Burnout, il malessere che non si dice: uno su due pensa alle dimissioni

Il sondaggio de ilCVperfetto rivela che il 63% dei lavoratori soffre di esaurimento professionale, ma solo il 2% ne parla in azienda con conseguenze anche irreversibili sulla durata del rapporto lavorativo

Il burnout cresce, ma nelle aziende resta un disagio difficile da raccontare. A fotografare questa contraddizione è un sondaggio de ilCVperfetto, secondo cui il 63% dei lavoratori sperimenta sintomi di esaurimento professionale più volte a settimana, ma appena il 2% ne parla con il proprio manager o con le risorse umane. Un silenzio che, a pochi giorni dalla conclusione di ottobre, mese dedicato alla sensibilizzazione sulla salute mentale, assume un significato particolare. Condotta su un campione di 1.000 lavoratori statunitensi, l’indagine mette infatti in luce quali sono le ripercussioni di questo tipo di disagio su motivazione, impegno e soprattutto sulla volontà di restare o lasciare l’azienda.

Scendendo più nel dettaglio, la ricerca parla di un 41% di intervistati che esprime forti dubbi sulla capacità del settore HR di gestire i problemi legati alla salute mentale. Una sfiducia che si riflette anche nello scarso ricorso agli strumenti di supporto: appena il 3% utilizza i programmi aziendali di assistenza psicologica, mentre soltanto l’8% si rivolge a uno specialista esterno. Il risultato è un disagio che tende a rimanere sommerso, anche quando comincia a incidere sulla qualità del lavoro e sulla vita quotidiana.

Le conseguenze sono tutt’altro che marginali. Il 23% degli intervistati riferisce frequenti stati d’ansia o forte tensione, il 17% disturbi del sonno e il 15% manifesta sintomi come mal di testa e irritabilità. Lo stress si traduce anche in difficoltà di concentrazione, procrastinazione e assenze per malattia. Ma soprattutto sembra compromettere il rapporto con la propria professione: soltanto il 19% dichiara di conservare un reale interesse per le mansioni svolte.

È in questo contesto che si inserisce il fenomeno del quiet quitting, il progressivo disimpegno di chi, senza lasciare formalmente il proprio posto, sceglie di limitarsi allo stretto necessario. Secondo l’indagine, il 13% dei lavoratori ammette di adottare attualmente questo comportamento, mentre il 27% dichiara di averlo fatto in passato. Una forma di distacco che può rappresentare una strategia di difesa individuale, ma che segnala anche un deterioramento del legame tra dipendente e azienda.

Per molti, tuttavia, il disimpegno non basta. Quasi un lavoratore su due, il 48%, dichiara di pensare alle dimissioni almeno una volta al mese, mentre il 15% è già alla ricerca attiva di un’altra occupazione. Numeri che suggeriscono come il burnout possa trasformarsi da problema di benessere individuale a fattore di instabilità organizzativa, con conseguenze sulla capacità delle imprese di trattenere le proprie persone.

Di fronte a questa situazione, i lavoratori chiedono interventi concreti. Al primo posto compare l’adeguamento salariale, indicato dal 24% degli intervistati, ma emerge anche la richiesta di una diversa organizzazione del tempo: il 15% vorrebbe una settimana lavorativa di quattro giorni, mentre il 10% auspica un ambiente professionale più sereno. La settimana corta entra così nel dibattito sul benessere psicologico non soltanto come possibile strumento di conciliazione tra vita privata e lavoro, ma anche come risposta alla necessità di ridurre la pressione e recuperare energie.

In attesa di cambiamenti da parte delle aziende, alcuni lavoratori cercano di proteggersi autonomamente. Il 18% ha iniziato a stabilire confini più netti tra vita professionale e personale, mentre per il 15% cambiare datore di lavoro rappresenta la soluzione per tutelare la propria carriera.

Secondo ilCVPerfetto, insomma, il burnout non porta necessariamente alle dimissioni, ma quando il lavoratore prende davvero questa decisione, l’addio al proprio posto di lavoro potrebbe essere cominciato molto tempo prima.

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