Pa e Smart working, allarme dietrofront dalla Federazione Lavoratori Pubblici

Secondo l'indagine curata dalla Federazione Lavoratori Pubblici e Funzioni Pubbliche, nella PA ci sarebbe stato un ridimensionamento del 50% dello smart working, un controsenso rispetto alla direzione seguita da diversi altri Paesi nel mondo

Lo smart working piace sempre di più, ma non alla pubblica amministrazione. Lo ha sostenuto nei giorni scorsi la Federazione Lavoratori Pubblici e Funzioni Pubbliche FLP, presentando un’analisi sulla marcia indietro che sarebbe stata compiuta da Ministeri e uffici della PA sul “lavoro agile”.

Portavoce dell’indagine è Marco Carlomagno, segretario generale FLP, che ha citato diversi esempi del ritorno al lavoro in presenza ad esempio nella Presidenza del Consiglio dei Ministri, dove si è passati «da 2 giorni a settimana a 1 giorno di lavoro agile». Stessa cosa negli uffici centrali del Ministero della Giustizia, mentre, prosegue Carlomagno, «nei tribunali si è rimasti a 1 giorno a settimana di smart working e, in alcuni casi, si è passati a 0».

Oltre i dati riferiti anche ad altri dicasteri ed enti pubblici, Carlomagno ha considerato: «In tutto il mondo il lavoro è ormai basato su obiettivi e risultati e non sulla presenza: di qualche giorno fa la notizia che in Australia entrerà in vigore nel 2027 l’obbligo di smart working per due giorni a settimana. Non solo: diversi studi dimostrano come ci sia una correlazione positiva tra lavoro a distanza e natalità o come il lavoro agile comporti un miglioramento del rapporto vita-lavoro in generale con minor tempo perso in spostamenti e ascesa di luoghi “near work” per svolgere le proprie mansioni». A giudizio del segretario generale dell’organizzazione sindacale, l’Italia dovrebbe puntare l’attenzione sulle conseguenze positive del lavoro da remoto, occupandosi di assegnare obiettivi che migliorino la qualità generale «anziché di esacerbare un malessere». Su questo fronte, il sindacato che rappresenterà chiederà pertanto un reale cambio di rotta in sede di contrattazione generale.

Ribadisce infatti Carlomagno la centralità del CCNL nella definizione di modelli e strumenti innovativi: «Per la FLP il contratto collettivo è lo strumento principale per riconoscere diritti, tutele e dignità al lavoro pubblico e, allo stesso tempo, per fornire alle amministrazioni regole moderne e condivise, coerenti con la trasformazione digitale e con i nuovi modelli di servizio».

Le premesse per un cambio di passo affondano le radici nel rinnovo del CCNL Funzioni Centrali 2025-2027, avviato lo scorso anno, ossia, sottolinea ancora Carlomagno, «per la prima volta nel primo anno del triennio di riferimento». Nel successo di questo avvio avrebbe giocato un ruolo centrale proprio la FLP, che oggi pone anche l’accento «sul rafforzamento del lavoro agile e da remoto, in collegamento con il dibattito su smart working, nuove modalità di lavoro e organizzazione dei tempi».

Secondo il sindacato, il dibattito generale sulle forme diverse di lavoro andrebbe oltre la questione dello smart working. Tra i punti prioritari secondo la federazione, bisognerebbe svincolare la materia dalla sola contrattazione collettiva, estendendo e rafforzando la detassazione dei fondi di produttività nel settore pubblico e rimuovendo «la norma introdotta a fine 2024 che impedisce l’utilizzo delle risorse di bilancio per il welfare aziendale».

Al tema sopra esposto FLP aggiunge anche la questione della formazione continua e della sicurezza nei luoghi di lavoro, come condizioni per un benessere organizzativo non solo dichiarato ma misurabile. Nel merito, Carlomagno ricorda come l’organizzazione sindacale che rappresenta i lavoratori pubblici abbia «investito con continuità sulla riapertura dei percorsi di carriera nella Pubblica Amministrazione, a lungo bloccati da norme che hanno reso di fatto impossibile la crescita professionale del personale».

Carlomagno si sofferma infine anche sulla necessità di lavorare direttamente sugli organici interni per valorizzare al meglio le figure di elevata professionalità già presenti nella PA, contrariamente a quanto stabilito nel DL 80/2021, che invece ha privilegiato l’accesso dall’esterno a posizioni che potrebbero essere coperte da personale già assunto.

SEGUI LA DIRETTA DI: