Da sala d’attesa a palestra di vita: la scuola di cui abbiamo tutti bisogno
La contributor Claudia Bassanini torna a parlare di scuola, soffermandosi sulle esigenze degli studenti, vittime come mai successo in passato di un grave declino nella loro salute mentale. Invertire la rotta si può, con impegno e coraggio
di Claudia Bassanini*
Si parlava di rivoluzione emotiva nella scuola. Nella prima parte ci siamo soffermati sugli insegnanti: stavolta ci concentriamo sugli studenti.
Appartengo alla Generazione X, quella del walkman e del videoregistratore. A quei tempi, essere studenti aveva regole chiare: educazione, impegno, disciplina, rispetto per l’autorità. Le coordinate erano definite. I ragazzi della Generazione Z vivono invece di paradossi: sono iperconnessi ma si sentono soli, hanno accesso illimitato alle informazioni ma sono disorientati, possono comunicare con chiunque ma faticano a costruire relazioni autentiche. E portano un peso emotivo che noi non conoscevamo.

Lo psicologo sociale Jonathan Haidt li definisce “the anxious generation”, perché presentano un chiaro declino della salute mentale mai visto prima in una generazione così giovane. I dati scolastici lo confermano drammaticamente: oltre la metà degli studenti (51,4%) soffre ricorrentemente di ansia o tristezza (AGIA, 2024). Il 56% dei quindicenni si sente molto teso a scuola, una percentuale molto più alta della media OCSE ferma al 37%.
Quasi uno studente su due lamenta inoltre stanchezza (49,8%) e nervosismo (46,5%). Solo nel 2025, quasi un giovane su tre ha presentato disturbi psicologici, con le ragazze particolarmente colpite (44%). E c’è un dato che dovrebbe farci riflettere più di tutti: il 39% degli studenti ritiene che la scuola non li stia preparando per il futuro. Non credono più nell’istituzione che dovrebbe formarli.
Abbiamo visto che i docenti sono in burnout, ma anche gli studenti sono ansiosi, depressi, isolati. Docenti e studenti condividono lo stesso malessere, ma non riescono a costruire insieme quella comunità che potrebbe proteggerli perché la scuola ha smesso di essere un luogo di relazioni autentiche.
Crescere ha sempre significato affrontare compiti evolutivi per costruire la propria identità attraverso sfide concrete e relazioni. Ma oggi questo percorso sembra bloccato. Luca fa sport agonistico cinque ore a settimana, Li Mei vive tra due culture costruendo ogni giorno un difficile equilibrio, Niccolò non riesce a stare al passo a causa della situazione familiare.
Leo e Mattia hanno semplicemente bisogno di non fare niente. Eppure, la scuola tratta tutti come se avessero un’unica dimensione: il perfetto scolaro che dedica tutte le energie ai libri. Gli studenti vivono così la scuola come un luogo che li obbliga a mettere in pausa la vita reale per conformarsi a un modello unico. Invece di sostenerli nella crescita, la scuola diventa uno spazio da attraversare resistendo, aspettando solo che finisca.
Le cause profonde di questo malessere sono da rintracciare nella combinazione di tecnologia pervasiva e iper-protezionismo: impediamo alle generazioni giovani ogni rischio, togliamo loro la possibilità di farsi male e di sbagliare, non permettiamo che esplorino la vita facendo esperienze e come alternativa al mondo reale diamo loro quello virtuale.
Questa impostazione è presente da anni anche nella scuola, dove i ragazzi di 12, 13, 14 anni non possono uscire senza essere prelevati dai genitori, non possono girare liberamente ma devono essere sempre accompagnati da un adulto, dove la classe va costantemente sorvegliata e per ogni incidente bisogna compilare la denuncia all’assicurazione.
La sicurezza è diventata più importante dell’apprendimento e dei compiti di sviluppo. Luca non può giocare a palla in cortile perché è pericoloso, Leo e Mattia non possono rincorrersi lungo il corridoio perché potrebbero farsi male, Nicoletta è obbligata a restare a scuola con la febbre perché la mamma non può andare a prenderla.
E per quanto riguarda i dispositivi tecnologici, i messaggi sono contraddittori: Niccolò il pomeriggio naviga nel dark web, ma a scuola non può usare il tablet su cui ha scaricato i libri digitali perché è proibito. Viola, Tommaso e Luca partecipano al corso per il patentino informatico europeo ma gli adulti non permettono loro di usare il pc perché è pericoloso.
Da palestra di vita in cui imparare a usare ragionamento critico e buon senso, la scuola si è così trasformata in un luogo di regole fini a se stesse.
Cosa fare allora concretamente? Serve prima di tutto una scuola phone-free, dove senza smartphone migliorano concentrazione, apprendimento e clima in classe. Ma non basta il semplice divieto: appena fuori da scuola i ragazzi si ritrovano in un mondo iperconnesso; quindi, serve educarli a un uso responsabile della tecnologia, a bilanciare il digitale con il reale. La scuola deve essere il luogo dove imparano questa competenza, non dove semplicemente subiscono un divieto.
Serve poi lasciare giocare i ragazzi perché il gioco libero non strutturato è una forma di autoeducazione che permette di sperimentare comportamenti senza la pressione del fallimento, di sviluppare problem solving e regolazione emotiva. Ma questo obiettivo deve essere condiviso da tutti: sistema scuola, dirigenti, personale scolastico, insegnanti, genitori.
Serve ripensare i programmi perché gli studenti italiani affrontano percorsi lunghi e onerosi basati sulla memorizzazione più che sull’autonomia critica, e anziché alleggerire continuiamo ad aggiungere: progetti STEM, educazione civica, orientamento, PCTO, debate. I ragazzi vengono insomma sommersi da attività che si accumulano senza sostituire nulla. Riducendo i programmi e ripensando i ritmi scolastici, avrebbero invece più tempo ed energie per ciò che davvero conta: costruire relazioni significative, fare esperienze nella vita reale, sviluppare consapevolezza di sé.
Serve ripensare anche la valutazione numerica che genera ansia e valuta solo la performance. In molti Paesi esiste una valutazione continua che tiene conto di progetti, partecipazione, lavori di gruppo, crescita nel tempo. In questo modo si introduce nella scuola il concetto che l’errore sia parte del processo di apprendimento, non una colpa da punire.
Servono poi spazi di ascolto strutturati con figure di supporto psicologico ed emotivo: psicologi, educatori, mentor che creino occasioni dove gli studenti possano esprimere le difficoltà senza giudizio. Spazi dove si impara a riconoscere lo stress, a gestire le emozioni, a chiedere aiuto, come parte integrante dell’esperienza scolastica.
Ma ricostruire comunità significa anche creare esperienze collettive come gite scolastiche, momenti informali dove stare insieme senza la valutazione. Serve recuperare rituali condivisi, servono tutte quelle attività che creano un ‘noi’ invece di una somma di ‘io’ separati.

