Dall’onboarding al belonging: sentirsi parte del team è possibile… anche in pigiama
Lavorare in full remote non vuol dire fine dello spirito di squadra, determinante per il successo di qualsiasi azienda, piccola o grande che sia. Lo sostiene Antonio Procopio nel suo nuovo articolo.
di Antonio Procopio*
Negli ultimi anni, seguendo come mentor diverse start-up dell’acceleratore Digital-Hub, ho visto con i miei occhi quanto “l’ufficio” si sia fatto… liquido. O, se vogliamo dirla tutta, evaporato.
Molte delle realtà che seguo sono infatti nate full remote, ossia cresciute senza mai vedere un open space: ci si incontra solo quando serve davvero, spesso in uno spazio di coworking con il Wi-Fi decente e il caffè che non sa di plastica. Eppure, anche senza scrivanie, badge e macchinette del caffè rumorose, il tema resta: come facciamo sentire chi entra in azienda davvero “dentro” l’azienda?

Una volta, l’onboarding significava accogliere la nuova risorsa con un sorriso, un giro dell’ufficio, una piantina da non uccidere.
Oggi spesso si riduce a: «Ecco il link per la call di benvenuto e questa è la cartella Google Drive, buona fortuna!».
E invece no: non può funzionare così. Le aziende più smart (e anche più umane) lo sanno bene: il primo impatto conta, anche a distanza.
E allora via con presentazioni interattive, buddy di benvenuto, e persino playlist Spotify di team per dare il “vibe” giusto.
Non stiamo parlando solo di piccole realtà agli esordi. Garanteasy, che gestisce milioni di garanzie in tutta Europa, o Iubenda, specializzata in compliance digitale, sono esempi di aziende full remote “by design”. E funzionano benissimo.
Aggiungiamoci Hotjar, Doist, GitLab e compagnia bella, e la domanda sorge spontanea: come fanno a far sentire i nuovi arrivati parte del team senza nemmeno un cartellino da timbrare?
Il vero passaggio non è solo accogliere, ma far sentire parte. Si chiama belonging, e non è solo un bel termine da usare nei post su LinkedIn.
Eccovi qualche idea che ho visto funzionare:
– Rituali digitali: daily di 10 minuti, coffee chat random, aperitivi virtuali (con brindisi da fuso orario).
– Onboarding in pillole: niente overdose il primo giorno, meglio una settimana di piccoli passi e “check-in umani”.
– Storytelling: raccontare la storia dell’azienda, gli epic fail, i «ce lo ricordiamo ancora quel bug del venerdì alle 18».
– Ascolto vero: anche chi è appena arrivato può portare idee brillanti. Basta volerle sentire.
E ora momento spoiler: non basta (solo) una pizza in team una volta all’anno.
Chi lavora nell’innovazione sa che le regole cambiano ogni settimana, e il manuale di onboarding è già vecchio quando lo finisci di scrivere.
Ma è proprio in questo caos creativo che si crea la magia.
Quindi:
1) parlare del perché, non solo del cosa;
2) dare spazio all’iniziativa, anche a chi ha iniziato ieri;
3) non dimenticare mai che dietro lo schermo c’è una persona vera (magari in pigiama, ma vera).
Lavorare in full remote non vuol dire rinunciare al senso di squadra. Vuol dire re-immaginare come si costruiscono i legami, la fiducia e la cultura. E se onboarding e belonging sembrano parole da manuale HR, nella pratica vogliono dire: «Ti vediamo, ci importa di te, siamo felici che tu sia con noi».
Che tu sia a Milano, Palermo o in pantofole a Reykjavik, ci vediamo per un caffè… anche a distanza!

*Chi sono
CEO di MYMY.IT e di Digital-Hub, oltre che CTO di Intarget Group, sono esperto di Innovazione, Digital Advisory & Digital Marketing. Tra le altre esperienze, per Oltre La Media Tv conduco il programma televisivo StartupOpenBar e il webcast StartupShots. Autore del libro “Startup Makers” edito da OltreLaMedia Group. Faccio parte del Comitato direttivo del Business Angels Club. Sono mentor ed esperto di business con un solido background tecnologico. Infine, partecipo direttamente ed indirettamente in oltre 40 start-up e scale-up, con due exit di rilievo.
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