L’Occidente e la retorica del “se vuoi, puoi”, a patto di avere la RAL giusta
Nel suo nuovo articolo, la contributor Federica Celeste analizza con sguardo lucidamente impietoso le difficoltà sperimentate dalle generazioni più giovani nel processo di autorealizzazione. Per molti Gen Z e Millennial, scrive la nostra Paloma, la ricerca di stabilità economica finisce per condizionarli anche nelle scelte private più importanti, come la ricerca del partner giusto per la propria vita.

di Federica Celeste*
Forse sarò reduce da Buen Camino, l’ultimo film di Checco Zalone, che di spirito ne ha tanto. O forse è una riflessione per Palome fresche di buoni propositi per l’anno nuovo.
Ma c’è una retorica che torna ciclicamente, soprattutto quando si parla di successo, merito e prestigio sociale. Mi riferisco all’adagio motivazionale vecchia maniera del “se vuoi, puoi”.
Una narrazione a mio avviso fragile, costruita sull’eccezione. Che consola chi ce l’ha fatta e colpevolizza chi resta indietro.
La mia generazione, a cavallo tra millennial e Gen Z, è figlia di baby boomer e nipote di una generazione che ha accumulato patrimonio in un contesto storico irripetibile. Quando quei redditi sono stati elevati, l’effetto oggi è evidente: eredità patrimoniali che incidono in modo sproporzionato sulle traiettorie di vita, impossibili da replicare con il solo lavoro. Non è una questione di impegno individuale, né di scelte più o meno giuste.
Oggi domina l’idea dei soldi facili coi social come scorciatoia, una monetizzazione senza studio e fatica. Figuriamoci allora fare impresa dal nulla, assumendosi debito, incertezza, possibilità concreta di fallimento.
La creazione di patrimonio reale resta incerta e fragile. Il passato pesa sul presente molto più del talento contemporaneo, e la linea di partenza continua a contare più della direzione in cui si corre. Ma quanto ci motiva davvero questa narrazione? Quanto è desiderio profondo e quanto è adattamento a un sistema che rende il lavoro lento poco premiato e il capitale iniziale decisivo?
Il costo di costruire qualcosa da zero è diventato sproporzionato rispetto alle probabilità di riuscita. Ma dove sono finite la soddisfazione personale e l’integrità lavorativa silenziose, che non luccicano, di chi vive con il giusto ma si sente più auto-realizzato e auto-efficace?
Perché la qualità della vita di un ereditiero pigro è inferiore a quella di un medico di talento? Perché il medico scambia tempo, competenze e responsabilità con reddito; l’ereditiero possiede capitale che produce valore indipendentemente dal suo contributo. Anche se il reddito annuo del medico fosse superiore, resta un reddito condizionato allo sforzo continuo, alla salute e alla tenuta psicologica. L’altro dispone di una base patrimoniale che garantisce sicurezza, leva finanziaria, accesso a opportunità e status. Non è una gara sullo stipendio, ma sul rischio.
Così chi nasce ricco può permettersi di essere mediocre senza pagarne il prezzo, mentre chi nasce senza patrimonio deve essere brillante ed eccellere, anche solo per una vita decorosa.
Per esempio, ereditare un patrimonio immobiliare di due milioni di euro equivale, a seconda del reddito di riferimento, ad aver già lavorato da venti a sessantacinque anni a tempo pieno, con risparmio perfetto, nessuna interruzione, nessuna malattia, nessun imprevisto.
Non è una provocazione acida di chi rosica, ma un effettivo capitale accumulato sotto forma di tempo di vita già convertito in sicurezza, rendita e possibilità che finisce solo a chi nasce col cognome giusto. Per chi lo riceve, il tempo futuro è liberato. Per chi non lo riceve, il tempo resta un debito.
È per questo che l’eredità è uno dei principali moltiplicatori di disuguaglianza nelle economie avanzate. Non perché sia ingiusta in senso astratto, ma perché agisce prima di ogni scelta individuale. Arriva prima dello sforzo, prima dell’impegno, prima dell’errore e della maturità. Decide le condizioni di partenza in modo così profondo da rendere la mobilità sociale un evento raro, spesso più narrato che osservabile.
