Il lavoro ibrido in Italia, un modello che piace sempre di più
Secondo il Rapporto globale sui consumatori 2025 stilato dall'agenzia di comunicazione MARCO, l'Italia guida la classifica dei Paesi Ue che privilegiano il modello bilanciato casa-ufficio, al punto da inserirlo tra le proprie priorità a pari merito con la retribuzione
In Italia quasi una persona su due indica come modello ideale un mix equilibrato tra lavoro da remoto e presenza in ufficio, un dato che colloca il nostro Paese ai vertici europei per preferenza verso il lavoro ibrido. L’orientamento dei connazionali è messo in luce dal Rapporto globale sui consumatori 2025 stilato dall’agenzia di comunicazione internazionale MARCO. Secondo l’indagine, il 73,6% degli intervistati globali è convinto che il lavoro ibrido continuerà nel lungo periodo, mentre circa il 70% privilegia formule che combinano presenza e distanza o che puntano soprattutto sul remoto.

Condotto in sette Paesi su oltre 4.500 persone, il Rapporto racconta quindi un mercato del lavoro in cui la flessibilità non è più percepita come un’eccezione, ma come una condizione attesa. E l’Italia, assieme al Portogallo, guida in Europa la classifica dei mercati dove il modello bilanciato casa-ufficio raccoglie il maggior consenso, con il 49% dei rispondenti che opta per questa scelta. Si tratta di un segnale chiaro di come anche da noi sia cambiato il modo di intendere la presenza lavorativa, sempre meno legata a un luogo fisso e sempre più a obiettivi, autonomia e organizzazione del tempo.
Uno dei nodi più discussi negli ultimi anni – il rischio di indebolire la cultura aziendale – sembra perdere peso. Due terzi degli intervistati (66,7%) ritengono infatti che il lavoro ibrido non danneggi né la cultura organizzativa né i rapporti con i colleghi. La flessibilità, quindi, non viene letta come sinonimo di isolamento, ma come una modalità compatibile con collaborazione e senso di appartenenza, a patto che le aziende sappiano gestirla.
Il quadro si inserisce in una ridefinizione più ampia delle priorità professionali. Nella valutazione di un’offerta di lavoro, lo stipendio resta centrale (8,3 su 10), ma subito dopo compaiono l’equilibrio tra vita privata e lavoro (8,2), l’interesse per le mansioni (7,9) e le opportunità di crescita (7,7).
Il benessere e la qualità dell’esperienza lavorativa si affiancano così alla retribuzione come criteri decisivi, segno di una cultura del lavoro che si allontana dall’idea della sola presenza e guarda sempre più alla sostenibilità personale nel tempo.
A spingere maggiormente verso l’ibrido è la fascia 25–54 anni, cuore della forza lavoro attiva. I più giovani (25–39) mostrano infatti un entusiasmo ancora più marcato verso i modelli a distanza, mentre tra gli over 65 prevale un atteggiamento più neutro.
In parallelo, cambia anche l’idea di leadership: responsabilità, capacità di risolvere problemi e comunicazione sono considerate le qualità chiave, e oltre il 90% degli intervistati ritiene che i leader debbano adattare il proprio stile alle esigenze dei singoli membri del team. In contesti meno ancorati alla compresenza fisica, empatia e flessibilità gestionale diventano quindi competenze decisive.
Se il lavoro ibrido appare ormai consolidato anche in Italia, restano però aperte alcune questioni che definiranno il prossimo passo. La prima riguarda l’equità: garantire pari opportunità di visibilità, crescita e accesso alle informazioni tra chi è più presente in ufficio e chi lavora soprattutto da remoto.
La seconda tocca l’organizzazione: ripensare spazi, processi e strumenti per evitare che l’ibrido si traduca in una sovrapposizione continua tra lavoro e vita privata. Infine, c’è il tema culturale, meno legato alla distanza fisica e più alla capacità delle aziende di costruire senso di comunità, fiducia e responsabilità condivisa in ambienti sempre più distribuiti.
Il lavoro ibrido, insomma, non sembra più in discussione. La vera partita, anche per le organizzazioni italiane, si giocherà su come renderlo sostenibile, inclusivo e coerente con modelli di leadership capaci di funzionare davvero in un contesto dove il “posto di lavoro” è sempre meno un luogo e sempre più un sistema di relazioni.
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