In questo processo la scuola ha un compito preciso: tornare a essere un punto di riferimento per la comunità che la vive quotidianamente. Il sociologo Zygmunt Bauman ha definito la nostra epoca ‘modernità liquida’ perché non ci sono più punti fissi. In questa liquidità, la scuola deve tornare a essere un punto fermo: il luogo dove Niccolò impara che si può fallire e riprovare, dove Li Mei scopre che fare fatica non significa darsi per vinta, dove Leo capisce che i sogni richiedono pazienza, dove Cecilia impara a costruire relazioni vere con i compagni, dove tutti insieme fondano un nuovo modo di essere comunità.
Costruire una scuola così richiede coraggio: il coraggio di fidarsi dei ragazzi, di lasciarli sperimentare, di accettare che possano fallire. Ma soprattutto richiede la consapevolezza che i giovani non hanno bisogno di più controllo ma di più comunità, non di più protezione ma di più relazioni autentiche.
La rivoluzione emotiva per gli studenti significa questo: ricostruire la scuola come quel luogo dove si cresce insieme, dove si impara a stare con gli altri, dove si costruisce la propria identità nel confronto vero – non virtuale – con i coetanei.
Non è semplice, ma è necessario. Perché una generazione cresciuta nella solitudine digitale non può costruire una società unita. E la scuola può – deve – essere l’antidoto.
*Chi è l’autrice

Claudia Bassanini è un’insegnante con una ventennale esperienza in scuole ad alta complessità. Il suo approccio educativo è centrato sulla crescita personale e sulla valorizzazione delle capacità individuali, attraverso la costruzione di relazioni positive e personalizzate. Convinta che la famiglia e il contesto siano radice, sostegno e trampolino di lancio nella storia di ciascuno, utilizza una metodologia sistemica che tenga conto delle esigenze del singolo alunno, delle peculiarità familiari, delle possibilità della scuola e delle aspettative del mondo che accoglierà i ragazzi alla fine degli studi.
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