La sala insegnanti come metafora della salute di una comunità. O del suo contrario
Partendo da un ricordo personale, Claudia Bassanini paragona la qualità delle relazioni tra docenti a quella che dovrebbe esserci in ogni buon team di lavoro
di Claudia Bassanini*
«Non ti devi fidare di nessuno, nemmeno di me, come io non mi fido di te»: è la frase che mi ha rivolto una collega anni fa. Quel monito mi torna in mente con l’immagine della sala insegnanti di quella scuola: vuota in ogni mese dell’anno anche a dicembre quando fuori fa freddo e dentro c’è il termosifone acceso. Nessuno ci voleva stare. Meglio soli in classe che insieme lì dentro.

La sala insegnanti è la cartina di tornasole della salute del collegio docenti. Lo conferma Daniel Coyle, esperto di dinamiche di gruppo: ciò che fa funzionare un team non è l’intelligenza dei singoli, ma la frequenza e la qualità delle loro interazioni. E la sala insegnanti è esattamente questo: il luogo dove le interazioni accadono (o non accadono).
La sala professori dovrebbe essere il cuore pulsante della scuola, il luogo dove gli insegnanti si incontrano, si confrontano, costruiscono relazioni. Invece, troppo spesso è solo uno spazio di passaggio: arrivi, prendi i libri, esci. Nessuna vera connessione.
L’aula professori è di fatto il luogo in cui si sentono maggiormente le vibrazioni del gruppo. Qualche esempio?
Nadia, insegnante di inglese di lungo corso, approda in una scuola nuova più vicino a casa. Il primo settembre, contenta ed emozionata, entra in aula professori gremita e saluta tutti a gran voce. I nuovi colleghi la guardano, le fanno la radiografia, abbozzano un sorriso di circostanza, ma nessuno le risponde e, anzi, riprendono i racconti vacanzieri lasciandola in disparte. A quel punto Nadia decide di non investire nel gruppo, e mantiene il suo l’impegno: ancora oggi, a tre anni di distanza, a stento saluta i colleghi.
Maria, docente di lettere, evita l’aula professori come la peste. Ha imparato che lì si creano fazioni: c’è chi parla male degli studenti, chi critica il dirigente, chi ti fa domande-trappola per capire da che parte stai. Una volta ha detto che trovava interessante una proposta del preside e per settimane l’hanno trattata da ‘traditrice’. Da allora, preferisce restare in classe anche durante le pause.
Aldo, professore di matematica piuttosto sanguigno, non concorda con alcune decisioni del dirigente e ne parla a ruota libera con un collega, durante un cambio dell’ora, quando l’aula prof è presa d’assedio. Il giorno dopo, viene convocato dal preside che gli rinfaccia le sue parole e minaccia di denunciarlo per diffamazione. Da quel giorno Aldo non dice più a nessuno quello che pensa. Si limita a entrare, prendere i suoi libri in silenzio e uscire. La sala professori, per lui, è diventata un luogo pericoloso.
La sala insegnanti è lo specchio del collegio docenti. Come in qualsiasi gruppo di lavoro, quello che succede lì dentro rivela la salute dell’intera organizzazione.
Le ragioni che distruggono il corpo docente sono note a chiunque lavori in gruppo.
Prima causa: mancanza di cultura del conflitto costruttivo. Invece di affrontare i problemi, si preferisce lamentarsi. La sala professori diventa camera dell’eco delle frustrazioni, mai spazio di soluzione.
Seconda causa: assenza di tempo dedicato. Gli insegnanti si incrociano dieci minuti tra una lezione e l’altra. Come si può costruire un gruppo senza avere tempo per conoscersi?
Terza causa: leadership non formata. In Italia il dirigente è spesso visto come “quello che comanda”, non come chi costruisce il team. E senza un leader che crea cultura di collaborazione, il gruppo va alla deriva.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: sale professori deserte (la no man’s land) o sale professori tossiche (il campo di battaglia). Nessuna via di mezzo.
Insegnanti che vedono le direttive del dirigente come imposizioni dall’alto, non obiettivi condivisi.
E, inevitabilmente, burnout. Perché lavorare da soli, senza supporto dei colleghi, logora.
Tuttavia, non si può lasciare andare il gruppo, perché è quello che determina a lungo andare il livello di affezione al lavoro, la motivazione, la qualità del servizio. Qualche possibile soluzione?
Patrick Lencioni, esperto di team building, dice una cosa che mi ha sorpreso: l’ingrediente fondamentale per costruire fiducia è la vulnerabilità. Nei gruppi che funzionano, ogni membro si fida così tanto da mostrare errori, debolezze, paure. Chi invece resta arroccato sulla propria perfezione, non costruisce nulla.
