione della capacità di lettura prolungata;
– peggioramento della qualità della scrittura manuale;
– aumento della difficoltà di mantenere attenzione sostenuta.

Parallelamente, i dati dell’Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) dentro il programma Programme for International Student Assessment (PISA) hanno evidenziato un elemento rilevante: l’introduzione massiva del digitale non produce automaticamente un miglioramento delle performance.

La variabile decisiva non è la presenza della tecnologia. È la qualità della sua integrazione pedagogica. Uno degli equivoci più diffusi è l’idea che la digitalizzazione della scuola sia di per sé un fattore di modernizzazione dell’apprendimento. Le rilevazioni PISA mostrano un quadro più complesso.

Nel ciclo 2018–2022 emergono tre evidenze particolarmente rilevanti:
– l’aumento dell’uso dei dispositivi digitali in classe non è associato automaticamente a migliori risultati di apprendimento;
– livelli elevati di distrazione digitale sono correlati a performance più basse;
– gli studenti con minore autonomia cognitiva sono quelli che risentono maggiormente dell’esposizione digitale non mediata.

Un dato particolarmente significativo riguarda la cosiddetta digital distraction: gli studenti che dichiarano uso frequente del digitale per attività non didattiche durante la lezione mostrano risultati mediamente inferiori in lettura.

Questo suggerisce che la tecnologia non riduce automaticamente le disuguaglianze educative. In molti casi tende ad ampliarle.
Negli ultimi dieci anni diverse meta-analisi hanno chiarito un punto importante: la differenza tra carta e digitale non è ideologica, ma cognitiva.

La meta analisi di Delgado e colleghi (2018), condotta su oltre 170.000 partecipanti, mostra che la comprensione dei testi lunghi risulta mediamente più elevata su supporto cartaceo rispetto allo schermo.

Risultati analoghi emergono negli studi di Mangen e nelle successive revisioni sistematiche di Clinton (2019):
– la lettura digitale favorisce lo scanning;
– la lettura su carta favorisce l’integrazione semantica;
– la differenza aumenta quando il testo è lungo o concettualmente complesso.

Questo non significa che il digitale sia meno efficace in assoluto. Significa che supporta processi cognitivi diversi.
Per comprendere il senso delle scelte educative recenti è necessario chiarire quali competenze sono coinvolte.

Non si tratta di abilità nostalgiche. Si tratta di processi cognitivi strutturali.

La lettura profonda non coincide con la semplice decodifica del testo, bensì include:
– costruzione di inferenze;
– integrazione tra parti del testo;
– memoria semantica;
– interpretazione;
– continuità attentiva.

Diversi studi mostrano che su testi lunghi la lettura su carta favorisce livelli più elevati di comprensione rispetto allo schermo, soprattutto nelle fasi iniziali di apprendimento.
Questo accade perché la lettura digitale tende a facilitare comportamenti di scanning e navigazione invece di immersione cognitiva.

Allo stesso modo, la scrittura a mano non è solo uno strumento espressivo, ma è invece un processo cognitivo.

Scrivere manualmente:
– rallenta il pensiero in modo funzionale;
– favorisce la selezione delle informazioni;
– migliora la codifica in memoria;
– supporta la costruzione concettuale.

Lo studio di Mueller e Oppenheimer (2014) ha mostrato come la presa di appunti manuale favorisca una comprensione più profonda rispetto alla digitazione.

L’attenzione sostenuta o prolungata è inoltre una competenza centrale per qualsiasi apprendimento complesso.
L’ambiente digitale, soprattutto se introdotto precocemente e senza mediazione didattica, aumenta:
– switching attentivo;
– frammentazione cognitiva;
– multitasking.
Questo riduce la capacità di mantenere continuità mentale su compiti lunghi.

La costruzione sequenziale del pensiero
Molti processi cognitivi complessi richiedono una progressione lineare.
La struttura dell’interazione digitale tende invece a favorire:
– navigazione non lineare;
– accesso simultaneo a stimoli multipli;
– interruzioni frequenti.

