Il patto sociale si ricostruisce nei territori. Con l’aiuto dell’IA

In concomitanza con il Forum sull'intelligenza artificiale organizzato a Perugia da Confindustria e altre istituzioni, pubblichiamo la riflessione della docente e ricercatrice Elena Battaglini sulla necessità di ripensare le relazioni tra istituzioni, professionisti e comunità partendo dalla capacità e volontà di riconoscere la complessità dei bisogni e di costruire risposte condivise.

di Elena Battaglini*

Una persona può avere un lavoro, una casa, un reddito che sulla carta non la colloca tra i poveri, e trovarsi comunque in una condizione di profonda vulnerabilità. Può avere bisogno contemporaneamente di sostegno economico, assistenza sanitaria, supporto educativo o psicologico, incontrando servizi diversi, ciascuno competente per una parte del problema. Eppure, nella vita di quella persona, tutte queste dimensioni sono intrecciate. È una delle contraddizioni emerse durante un recente incontro promosso da PerugIA Next e ANCI Umbria con gli operatori dei servizi sociali, in preparazione alla giornata del 22 ottobre dedicata all’intelligenza artificiale e ai territori.

L’assessora ai Servizi sociali del Comune di Perugia, Costanza Spera, ha raccontato come le forme del disagio stiano cambiando, arrivando a coinvolgere anche persone occupate e famiglie che le tradizionali categorie di vulnerabilità faticano a riconoscere. È un’esperienza che ci interroga sul modo in cui le istituzioni osservano la società, definiscono i bisogni e organizzano le risposte. Perché quando la vita delle persone attraversa continuamente i confini delle nostre classificazioni amministrative, dobbiamo domandarci se quelle classificazioni siano ancora sufficienti a comprenderla.

È da qui che vorrei partire per riflettere sulla progressiva erosione del patto sociale che ha sostenuto le democrazie del Novecento e sulla crescente individualizzazione dei rischi, in una fase nella quale le persone sono chiamate ad assumersi responsabilità sempre maggiori mentre le istituzioni incaricate di proteggerle si confrontano con problemi la cui complessità supera i confini delle rispettive organizzazioni.
Quando il patto sociale si regge sulle spalle delle persone

Durante la survey di PerugIA Next del 12 ottobre, organizzata dalla Provincia di Perugia e da ANCI Umbria, e in preparazione al panel “L’intelligenza della cura”, è emersa con forza una consapevolezza. I servizi sociali costituiscono oggi uno dei principali presidi di tenuta del patto sociale, proprio perché incontrano quotidianamente le conseguenze delle sue fratture. E questa funzione continua a poggiare in misura straordinaria sulle persone, sulla loro professionalità, sulla disponibilità ad attraversare confini organizzativi e, talvolta, a inventare soluzioni che le procedure non contemplano.

L’assessora Spera ha poi richiamato una domanda che attraversa quotidianamente il lavoro delle amministrazioni, «a chi compete che cosa?». Una domanda necessaria per attribuire responsabilità, che può però diventare un ostacolo quando la complessità dei bisogni viene suddivisa in compartimenti incapaci di comunicare. Una condizione di povertà, per esempio, può intrecciarsi con problemi abitativi, sanitari, educativi, lavorativi e relazionali, mentre le sue stesse manifestazioni cambiano, coinvolgendo persone occupate e famiglie che le tradizionali categorie di disagio faticherebbero a riconoscere.
Ma quanto può reggere un sistema affidato prevalentemente alle capacità individuali?

PRIMA DI RISOLVERE UN PROBLEMA, DOBBIAMO IMPARARE A RICONOSCERLO
Siamo abituati a valutare l’efficacia dei servizi sulla base delle risposte che riescono a fornire, ma la qualità di una soluzione dipende innanzitutto dalla capacità di riconoscere e definire il problema nella sua interezza. È la differenza tra problem solving e problem setting. Possiamo disporre delle migliori competenze professionali e delle tecnologie più sofisticate, e continuare a produrre risposte insufficienti se la cornice nella quale abbiamo collocato il problema resta troppo stretta.

Durante l’incontro ho posto agli operatori due domande. La prima riguardava le condizioni che facilitano o ostacolano la collaborazione tra persone, servizi, associazioni e istituzioni. La seconda chiedeva quali condizioni permettano di trasformare bisogni diversi, interessi contrastanti e conflitti in risorse per trovare soluzioni nuove.

Le risposte hanno restituito un quadro interessante. Sono emerse la fiducia reciproca, la chiarezza delle responsabilità, il riconoscimento delle competenze, la trasparenza e la necessità di partecipare realmente alla costruzione delle decisioni. Sono stati richiamati anche ostacoli molto concreti, dai carichi di lavoro alla carenza di personale, dalla rigidità dei finanziamenti alla frammentazione organizzativa.

Dovremmo allora interrogarci su come infrastrutturare la collaborazione, affinché possa diventare una proprietà delle organizzazioni e delle comunità, anziché dipendere ogni volta dalla disponibilità di singoli professionisti. Collaborare significa condividere uno scopo, riconoscere il contributo degli altri e consentire che dall’incontro tra competenze e prospettive differenti emergano possibilità che nessuno avrebbe potuto produrre isolatamente. È proprio questa capacità di trasformare le differenze in conoscenza e valore condiviso che costituisce uno degli elementi più importanti dell’intelligenza collettiva.

DALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE ALL’INTELLIGENZA CIVICA
Negli ultimi anni, lavorando sulle tecnologie civiche e sui processi di sviluppo territoriale, ho cercato di comprendere come i nuovi ambienti digitali possano contribuire a rendere visibili e mettere in relazione conoscenze, risorse e capacità che già esistono nelle comunità, ma rimangono disperse. Nel progetto della Green Community dell’Alta Sabina, che ha coinvolto dieci piccoli Comuni dell’Italia interna, abbiamo sviluppato un approccio fondato sul riconoscimento del patrimonio naturale, culturale e sociale e sulla coproduzione dei valori territoriali.

È una prospettiva particolarmente importante per le aree interne del nostro Paese, dove allo spopolamento e all’invecchiamento della popolazione si accompagnano la progressiva perdita di servizi e presìdi territoriali e un divario digitale che assume anche le caratteristiche del fallimento di mercato. Dove la bassa densità abitativa rende meno remunerativi gli investimenti privati nelle infrastrutture, il rischio è che la distanza dai grandi centri diventi anche distanza dalle opportunità di conoscenza, innovazione e accesso ai servizi. È una condizione che conosco attraverso l’esperienza dell’Alta Sabina e che ritrovo nella Provincia di Perugia, il cui presidente, Massimiliano Presciutti, si definisce un «sindaco di montagna». La scelta di investire in un’infrastruttura pubblica condivisa di dati e intelligenza artificiale assume allora un significato anche politico, perché può consentire ai piccoli Comuni di accedere a capacità tecnologiche e conoscitive che difficilmente riuscirebbero a sviluppare individualmente, valorizzando le risorse e le specificità dei territori anziché accentuarne le disuguaglianze.

Un territorio è anche il sistema di relazioni attraverso cui le sue comunità attribuiscono significati e valori alle risorse di cui dispongono. Da queste relazioni dipendono la capacità di apprendere, di adattarsi e di produrre innovazione. È in questa prospettiva che l’intelligenza artificiale può contribuire alla trasformazione dei servizi pubblici.
Oggi tendiamo a identificarla con i grandi modelli linguistici e con le piattaforme attraverso cui interroghiamo sistemi capaci di produrre risposte. Ma le potenzialità delle tecnologie civiche vanno ben oltre. Possiamo immaginare ambienti nei quali la conoscenza accumulata dai servizi pubblici, dalla sanità, dal Terzo settore, dalla ricerca e dalle comunità possa essere integrata, contestualizzata e utilizzata per sostenere processi decisionali più informati.

La questione decisiva riguarda però chi partecipa alla costruzione di questi sistemi, chi definisce le domande, quali dati vengono riconosciuti come rilevanti e quali responsabilità rimangono in capo alle persone e alle istituzioni. Se coinvolgiamo le comunità come fonti di conoscenza e soggetti attivi della coprogettazione, possiamo ampliare la nostra capacità di riconoscere problemi emergenti e immaginare risposte nuove.

È il principio sul quale sto lavorando anche con “Genius Loci”, un progetto di intelligenza artificiale civica orientato a supportare i processi decisionali pubblici, del quale è in preparazione il deposito brevettuale. Ed è una prospettiva che ritrovo nel percorso avviato dalla Provincia di Perugia con PerugIA Next, attraverso l’ascolto delle amministrazioni e la progettazione di un’infrastruttura inferenziale territoriale.

L’esperienza raccontata dagli operatori umbri ci consegna una questione che riguarda il futuro del welfare e, insieme, quello dell’intelligenza artificiale. Oggi una parte rilevante della capacità di risposta dei servizi dipende dalla conoscenza, dall’esperienza e dalla disponibilità di singoli professionisti, che riescono a costruire relazioni anche quando le organizzazioni faticano a dialogare. Come possiamo fare in modo che questa intelligenza relazionale diventi un patrimonio condiviso, capace di attraversare le istituzioni, valorizzare le differenze e sostenere decisioni collettive più consapevoli?

La sfida dell’intelligenza civica si colloca proprio qui, nella possibilità di riconoscere, connettere e rendere disponibili conoscenze che già abitano i territori, creando le condizioni perché le comunità possano partecipare alla definizione dei propri problemi e alla costruzione delle risposte. È una responsabilità che riguarda la progettazione delle tecnologie quanto quella delle istituzioni e che ci invita a ripensare il significato stesso della cura, come capacità collettiva di riconoscere le relazioni dalle quali dipende la qualità della nostra vita sociale.
Forse è proprio da questa capacità di riconoscere ciò che ci lega, e di trasformare le differenze in risorse condivise, che possiamo cominciare a ricostruire un patto sociale all’altezza della complessità del nostro tempo.

*Chi è l’autrice

Direttrice scientifica della strategia PNRR Green Community Alta Sabina, Founder Social Resonance EU, insegna al Master di Progettazione Partecipata presso il Dipartimento di Scienze Politiche a Perugia ed è anche ideatrice e direttrice scientifica della strategia “Circular Sustainable Resonance – Alta Sabina” , selezionata per il finanziamento nell’ambito del programma italiano NextGenerationEU Green Communities, vinto recentemente.

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