Se potessi mangiare un’idea: quello che la Scozia non mi chiede

Come ogni fiore battuto dal vento, anche il cardo ha bisogno di tempo per mostrarsi al mondo nel suo ispido lilla. Claudia Bassanini lo sa: il cambiamento è una competenza che ha allenato giorno dopo giorno, fino al momento in cui l'ha abbracciato, oltre ogni (altrui) malinconia. Nasce così "Cluaran", cardo il gaelico scozzese, la sua rubrica dedicata all'esperienza di rinascita oltre confine

di Claudia Bassanini*

Partire è un po’ morire, come dice il detto. In realtà, per me, questa partenza verso una vita che non conosco ancora è una sorta di rinascita. Sembra però che per i più sia vero il detto. Mi spiego: è da un paio di mesi che sto raccontando di questa novità e sono davvero poche le persone che, augurandomi in bocca al lupo, concedono alla nostra relazione la possibilità di sopravvivere. Per lo più raccolgo una vaga forma di sgomento e tristezza per un rapporto che inevitabilmente finirà. Sinceramente non me lo aspettavo.

Durante tutti gli anni che dalla giovinezza mi hanno portato alla piena maturità, ho visto molti amici partire e sono rimasta in contatto con una buona parte di loro. Mi basti dire che l’amica che in assoluto sento di più – per minuti spesi al telefono ogni settimana – vive a Skopje. Quindi, in base alla mia esperienza, partire non è morire, ma decidere con quale mezzo di comunicazione rimanere in contatto.

Tuttavia, questo sentore di fine mi ha fatto riflettere su qualcosa che non mi aspettavo di trovare: viviamo in un’epoca che celebra il cambiamento ma lo teme profondamente. E questa contraddizione si rivela nei momenti in cui qualcuno vicino a noi sceglie davvero di cambiare.
Probabilmente, perché il cambiamento che vediamo ci obbliga a riflettere sulle nostre scelte.

Quante volte è successo anche a me: per anni ho sperato di espatriare, ma non sono mai riuscita a farlo e, ogni volta, pensavo ai miei amici all’estero con ammirazione, un po’ di invidia, un pizzico di sconforto. Ed ecco che, all’improvviso, mi capita l’occasione. Eppure, prima di qualsiasi altra reazione, ho passato al vaglio tutte le motivazioni che avrebbero dovuto trattenermi – la famiglia d’origine, un lavoro sicuro, le certezze quotidiane. Erano la paura e la resistenza al cambiamento a parlare. Poi, ho pensato a tutto quello che in questi anni ho fatto per permettere a mio figlio di fare lo stesso passo e, quando dall’emozione sono passata all’argomentazione, tutto si è chiarito.

Inoltre, il cambiamento ci obbliga a un riequilibrio relazionale. Devo dire che, visti i tempi frenetici delle città, le mie amicizie passano già per lunghe telefonate e un caffè o un aperitivo quando si riesce. Però, questo cambiamento significa di più: vuol dire cambiare la materia dell’amicizia, i punti di riferimento, la visione del mondo.

Ricordo quando mi sono separata. Ho avuto la stessa percezione: la mia visione del mondo sarebbe cambiata, perché la nuova esperienza mi avrebbe modellato in modo imprevisto e profondo. E così è stato. Quella Claudia non esiste più, ma quella che è nata dopo è più sua di quanto la prima avrebbe mai potuto essere.

Ed ora, eccomi a un altro crocevia: sono convinta che anche questa rigenerazione mi porterà su strade inesplorate proponendomi nuove soluzioni di vita.
Ma ancora di più, ho capito che il cambiamento non è un evento. È una competenza che si apprende e si allena. E come tutte le competenze, richiede di attraversare fasi scomode.

Prima la perdita: abbandonare le certezze, lasciare ciò che conosci, accettare che una parte di te resti indietro. Poi il vuoto – non sei più chi eri, non sei ancora chi diventerai. È la fase in cui molti tornano indietro. Non perché il cambiamento sia sbagliato, ma perché il vuoto è insopportabile.
E infine la domanda più difficile: chi sei davvero senza i tuoi punti di riferimento? Cosa vuoi portare con te e cosa puoi lasciare andare?

Come diceva Giorgio Gaber: «Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione». Il cambiamento vero non è mai solo esterno. È sempre, prima di tutto, un’idea che decidi di incarnare.
Ma la Scozia si rende conto del passo che mi chiede di fare? Credo proprio di no. La Scozia sta lì, con le sue colline, il suo vento e le sue pecore, indifferente alle mie riflessioni. Perché, tirando le somme, chi pretende una decisione non è lei ma sempre e soltanto io.

E forse è proprio questa la competenza più difficile da allenare: capire che il cambiamento non arriva dall’esterno. Non è la Scozia, non è l’occasione, non è il momento giusto. Siamo noi, sempre e soltanto noi, che decidiamo se restare fermi o metterci in moto.
Partire è un po’ morire, dice il detto. Forse. Ma è anche, soprattutto, scegliere di nascere di nuovo. E anche questa volta, so già che ne vale la pena.

*Chi è l’autrice

Claudia Bassanini è stata un’insegnante con una ventennale esperienza in scuole ad alta complessità. Il suo approccio educativo si è incentrato sulla crescita personale e sulla valorizzazione delle capacità individuali, con il pieno coinvolgimento delle famiglie dei propri allievi. Da qualche tempo ha intrapreso una nuova strada personale e professionale altrove: ha scelto People are People per raccontarla.

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