Questo non è un limite del digitale. È una sua caratteristica. Diventa un problema quando sostituisce strumenti più adatti nelle fasi iniziali dell’apprendimento.
La variabile più importante non è la quantità di tecnologia. È il momento. La ricerca suggerisce che il digitale funziona meglio quando:
– le competenze di base sono già consolidate;
– gli studenti possiedono autonomia attentiva;
– esiste una struttura concettuale già formata.

Funziona meno bene quando viene utilizzato per costruire le fondamenta cognitive.

Cosa significa questo per chi si occupa di formazione degli adulti
Il tema non riguarda solo la scuola. Riguarda anche la formazione professionale. Negli ultimi anni molte organizzazioni hanno investito massicciamente in:
– piattaforme digitali;
– contenuti asincroni;
– microlearning;
– learning management system.

Gli strumenti sopra illustrati sono tutti utilissimi, ma non equivalenti ai processi di apprendimento.
Confondere accesso ai contenuti con costruzione delle competenze è uno degli errori più diffusi nella progettazione formativa contemporanea. La letteratura è chiara: il digitale diventa estremamente efficace quando supporta processi specifici.

Per esempio funziona bene:

– nelle simulazioni
– nelle esercitazioni distribuite nel tempo;
– nel feedback immediato;
– nella collaborazione asincrona;
– nelle performance del supporto operativo.

In tutti questi casi non è un’alternativa alla formazione. È un acceleratore.
Alcuni processi invece richiedono ancora strumenti diversi. In particolare:
– costruzione concettuale iniziale;
– riflessione strutturata;
– lettura complessa;
– elaborazione personale;
– scrittura generativa.

In queste fasi la tecnologia funziona meglio quando accompagna, non quando sostituisce.

Aula e online nella formazione degli adulti: una falsa contrapposizione
Lo stesso equivoco che osserviamo nella scuola si ripresenta nella formazione degli adulti: aula contro online.
Anche qui la domanda corretta non è quale modalità sia migliore. È quale modalità sia più efficace per quale fase dell’apprendimento. La ricerca sull’apprendimento e l’esperienza progettuale degli ultimi anni suggeriscono una distinzione chiara tra tre fasi diverse.

Fase 1 – costruzione dello schema mentale
È la fase in cui le persone costruiscono nuove mappe cognitive. Qui servono:
– interazione guidata;
– confronto tra modelli interpretativi;
– feedback immediato;
– riflessione strutturata;
– elaborazione personale.
Sono processi ad alta densità cognitiva e relazionale. In questa fase l’aula resta spesso l’ambiente più efficace.

Fase 2 – consolidamento
Una volta costruito lo schema mentale, l’obiettivo diventa stabilizzarlo. Qui funzionano particolarmente bene:
– ripetizione distribuita nel tempo;
– esercitazioni brevi e frequenti;
– recupero attivo delle informazioni;
– rinforzi progressivi.

In questa fase l’online è spesso più efficace dell’aula, perché rende sostenibile il consolidamento.

Fase 3 – trasferimento operativo
La terza fase riguarda l’utilizzo delle competenze nei contesti reali. Qui diventano decisivi:
– performance support;
– micro-contenuti accessibili rapidamente;
– checklist cognitive;
– simulazioni leggere.

In questa fase il digitale non sostituisce l’apprendimento. Lo accompagna nel momento in cui serve.
Le evidenze disponibili suggeriscono una distinzione chiara. Nelle fasi iniziali di costruzione delle competenze servono ambienti ad alta presenza cognitiva e relazionale.

Nelle fasi di consolidamento e trasferimento operativo il digitale diventa un moltiplicatore di efficacia. Questo vale nella scuola. Vale ancora di più nella formazione degli adulti.
Quando la tecnologia entra troppo presto rischia di sostituire l’elaborazione cognitiva invece di supportarla. Quando entra nel momento giusto diventa uno dei più potenti strumenti educativi disponibili. Per questo la sfida non è scegliere tra aula e online. La sfida è progettare architetture formative coerenti con le fasi dell’apprendimento.

Non è carta contro digitale: è progettazione cognitiva.

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