Lavoro in Italia, il colore dominante è il grigio
L’Osservatorio BenEssere Felicità fotografa un Paese sospeso, che vive una condizione di "anestesia emotiva": il 43% dei lavoratori non si sente né felice né infelice. Battesimo per il BEF Index, primo indicatore italiano del benessere sul lavoro
Il nostro non è un Paese soddisfatto, ma neppure apertamente insoddisfatto. Nel lavoro italiano prevale una zona intermedia: una condizione di sospensione emotiva che non coincide né con la protesta né con il benessere. Il dato più evidente è anche il più eclatante: il 43% dei lavoratori italiani dichiara di non sentirsi né felice né infelice.

A scattare la fotografia ci ha pensato la sesta edizione dell’Associazione Ricerca Felicità attraverso l’Osservatorio BenEssere Felicità, realizzato con il supporto metodologico di Ipsos Doxa. L’edizione 2026 introduce anche un nuovo strumento di misurazione del quale vi avevamo dato qualche anticipazione su People are People all’inizio dell’anno: il BEF Index, primo indice italiano che quantifica il benessere e la felicità nel lavoro su una scala da 0 a 100. Il risultato complessivo è 50,6, esattamente a metà della scala.
Più che una polarizzazione tra soddisfazione e disagio, i dati raccontano un equilibrio instabile. Una fascia ampia di lavoratori continua a svolgere il proprio lavoro senza percepire chiaramente il proprio livello di benessere.
«Il dato che colpisce di più non è tanto il livello della felicità, quanto la grande area intermedia in cui le persone si collocano. Quando quasi una persona su due non riesce a dire se è felice o infelice significa che siamo davanti a qualcosa di diverso dal disagio», osserva Elisabetta Dallavalle, presidente dell’associazione promotrice dell’indagine.

Il BEF Index, costruito insieme a Ipsos Doxa, sintetizza sei dimensioni che definiscono il rapporto tra persone e lavoro. Tra queste: il livello di felicità personale (54 punti), la crescita e realizzazione professionale – definita “flourishing” (58,9), il capitale psicologico o PsyCap – cioè la capacità di affrontare ostacoli e fallimenti (64,7), la percezione dell’impatto sociale dell’azienda (59,4), il rapporto con la tecnologia (52,5) e, infine, il benessere psico-fisico legato alle condizioni di lavoro.
È proprio quest’ultimo indicatore a registrare il valore più basso: 41,7, l’unico sotto la media generale dell’indice. Il dato suggerisce una tensione evidente: le persone dichiarano una buona capacità di adattamento, ma faticano a sostenere nel lungo periodo le condizioni concrete del lavoro.

«Le persone si sentono abbastanza capaci di reggere (PsyCap alto), discretamente in crescita (Flourishing) e con una certa fiducia nel “senso” sociale dell’organizzazione (Sustainability) ma pagano un conto fisico/psicologico sulle condizioni di lavoro (Wellbeing ultimo a 41,7). Questa asimmetria è un segnale forte: stiamo usando “capitale psicologico” come ammortizzatore di un sistema che consuma energia», afferma Sandro Formica, direttore scientifico dell’Osservatorio.
Secondo Formica, il fenomeno riflette una trasformazione più profonda del clima emotivo del lavoro. «È una forma di stanchezza emotiva diffusa. Le persone reggono, fanno il loro lavoro, ma senza un senso stabile di serenità e pienezza. Viviamo un tempo in cui è facile sentirsi travolti. Tra guerre, instabilità geopolitica, trasformazioni tecnologiche e incertezza economica, la tentazione più diffusa è quella di proteggersi, abbassando l’intensità emotiva. È quello che vediamo nei dati: non una protesta, ma una sorta di anestesia emotiva. Il presente regge, ma la fiducia nel futuro è fragile. Questo non significa che le persone siano deboli. Al contrario, il capitale psicologico è alto, ma se continuiamo a usare la resilienza individuale come ammortizzatore di un sistema che consuma energia, prima o poi quella resilienza si trasforma in stanchezza. Per questo oggi parlare di felicità non è evasione dalla realtà. È una competenza concreta che ci permette di allenare il modo in cui stiamo al mondo e affrontiamo tempi difficili».