Daniel Coyle conferma: il gruppo non si costruisce sulla bravura dei singoli, ma sull’interconnessione di tutti. Ammettere fallibilità, riconoscere il valore altrui, vivere esperienze insieme, conoscersi a fondo. La vulnerabilità fonda la fiducia, che crea collaborazione, che sviluppa appartenenza. È un muscolo da allenare. Ma come si allena concretamente?
Esistono anche sale professori che funzionano. Penso a quella scuola dove, ogni lunedì mattina, il dirigente organizza una colazione condivisa. Mezz’ora prima delle lezioni, tutti insieme per cornetti, caffè, chiacchiere. Nessuno è obbligato, ma quasi tutti vanno.
Lì ho visto Laura, insegnante di sostegno, raccontare di uno studente difficilissimo che l’aveva fatta piangere. Invece di giudicarla, i colleghi l’hanno ascoltata. Marco, che aveva avuto lo stesso ragazzo l’anno prima, le ha dato consigli, e insieme hanno cercato soluzioni per migliorare la situazione. Quella sala professori era viva. E si sentiva.
Ma il clima della sala professori non dipende solo da momenti informali. Dipende da come gli insegnanti lavorano insieme anche nei momenti formali. Esistono scuole dove questa vulnerabilità diventa cultura condivisa. Sono stata in una dove i (lunghissimi) consigli di classe erano dedicati interamente ai ragazzi: le loro necessità, le soluzioni per farli stare bene. Non circolari, non burocrazia, non metodologie astratte. Solo loro, gli alunni.
Gli insegnanti si misuravano tra loro. Emergevano criticità, difficoltà, resistenze. Ma anche proposte, tentativi, riflessioni su cosa funzionava e cosa no. Una bottega rinascimentale di pedagogia e didattica.
E funzionava. Quella cultura si respirava anche in sala professori: colleghi che si cercavano per continuare ragionamenti, che si scambiavano materiali, che chiedevano e offrivano aiuto. Non fuggivano più. Stavano lì. Perché si fidavano.
La scuola ha bisogno di dirigenti che costruiscano cultura di collaborazione mettendosi in prima linea.
Come? Uscendo dall’ufficio per prendere il caffè con i docenti. Ammettendo pubblicamente un errore invece di nasconderlo. Creando spazi di confronto veri, non solo riunioni formali dove si leggono circolari. Valorizzando chi costruisce ponti invece di chi fa tutto da solo. Formando figure intermedie (coordinatori, tutor) che sappiano creare gruppo, non solo gestire burocrazia.
E gli insegnanti? Cosa possono fare? Condividere fatiche invece di nasconderle. Chiedere «come gestisci i compiti non fatti?» invece di pensare «sono l’unico in difficoltà». Preparare insieme una lezione difficile. Confrontarsi sui colloqui con i genitori. Ammettere un errore in sala professori invece di fingere che tutto vada sempre bene. Proporre un caffè a chi sembra isolato. Sono piccoli gesti, ma sommati creano quelle collisioni produttive di cui parla Coyle. E cambiano la cultura di un posto.
La sala insegnanti vuota non è solo un problema organizzativo. È il sintomo di una malattia più profonda: la solitudine professionale. Gli insegnanti lavorano circondati da persone – studenti, colleghi, genitori – eppure si sentono soli. E questa solitudine logora, consuma, porta al burnout.
Ma esiste un antidoto: la comunità. Quella vera, non quella delle circolari ministeriali. La comunità fatta di caffè presi insieme, di vulnerabilità condivisa, di mani tese nei momenti difficili. Di colleghi che diventano alleati, non concorrenti.
Servono dirigenti che costruiscano questa cultura. Ma serve anche che ogni insegnante faccia la sua parte.
Quella sala professori vuota che ricordo non era inevitabile. Era il risultato di mille piccole scelte di chiusura, di sfiducia, di paura. Quella collega che mi ha detto «non ti devi fidare di nessuno» aveva ragione? Solo in quel contesto.
Perché la realtà può essere diversa. Basta cominciare.

*Chi è l’autrice
Claudia Bassanini è un’insegnante con una ventennale esperienza in scuole ad alta complessità. Il suo approccio educativo è centrato sulla crescita personale e sulla valorizzazione delle capacità individuali, attraverso la costruzione di relazioni positive e personalizzate. Convinta che la famiglia e il contesto siano radice, sostegno e trampolino di lancio nella storia di ciascuno, utilizza una metodologia sistemica che tenga conto delle esigenze del singolo alunno, delle peculiarità familiari, delle possibilità della scuola e delle aspettative del mondo che accoglierà i ragazzi alla fine degli studi.
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