Le società occidentali amano definirsi aperte, ma funzionano come sistemi a bassa permeabilità: pochi salgono, molti restano fermi, quasi nessuno attraversa davvero le classi. Una quota minuscola della popolazione mondiale concentra una parte sproporzionata della ricchezza complessiva. Non si tratta solo di reddito, ma di asset, immobili, partecipazioni, rendite finanziarie.
Questa concentrazione non è un effetto collaterale del sistema, bensì una sua caratteristica strutturale. La ricchezza genera altra ricchezza con un’efficienza infinitamente superiore a quella del lavoro. Il lavoro, anche qualificato, resta lineare. Il capitale è esponenziale.
Dentro questo squilibrio di chi ha più mq da gestire rispetto ai libri letti si innesta anche l’ipergamia, intesa non come giudizio morale sulle relazioni, ma come dinamica sociale. In contesti ad alta disuguaglianza, la scelta del partner diventa sempre più una scelta di classe.
Non solo estetica e conto in banca, ma dimmi che case avevano i tuoi nonni, insomma. Probabilmente non perché le persone siano ciniche, ma perché la precarietà rende razionale cercare stabilità. La sicurezza economica diventa una qualità evoluzionistica, una componente dell’attrattività. Soprattutto per chi sa di doversi accontentare, magari altrettanto consapevole del poco (di spirituale) che ha da offrire.
E chi non possiede capitale, o non può promettere una traiettoria ascendente credibile, parte svantaggiato anche sul piano affettivo. Il mercato sentimentale replica, in forma più opaca, le stesse gerarchie del mercato del lavoro e immobiliare.
Come se le persone avessero KPI immobiliari incorporati, indicatori di valore patrimoniale più che umano. KPI simili a quelli per le case, possedimenti per l’appunto. Si accetta una persona “quarto piano senza ascensore” se è in centro, si ambisce al ragazzo “attico di lusso” anche in provincia, ma un matrimonio con il “seminterrato in periferia” resta strutturalmente indigesto.
Non sentirsi un buon investimento rinforza il doverismo di dimostrare sempre qualcosa in più: talento, adattabilità, bellezza, gratitudine. La fatica di chi deve giustificare la propria presenza negli spazi che altri abitano per diritto ereditario. La fatica di chi non può sbagliare, perché l’errore costa (più del condominio in cui sei l’unico under 30, grazie a qualcun altro).
L’anticlassismo non è l’invidia verso chi ha beni che non avrebbe saputo costruire. È il rifiuto della mancanza di capitale come colpa individuale. È la malinconia di chi si è fatto da solo, con logoramento; di chi si è ingegnato da adultizzato precocemente, ed è stanco già da giovane. È accettare la frattura non tra chi lavora di più o di meno, ma tra chi può permettersi di non lavorare per vivere e chi deve lavorare per sopravvivere.
Finché questa asimmetria resterà invisibile, continueremo a confondere la fortuna con il suprematismo e la povertà con l’insufficienza personale. E continueremo a chiedere a chi parte svantaggiato di essere anche iper performante, performativo e desiderabile. Come se la fatica, oltre a essere vissuta, dovesse pure non vedersi.
Eppure, in fondo, l’essenziale basta. Ma dipende da ciò che consideri tale.
Un abbraccio a tutte le case con la muffa, ma umide di curiosità, amore e speranza.

* Chi è l’autrice
Pedagogista delle organizzazioni e ingegnera gestionale, Federica Celeste è ricercatrice internazionale per il Politecnico di Milano. Oggi si occupa di formazione, benessere e gestione del cambiamento, dentro e fuori le aziende. Con un’anima divisa tra i numeri e le crepe psicologiche delle persone, le piace indagare il lato oscuro, ambiguo e tagliente delle storture lavorative. Appassionata di cinema e attivista per i diritti umani e animali, crede in un’idea di sostenibilità informata, anche se sa benissimo dove finiscono le buone intenzioni quando si scrive un post su LinkedIn.
Paloma nasce proprio dal suo bisogno di non smettere di metterci il cuore, mettendoci però il becco. Troppo giovane per essere vecchia, troppo vecchia per essere giovane, scrive e lavora da quell’età di mezzo in cui la lucidità è un superpotere. E anche una condanna.
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