Le cause di questa fatica emergono dalle risposte degli intervistati. Il 43% ritiene che il proprio stipendio non sia adeguato alle prestazioni richieste, mentre circa una persona su quattro percepisce che le pressioni lavorative interferiscono con la vita privata e con il proprio equilibrio fisico ed emotivo.
Nonostante ciò, il lavoro continua a essere centrale nella vita delle persone: il 43% degli intervistati riconosce che incide in modo significativo sulla propria felicità complessiva.
Anche i fattori che rendono soddisfacente un impiego stanno cambiando. Al primo posto compare il work-life balance, indicato dal 30% degli intervistati e salito dalla quinta posizione dello scorso anno alla prima. Seguono il livello di reddito e l’autonomia nel lavoro. Un segnale di un mutamento culturale: meno centralità dell’identità professionale, più attenzione alla qualità della vita.
Il welfare aziendale si distingue come uno degli strumenti più rilevanti per migliorare le condizioni di lavoro. Il 59% degli intervistati lo considera un elemento importante nella scelta di un’azienda e il 57% ritiene che rappresenti un aiuto concreto per le famiglie e per arrivare a fine mese. Tuttavia, oltre un terzo dei lavoratori dichiara di non vedere alcuna promozione dei servizi di welfare nella propria organizzazione.
«Questa zona grigia può essere letta anche come la calma prima della tempesta»., dice Mariacristina Bertolini, vicepresidente e direttrice generale di Day Gruppo Up. «Quando le persone smettono di reagire o di prendere posizione significa spesso che stanno entrando in una modalità di sopravvivenza. In momenti come questo le aziende hanno una grande responsabilità, quella di non limitarsi a chiedere performance, ma creare contesti dove le persone possano sentirsi sostenute. Il welfare aziendale può diventare una leva concreta proprio per questo. Non solo un insieme di servizi, ma uno strumento per costruire comunità dentro e intorno alle organizzazioni. Se il lavoro occupa gran parte della nostra vita, allora deve anche essere uno spazio dove le persone possano ritrovare equilibrio, relazioni e senso di appartenenza. Forse è arrivato il momento di aprire una riflessione più ampia anche sui modelli di lavoro, su come renderli più sostenibili, più partecipativi e più coerenti con la vita reale delle persone. Come Day siamo pronti a contribuire a questo percorso, perché il benessere delle persone è da sempre al centro della nostra missione».
L’indagine guarda anche al rapporto con le tecnologie. Più della metà degli intervistati riconosce la necessità di migliorare le proprie competenze digitali, mentre poco più di un terzo dichiara piena fiducia nel modo in cui le aziende utilizzeranno l’intelligenza artificiale.
Secondo Eva Sacchi, research director di Ipsos Doxa Public Affairs, proprio questa ampia fascia intermedia rappresenta uno degli aspetti più significativi dell’indagine. «Uno degli aspetti più interessanti che emerge dall’indagine è proprio la dimensione della zona intermedia. Quando una quota così ampia di lavoratori – il 43% – non si colloca né tra i soddisfatti né tra gli insoddisfatti significa che il fenomeno non è di polarizzazione, ma di equilibrio instabile. Il BEF Index nasce proprio per questo: trasformare una grande quantità di informazioni sul lavoro e sul benessere in un indicatore comparabile nel tempo, capace di aiutare aziende e istituzioni a capire dove intervenire».
Per Elisabetta Dallavalle, il nuovo indice ha proprio l’obiettivo di monitorare e osservare l’evoluzione del lavoro nel tempo per individuare i punti su cui intervenire.
«Un indice serve proprio a questo. Non solo a fotografare la realtà, ma a capire dove intervenire. Se oggi il colore dominante del lavoro è il grigio, significa che dobbiamo ricominciare a portare dentro il lavoro più armonizzazione, più riconoscimento e più senso. Sono questi i colori che possono risvegliare le coscienze e riportare energia nella vita professionale delle persone. Solo così possiamo risvegliare anche la loro partecipazione collettiva».
L’indagine è stata realizzata da Ipsos Doxa su un campione rappresentativo di 1.000 lavoratori italiani tra i 18 e i 74 anni, attraverso rilevazione CAWI condotta tra il 21 e il 22 gennaio 2026. Un’istantanea che racconta un lavoro ancora centrale nella vita delle persone, ma attraversato da una fatica crescente — e da una diffusa sospensione emotiva.
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